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Jessica Chastain al Giffoni 2013

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Ieri, 21 luglio, il Giffoni Film Festival ha accolto con grande piacere e calore l’attrice rivelazione degli ultimi anni, Jessica Chastain, nata in California nel 1977. Dopo una formazione nel teatro e nella danza presso la prestigiosa Juilliard School, la Chastain esordisce a teatro interpretando ruoli importanti in Romeo e Giulietta, Come Vi Piace, Furore, e poi si avvicina alla televisione dopo che il produttore e regista John Wells si accorge di lei. L’esordio al cinema arriva nel 2008 con il ruolo da protagonista in Jolene di Dan Ireland e da quel momento in poi abbiamo potuto apprezzare il suo talento e la sua recitazione intensa ed espressiva in film come The Tree of Life di Terrence Malick, The Help di Tate Taylor, Wild Salome di Al Pacino, Lawless e il recente e discusso Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow che le è valso il Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico. La sua capacità di mettersi alla prova anche in generi diversi, dalla commedia al dramma, dal film impegnato politico alla complessità della poetica cinematografica di Malick, fino all’horror con La Madre di Guillermo Del Toro, Jessica Chastain ha dimostrato una maturità professionale e un amore incondizionato per il suo lavoro, lontano dai soliti clichè dell’attrice hollywoodiana. Al Giffoni si è presentata come un artista disponibile e vicina al pubblico, con eleganza e raffinatezza degne di una grande attrice del passato e, in attesa di vederla nei prossimi progetti, come La Scomparsa di Eleanor Rigby di Ned Benson, o in Miss Julie di Liv Ullman e nell’attesissimo nuovo film di Christopher Nolan Interstellar, vi proponiamo le risposte che la Chastain ha dato alla stampa e ai ragazzi del Giffoni all’interno della Sala Truffaut della Cittadella del Cinema.

IMG_0379Quando hai letto la sceneggiatura di The Tree of Life hai accettato subito il tuo ruolo?

La sceneggiatura di The Tree of Life l’ho letta dopo averla avuta dal regista, ma la parte l’avevo già accettata prima. Spero che dal film si possa fare un romanzo. Il personaggio della madre mi ha impaurito perchè è così piena di grazia e appartenente ad un’altra dimensione. Mi sono preoccupata molto di come interpretarlo.

Qual’è la traccia che ogni ruolo lascia dentro di te?

Recitare è un’occasione per diventare qualcun altro anche se diverso dalla persona che sono io. Mettersi nei panni di qualcun altro è interessante e divertente. Per esempio dopo aver fatto Zero Dark Thirty mi sentivo tosta e in grado di combattere contro qualcuno per un’idea.

Che ne pensi di come il film The Help affronta il tema del razzismo?

Penso che parla di diverse forme di razzismo, affrontando il problema più in generale della discriminazione. Il mio personaggio in fondo è anch’esso vittima di una discriminazione. Per quella parte ho messo un grande cuore e ho cercato di far uscire tutto l’amore che avevo dentro.

Ti piace lavorare più in teatro o al cinema?

Mi piacciono entrambi, mi interessano più i vari ruoli che devo interpretare e i diversi personaggi perchè imparo molto da ognuno di loro. Amo il teatro perchè pubblico e attori sono insieme nella stessa stanza. Mi ricorda le lezioni di recitazione con quella dimensione più intima.

Progetti futuri?

La Scomparsa di Eleanor Rigby che racconta la crisi di una coppia di New York dal punto di vista del personaggio maschile e di quello femminile. Poi Miss Julie di Liv Ullmann che uscirà nel 2014 e ho fatto poco tempo fa i primi test di trucco per Interstellar di Nolan, ma è un progetto top secret.

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Quale personaggio senti più vicino nel tuo quotidiano?

La risposta non ce l’ho, ma mi sono divertita molto in The Help perchè ho tirato fuori alcune parti di me. Non sono simile a Maya di Zero Dark Thirty, così maniacale e cervellotica, ma mi sono messa in contatto con lei per la passione che condividiamo entrambe per il lavoro.

Cosa aiuta le persone a restare giovani?

Sorridere, ridere e amare sempre.

Cosa pensavi di Katrhyne Bigelow prima di lavorare con lei?

