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Horror Mania

IT, perchè questo grande successo fa ben sperare nel futuro del cinema americano

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Il nuovo IT di Andrés Muschietti è arrivato in sala anche da noi e ha già registrato (come prevedibile) numeri da capogiro, incassando circa 6,4 milioni di euro nel primo week-end. Questo nonostante una release italiana spostata di qualche mese in avanti rispetto a quella degli altri Paesi, con il rischio di prestare il fianco alla pirateria.

Ma se negli USA la critica ha speso solo parole di elogio per questa trasposizione, esaltandone il cast e la regia, non è mancato qualche sopracciglio alzato invece tra la critica nostrana, da sempre meno accondiscendente. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: le accuse di aver in qualche modo “ripulito” la storia da quella sporcizia che invece albergava sotto le unghie del romanzo di King, con le sue ossessioni morbose e le sue digressioni scandalose, sono vere e fondate. Ma forse non si poteva fare altrimenti.

Perché quella che sembrerebbe a prima vista una dozzinale canonizzazione del romanzo originale, che smussa gli spigoli e ne copre le vergogne, è solo la veste moderna (adatta al nuovo gusto cinematografico ed alle sue logiche) indispensabile per rendere IT qualcosa di digeribile dalla grande massa di spettatori per cui è stato pensato. È naturale quindi che nel processo di rielaborazione del materiale originale si perda nuovamente (come già avveniva nella miniserie del 1990) quella complessità che ha invece reso grande il tomo di Stephen King. Non è un caso che lo script di Cary Fukunaga, decisamente più controverso ed “autoriale”, come magari sarebbe piaciuto ad un determinato gruppo di spettatori, sia stato scartato senza troppe remore.

Una rielaborazione moderna ed efficace

Quella del regista argentino è la visione di un classico che si arroga addirittura il diritto di mischiare alcune sottotrame relative ai personaggi principali e spostare la narrazione di una trentina di anni in avanti per entrare nel solco di quei prodotti televisivi e cinematografici che della nostalgia per gli “eighties” hanno fatto un marchio di fabbrica. Una volontà, quella di inserirsi nella nuova tradizione dei revival, che è chiara nei rimandi metacinematografici di cui è pregno e nei piccoli “easter egg” nascosti (altra caratteristica dei blockbuster contemporanei che tanto stuzzica gli appassionati). Ma il sapore anni ’80 in questo caso è garantito dalla bravura del regista nell’assorbire quei riferimenti, metabolizzarli e da lì creare un’opera in grado di reggersi da sola, senza cadere in ciniche operazioni costruite a tavolino.

E nonostante in questo nuovo IT non ci sia una sola idea davvero inedita su come trattare la paura ed incutere timore attraverso il linguaggio del cinema, l’eleganza di Muschietti emerge nella maniera del tutto personale con cui mette in scena una idea visiva del terrore raffinata e dal grande impatto, adattandola al tempo che cambia (non c’è nessun mostro della Universal che prende vita e un po’ dispiace che nessuno abbia pensato di inserire Freddy Krueger) e rendendola coerente con il racconto. La CGI non prende mai il sopravvento sugli attori in carne ed ossa e su quel gusto artigianale di costruire la tensione con gli elementi di scena ed il trucco. Gli appassionati del genere saranno contenti di sapere che il magro “saltatore” è in realtà il camaleontico Javier Botet di Crimson Peak e La Madre

Non c’è quella vena mitopoietica del romanzo originale, che andava a sfociare persino nella cosmogonia, ma la rappresentazione di Pennywise come un feticcio delle paure dei giovani protagonisti: paure che sono appunto infantili, grottesche e persino involontariamente ridicole (non a caso gli “incubi” più cupi sono quelli di Beverly, la più grande anagraficamente). Ed è proprio in questo senso che IT svolge un lavoro fenomenale nella “storia di formazione”, grazie anche ad una selezione del cast davvero sopraffina e dalle pochissime sbavature. Se King dedicava un centinaio di pagine a personaggio, la versione cinematografica, che non può per ovvie ragioni prendersi così tanto tempo per presentare i propri protagonisti, non solo riesce a dare una backstory appassionante e credibile ai giovani ragazzi (anche se non a tutti), ma riesce persino a lasciare intravedere quel “male” più esteso che è la comunità di Derry nel suo insieme. È un cinema in grado di inscenare il marcio di una cittadina che si alimenta di nefandezze e cattiverie ed allo stesso tempo di dare forza ai personaggi che queste malvagità combattono.