Avevo visto Point Break della Bigelow per cui già amavo questa regista. Mentre lavoravo a La Madre a Toronto la Bigelow mi ha chiamato sul cellulare per chiedermi se fossi interessata a lavorare con lei e ho dato di matto in macchina :) perché ero felicissima e onorata dell’occasione.

Sei rimasta delusa per i tagli al film To the Wonder?

Malick è una delle persone che preferisco al mondo. Stavo girando The Help e lui mi ha chiamato dicendo di passare a salutare sul set mentre girava questo film. Prima di andare tanti mi hanno avvertito che se passavo dal set mi avrebbe chiesto di partecipare al film…io l’ho fatto volentieri ma poi la parte non è stata inserita nel film ma non ci sono rimasta male. Lui è così scientifico, spirituale, fa fluire se stesso nei suoi film. Non sono delusa perchè quella parte non esisteva nemmeno sul copione

Cosa ti ha colpito di The Help e la storia così particolare? Avevi letto il romanzo?

Ho letto la sceneggiatura e poi il romanzo e mi ha scioccato che ci fossero solo personaggi femminili. E’ raro anche trovare solo due personaggi femminili in un film ora come ora. L’ho interpretata come una storia di grande amore, e quell’atmosfera si è ricreata anche sul set tra noi attrici…il taglio sul razzismo, lo sguardo sulla realtà degli anni 60 è stata scioccante per me. Accogliere una persona che cura tuo figlio ma usa un bagno diverso…mi ha sorpreso e appassionato.

Come è lavorare con Malick sul set?

L’ esperienza con Malick è stata meravigliosa, ci si sentiva come in un campo estivo in cui noi ci siamo immersi e siamo diventati per quei mesi ognuno il nostro personaggio. Io per esempio mi prendevo cura dei bambini anche quando non giravamo. Non è preciso e direttivo come regista, ma ti spiega come vorrebbe fosse girata una scena e a volte ho dovuto anche consultare l’enciclopedia per capire cosa intendesse. Ma per sei mesi e mezzo è stata la nostra vita, non solo lavoro.

IMG_0389Cosa vuol dire per te diventare una grande attrice e cosa pensi del successo?

Non ho mai visto la mia carriera dal punto di vista della fama e dei soldi, ma per cosa significa essere un attore seguendo l’ispirazione e la crescita personale e professionale. Non cerco di fare filmoni di grande incasso ma film che mi aiutino nella crescita personale e professionale. Professionisti come Al Pacino, Vanessa Redgrave, e Malick con cui ho lavorato mi sono di ispirazione.

Cosa consiglieresti ai giovani che sognano di fare il tuo mestiere? Come si può inseguire un sogno?

Bisogna essere fortunati nell’ industria del cinema, ma è importante studiare ed essere preparati quando la fortuna bussa alla porta. Bisogna lavorare su se stessi e trovare il successo nella propria felicità. Essere curiosi di tutto (Se Malick avesse bisogno di un attore che sappia suonare l’oboe in un film? Chi sarebbe pronto?).

Hai mai pensato alla regia?

Non ci ho mai pensato, ma forse nel futuro mi piacerebbe insegnare alla Juilliard, aiutare i giovani attori a trovare il varco dentro di loro e superare i loro blocchi. Adesso non posso, ma forse nel futuro sarò in grado di offrire a loro il mio bagaglio.

VIDEO DAL GIFFONI

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Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Stateless | quello che sappiamo sulla nuova serie con Cate Blanchett

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Con l’avvento del coronavirus il tema dell’immigrazione e dei rifugiati è passato momentaneamente in secondo piano, con la psicosi collettiva (amplificata e non poco dal sensazionalismo mediatico) che domina le pagine dei telegiornali. Il festival del Cinema di Berlino, in corso proprio in questi giorni, sembra per ora non risentire eccessivamente del chiacchericcio intorno al flusso epidemico e proprio alla kermesse tedesca, nelle sezione Berlinale series, è stata appena presentata Stateless, nuova serie televisiva ideata, prodotta e interpretata da Cate Blanchett che si concentra proprio sul cruciale argomento, sempre attuale in ogni angolo del mondo, della ricerca di una vita migliore da parte di coloro che vivono nelle aree più povere del pianeta o sono in fuga da situazioni di guerra.

La prima stagione, in sei puntate, è stata acquistata da Netflix che la manderà in onda nel corso dell’anno dopo la trasmissione in anteprima assoluta sulla rete australiana ABC, che ha commissionato il progetto, il prossimo 1 marzo.

Stateless | Una storia dei nostri giorni

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Una drammatica scena di Stateless

Cosa sappiamo ad oggi di Stateless? La sinossi è, come prevedibile vista l’imminente uscita in patria e il debutto a Berlino, già disponibile. La storia racconterà le parallele vicissitudini di quattro personaggi che si ritrovano a condividere le proprie esperienze in centro detentivo per l’immigrazione situato nel deserto australiano. I protagonisti sono Sofie Werner, una hostess di compagnie aeree in fuga da un misterioso culto, il rifugiato di origini afghane Ameer che sta scappando dalla persecuzione nel suo Paese, il padre di famiglia Cam Samford che si trova in gravi difficoltà economiche e deve badare ai tre figli e la burocrate Claire Kowitz, reduce da un recente scandalo.

Tra il quartetto si instaurerà un solido legame nonostante la situazione diventi più difficile per ognuno di loro giorno dopo giorno. La sceneggiatura si ispira a fatti realmente accaduti, avvenuti nel 2004 e coinvolgenti una cittadina tedesca trattenuta illegalmente, liberamente adattati per risultare maggiormente incisivi e coniugare al contempo impegno civile e un maturo intrattenimento per il grande pubblico.

Leggi anche: Cate Blanchett, 5 curiosità sull’attrice ospite alla Festa del Cinema di Roma 2018

Stateless | Un progetto importante

Yvonne Strahovski è Sofie Werner

Cate Blanchett interpreterà un ruolo di supporto, quello di Pat, che segna anche la sua prima effettiva partecipazione davanti alla macchina da presa in un format destinato al piccolo schermo. L’attrice è da tempo ambasciatrice dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e ha lavorato in prima persona alla creazione della serie, scritta con la collaborazione di Tony Ayres ed Elise McCredie.

Il cast di Stateless è quello delle grandi occasioni, con volti noti del panorama sia televisivo che cinematografico come Yvonne Strahovski (Chuck), Dominic West (The Wire) e Jai Courtney e interpreti meno conosciuti di provenienza autoctona, mentre in cabina di regia si alternano, per tre episodi ciascuna, Jocelyn Moorhouse (The Dressmaker – Il diavolo è tornato) ed Emma Freeman (Glitch). La Blanchett ha dichiarato “Stateless è frutto di un lavoro di anni e la diffusione worldwide su Netflix è il mezzo migliore per diffondere su scala globale spunti di riflessione sulla logica di protezione dei confini attraverso una storia dal carattere universale“.

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Berlinale

Berlino 70 | My Salinger Year, la recensione del film di apertura

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my salinger year

Johanna è una giovane aspirante scrittrice che vive in una avvolgente e tenue New York degli anni 90. Il suo sogno è uno di quelli tenuti nel cassetto da tutti coloro che tentano di realizzarsi tra le strade della grande mela, come se quella città, da sempre fonte di ispirazione di cineasti e poeti, avesse dei poteri magici. Quando inizia a lavorare come assistente di Margaret, la famosa agente letteraria di scrittori di successo come J.D. Salinger, Johanna si avvicina un po’ di più al mondo della letteratura, seppur da una diversa prospettiva.

Oltre a rispondere al telefono e assecondare i capricci del capo, le viene assegnato il compito di leggere le numerose lettere indirizzate al celebre scrittore de Il Giovane Holden. Colpita dalle riflessioni e confessioni dei vari ammiratori di Salinger, Johanna comincia a rispondere, andando incontro ad alcune inevitabili conseguenze.

my Salinger year

Sigourney Weaver in My Salinger Year

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Il regista Philippe Falardeau sembra voler portare sullo schermo queste parole dello scrittore americano con il film My Salinger Year che ha aperto la 70° edizione del festival di Berlino.