Il “rating-R” non è più qualcosa da evitare

Ma c’è un aspetto prettamente commerciale che non va sottovalutato e che può rappresentare davvero un momento di cambiamento per una industria (quella del cinema americano) che spesso viene accusata di tirare i remi in barca e di perdere coraggio quando si parla di progetti dalle grandi aspettative economiche. Dopo il clamoroso successo di Deadpool qualcosa è cambiato nel modo di pensare il blockbuster ed il famigerato “rating-R”, che impone un divieto in sala per le fasce di pubblico più giovani, è passato da tabù a ghiotta occasione per puntare anche ad un target di persone interessate ad opere più dirette e meno edulcorate. E se già Logan (ed il suo successo al box office) aveva in qualche modo confermato questo trend, adesso gli incassi record di IT possono decretare la nascita di una nuova idea di cinema adulto ma popolare.

Pur non rappresentando certamente la festa del gore e dello splatter, questa nuova trasposizione del romanzo di King non viaggia con il freno a mano e riesce ad indovinare alcune sequenze dalla grande inquietudine (tenendo sempre ben in mente la giovanissima età delle vittime che non permette la stessa libertà di azione che si ha quando si lavora con protagonisti quarantenni). In questo Muschietti riesce cambiando radicalmente pelle anche al proprio antagonista: il Pennywise di Bill Skarsgård è decisamente più demoniaco e meno umano del suo predecessore televisivo, che basava invece la sua forza sulla somiglianza con i veri clown del circo.

Così IT non solo rappresenta un horror ben confezionato e dai valori produttivi altissimi, ma anche una boccata di aria fresca in un genere che spesso vive di estremi, tra la violenza esibita di Saw ed Hostel e quella camuffata di certi prodotti per teenager. Muschietti cerca invece di coinvolgere una nuova generazione di spettatori e contemporaneamente attirare, con il pretesto della nostalgia, chi ancora ricorda il giorno in cui da bambino è rimasto traumatizzato dal pagliaccio di Tim Curry

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

Cinema

Finché morte non ci separi (Ready or Not), una dark comedy che vira dal bianco nuziale al rosso più pulp

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Grace (la bellissima e brava Samara Weaving, nipote del celebre Hugo), sta per convolare a nozze con il suo amato Alex (Mark O’Brien). Ma attorno al loro matrimonio serpeggia un’atmosfera di inquietante malcontento e mistero, tra occhiate velenose e ghigni sardonici. Membro della nobile nonché ricchissima casata dei Le Domas (famiglia di sangue blu resa ancora più ricca dal business del gioco), Alex non ha mai nascosto alla sua ragazza di appartenere a una famiglia a dir poco stravagante. Ma non è tutto. La sera stessa delle nozze, infatti, a unione ufficializzata, Grace verrà coinvolta dai suoceri e da tutta la parentela al completo a far parte di una tradizione di famiglia, un vero e proprio rito di iniziazione legato al mondo dei giochi e a un patto (in nome del successo) stilato con un signor diavolo di nome Le Bail. La novella sposina dovrà estrarre una carta che indicherà il tipo di gioco (e forse di destino) che le spetta prima di entrare a far parte del “privilegio” associato al “Regno” dei Le Domas. A quel punto, però, restare in vita diventerà il suo unico obiettivo.

a ready or not review rich people horror villains

“Che cosa ti è successo? Parenti acquisiti…” 

Nella parabola horror e nel finale dissacrante si cela tutta la portata soprattutto metaforica di questa sinistra dark comedy ben scritta, e interpretata (nel cast anche Andie MacDowell e il noto Adam Brody della serie di successo The OC) che porta la firma dei registi Tyler Gillett e Matt Bettinelli-Olpin. Nell’estremizzazione del concetto di unione e di adesione per forza di cose alla famiglia del coniuge acquisito,  Finché morte non ci separi evidenzia la discesa agli inferi di una ragazza dai lineamenti angelici ritrovatasi per amore e istinto tra le grinfie di una famiglia di psicopatici, costretta a scorciare l’abito e imbracciare le armi pur di sopravvivere. Nobili, ricchi e portatori di quell’aura arrogante di privilegio della ricchezza che spesso e volentieri deve però sottostare a ferrei compromessi, i Le Domas mostreranno in corso d’opera tutta la follia di cui sono capaci, inoculata nella loro bellissima magione, e innaffieranno con il loro nobile sangue la purezza di una giovane donna colpevole di aver seguito il proprio cuore. Virata dal candore immacolato dell’abito nuziale al rosso sangue mortifero generato da un gioco al “Nascondino” non propriamente classico, questa commedia made in USA nasconde nel sottotesto della sua eccentrica follia una critica dissacrante alla società odierna, dove lo status quo e il volere di pochi mettono costantemente sottosopra e a repentaglio la vita e l’innocenza di molti.