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La sua protagonista, interpretata da una carismatica e tenera Margaret Qualley, ha l’occasione di ricevere preziosi consigli da Salinger in persona attraverso una serie di telefonate improvvisate. Cosa può volere di più una ragazza che sogna di diventare scrittrice ed è in cerca della sua grande occasione? Il film di Falardeau si nutre di una storia delicata, emozionante, immersa in un’atmosfera che ricorda i film di Woody Allen senza jazz di sottofondo. 

Ispirato al romanzo Un anno con Salinger di Joanna Rakof, My Salinger Year esplora il fascino del mondo della letteratura e dell’editoria di un periodo storico in cui non si avverte la minaccia della scrittura digitale e l’assenza degli smartphone permette ai vari personaggi una maggiore consapevolezza di quello che accade intorno a loro. Mentre di rado appare la presenza misteriosa di J.D. Salinger sempre di spalle per scelta del regista, al centro della sceneggiatura il rapporto tra Margaret e Johanna, due donne così diverse accomunate da un’esperienza comune che le fa crescere e maturare, ognuna a suo modo. La dinamica tra loro sembra ricordare quella di Miranda Priesley (Meryl Streep) e la giovane sognatrice Anne Hathaway. Infatti un difetto del film – se può considerarsi tale – è l’eccessiva similitudine con la commedia di David Frankel del 2006.

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Margaret Qualley My Salinger Year

Margaret Qualley in My Salinger Year

All’inizio Margaret e Johanna sono come due pianeti diversi che piano piano si connettono e riescono a condividere una visione. My Salinger Year è un film intimo, adorabile e senza pretese, che ci invita a credere nelle proprie ambizioni fino alla fine, magari dando una sbirciatina a chi ce l’ha fatta prima di noi.

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Berlino 2020 | 10 film da non perdere al festival tedesco

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Dopo Cannes e Venezia, è sicuramente l’evento più atteso dai cinefili di tutto il mondo: stiamo naturalmente parlando del Festival internazionale del cinema di Berlino, la cui 70ª edizione si terrà nella capitale tedesca dal prossimo 20 febbraio. L’ambito premio finale, il celeberrimo Orso d’oro, è uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel mondo della Settima Arte, ma tra sezioni parallele e proiezioni fuori concorso sono tantissimi i titoli che promettono emozioni e sorprese nel corso della kermesse. Per l’occasione abbiamo deciso di dare un’occhiata a dieci titoli che faranno sicuramente parlare durante l’imminente manifestazione tedesca, scopriteli insieme a noi!

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My Salinger Year

Apriamo le danze proprio con il film che avrà il compito di inaugurare il festival, ossia My Salinger Year. Scritto e diretto dal canadese Philippe Falardeau, conosciuto per il raffinato comedy-drama Monsieur Lazhar (2011), il film è tratto dall’omonimo libro autobiografico di Joanna Rakoff, giornalista freelance e collaboratrice del noto scrittore J. D. Salinger: la donna aveva il compito di rispondere alle numerose lettere indirizzate all’autore, conosciuto per il suo carattere schivo. Nei panni della protagonista la lanciatissima Margaret Qualley, “Manson girl” in C’era una volta a… Hollywood (2019), in un cast che vanta anche la presenza di Sigourney Weaver.

The salt of tears

Philippe Garrel, regista tra i fondatori della cosiddetta new wave del cinema francese, firma un film drammatico incentrato sulla relazione tra Luc, un ragazzo di provincia giunto nella capitale transalpina per entrare in una prestigiosa accademia universitaria, e la coetanea Djemila. Una breve avventura destinata a terminare quando il protagonista deve far ritorno nella sua città natale, dove inizia a frequentarsi con Geneviève. Il fim, co-scritto da Garrel insieme ad i suoi storici collaboratori Arlette Langmann e Jean-Claude Carrière, vede nel cast vecchi e nuovi volti del cinema nazionale come Oulaya Amamra, André Wilms, Logan Antuofermo, Louise Chevillotte e Souheila Yacoub.

The Woman who Ran

Hong Sang-soo, regista sudcoreano amato non solo dagli appassionati del cinema orientale e già premiato in carriera sia a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, che a Locarno con il Pardo d’oro, firma un ambiguo e torbido dramma con protagonista una donna. Gamhee organizza un incontro con tre amici mentre il marito si trova fuori città per lavoro, e la reunion rischia di scatenare reazioni contrastanti, tra svolte più liete ed altre più amare. L’autore, noto per un cinema ellittico e improntato sui rapporti umani, è pronto ancora una volta ad offrire emozioni genuine e verosimili al pubblico.

Days

Vincitore di due Orsi d’argento (il premio speciale della giuria), rispettivamente per Il fiume (1997) e Il gusto dell’anguria (2005), il regista taiwanese Tsai Ming-liang torna a Berlino con un dramma che farà discutere, incentrato sul rapporto omosessuale tra due uomini, Kang e Non, che si incontrano e si perdono nello scorrere ineluttabile dei giorni. Unico titolo in lingua cinese nella competizione principale, il film segna l’ennesima collaborazione dell’autore con il suo inseparabile attore feticcio Lee Kang-sheng.

Siberia

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Abel Ferrara, da sempre autore di opere controverse e spesso illuminanti, presenta un’opera con protagonista Willem Dafoe, con il quale ormai da qualche anno ha luogo un rapporto di profonda amicizia anche fuori dal set. Il popolare attore interpreta Clint, uomo alla ricerca della serenità perduta e andato a vivere in una baracca tra i ghiacci, dove gestisce un locale che si rivela fondamentale per i coraggiosi turisti che si addentrano in quelle zone fredde e inospitali. Ma quando la pace tanto agognata non arriva, il protagonista sceglie di partire per un viaggio senza meta in compagnia dei suoi cani da slitta, cercando di ritrovare il senso di vivere.

The roads not taken

Un cast delle grandi occasioni per il nuovo film di Sally Potter, regista di opere raffinate del calibro di Orlando (1992): tra i tanti attori coinvolti citiamo Javier Bardem, Elle Fanning, Salma Hayek e Laura Linney. La storia della pellicola segue per una giornata intera la giovane protagonista, una ragazza poco più che adolescente, che deve badare al padre, vittima di problemi mentali che condizionano la sua vita di tutti i giorni.

First Cow

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Salita definitivamente agli onori delle cronache cinefile nello scorso decennio, con opere raffinate e conturbanti come il western al femminile Meek’s Cutoff (2012) e il più recente Certain Women (2016), Kelly Reichardt è ormai uno dei nomi di punta della scena indie d’Oltreoceano. In quest’occasione la regista si concentra sul rapporto tra un cuoco e un immigrato cinese che si organizzano per creare un’attività di successo, le cui fortune dipendono da una mucca di proprietà di un loro vicino.

Undine

Il regista “di casa” Christian Petzold, conosciuto anche dal pubblico italiano per lavori come La scelta di Barbara (2012) e Il segreto del suo volto (2014), torna al Festival con una storia drammatica che farà sicuramente discutere visto il tema trattato. La trama di Undine infatti vede l’omonima protagonista, una ragazza che lavora come guida di un museo, meditare di uccidere il suo fidanzato, colpevole di averla lasciata. Ma l’incontro con un altro uomo potrebbe cambiare il suo intento omicida.

Volevo nascondermi

Conosciuto anche con il titolo internazionale Hidden Away, il nuovo film del “nostro” Giorgio Diritti vede per protagonista Toni, figlio di emigranti, la cui vita cambia completamente dopo l’incontro con lo scultore Mazzacurati, che riaccende in lui la passione per la pittura e lo trasforma in un rinomato artista. La storia è ispirata alla storia del pittore Antonio Ligabue, qui interpretato da un irriconoscibile, per via del sensazionale make-up, Elio Germano.

The Intruder

Dopo il poliziesco Morte a Buenos Aires (2014), la regista Natalia Meta firma un’altra produzione di genere con un thriller psicologico che promette sussulti ed emozioni. La trama di The Intruder vede infatti per protagonista la giovane Ines, una ragazza colpita da disturbi del sonno che le provocano incubi sempre più crudi e realistici durante i quali le figure che incontra cercano di impossessarsi del suo corpo e, forse, della sua anima. Nel ruolo principale troviamo Erica Rivas, già vista in alcune recenti cult del cinema in lingua latina come Storie pazzesche (2014), mentre un’attrice di razza come Cecilia Roth è presente in una parte secondaria.

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