ready or not

Nella metafora di un’unione emblematica come quella del matrimonio e nel sempreverde sadismo portato dalle parentele (più o meno acquisite – Parenti serpenti docet) Finché morte non ci separi cavalca l’estetica pulp per veicolare il concetto di normalizzazione della follia, lo schema secondo cui quello che si è sempre visto fare tra le mura della propria casa rappresenta poi (anche all’esterno) la realtà e normalità effettiva del proprio percepire e sentire. Dalle stelle (un matrimonio da sogno con il principe azzurro) alle stalle (la fossa caprina) e in un profluvio di sangue versato, dall’illusione di un mondo patinato alla realtà di un mondo malato, la parabola di Grace all’interno di casa Le Domas ha tutto il valore di una estrema resilienza umana e sociale di fronte ai soprusi, di fronte alle armi, di fronte alla prevaricazione del più forte sul (presunto) più debole. Una carrellata graffiante e non banale sulla controversia dei rapporti più stretti (le parentele) o allargati (le società) dove la possibilità di divorzio assume infine tutto il peso ideologico di una trovata o ritrovata libertà. 

Diretta a quattro mani dai registi Tyler Gillett e Matt Bettinelli-Olpin, Finché morte non ci separi è una dark comedy di puro intrattenimento che nasconde al suo interno una critica graffiante alle unioni tutte, più o meno strette e consapevoli. Una storia emblematica di “nozze pericolose”, che infila le sottotrame più horror di un matrimonio dai risvolti a dir poco oscuri.  

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3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

Hole – L’Abisso: la nuova terrificante clip dell’horror di Lee Cronin

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Per gli appassionati del genere horror, il film sarà distribuito da Midnight Factory etichetta horror di Koch Media. Scritto e diretto dal regista pluripremiato Lee Cronin, è interpretato da Seána Kerslake, James Quinn Markey, Kati Outinen e James Cosmo. La critica internazionale lo ha già definito “Il nuovo Babadook”. Ecco una nuova, spaventosa clip del film Hole – L’Abisso, intitolata “Vuoi mangiare?”

La sinossi di Hole – L’Abisso: Provando a sfuggire dal passato, Sarah (Seána Kerslake) decide di iniziare una nuova vita con suo figlio Chris (James Quinn Markey) ai margini di una piccola cittadina rurale. Dopo la scoperta di una misteriosa buca nella vasta foresta che confina con la loro nuova casa, Sarah deve lottare per scoprire se i cambiamenti inquietanti che si manifestano nel suo bambino sono una trasformazione riconducibile a quell’abisso, apparentemente ben più sinistro e minaccioso delle sue stesse paure materne.

Hole – L’Abisso sarà nelle sale cinematografiche da giovedì 10 ottobre.

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Cinema

Pet Sematary in DVD, Blu-ray e Steelbook 4k Ultra HD con un finale inedito e scioccante

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Definito “materiale da incubo” (Peter Travers, Rolling Sone) e “assolutamente terrificante” (Erik Davis, Fandango), il nuovo agghiacciante adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary è in arrivo l’11 settembre in Dvd, Blu-ray e Digital HD con Universal Pictures Home Entertainment Italia.

Le edizioni casalinghe in formato Blu-ray e Steelbook 4k Ultra HD, in particolare, contengono oltre 90 minuti di contenuti speciali, tra cui scene eliminate ed estese da brividi, uno scioccante finale alternativo, uno sguardo ai personaggi principali, materiale dal dietro le quinte, interviste al cast e molto di più. Un pezzo imperdibile per ogni fan di Stephen King che si rispetti, Pet Sematary è un viaggio emozionante, perverso e terrificante. Il film sarà inoltre disponibile nell’imperdibile formato steelbook 4k Ultra HD, che contiene anche il disco Blu-ray, in esclusiva presso i principali rivenditori online e in-store: Amazon, Feltrinelli, Mediaworld, IBS e Mondadori.

Sinossi: Dopo che la famiglia Creed si trasferisce da Boston alla campagna dei Maine, scoprono presto un antico cimitero nascosto nei boschi vicino alla loro nuova casa. Quando la sua famiglia viene colpita da una tragedia, una reazione a catena scatena terribili conseguenze. Alcuni segreti sono meglio lasciati sottoterra.

CONTENUTI SPECIALI NEI FORMATI DVD, BLU-RAYTM e 4k ultra HD:

  • Finale alternativo
  • Scene eliminate ed estese
  • Terrore notturno
  • La storia di Timmy Baterman
  • E molto altro all’interno del disco Blu-ray!

 

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