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Recensioni

Jungle Cruise | La nuova avventura targata Disney con Emily Blunt e The Rock

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Jungle Cruise

Presentato in anteprima a #Giffoni50Plus e distribuito da Walt Disney Pictures, Jungle Cruise sbarca finalmente nelle sale italiane il 28 luglio – e il 30 luglio su Disney+ con accesso VIP – dopo la lunga attesa.

Jungle Cruise | La trama

Nella prima decade del Novecento, Lily Houghton (Emily Blunt) è sulle tracce delle lacrime della luna, un albero leggendario del Sud America con dei poteri guaritori. Al suo fianco c’è il fratello MacGregor (Jack Whitehall), che la aiuta in questa sua pericolosa impresa, anche perché alle donne non sono ancora concesse molte libertà. Purtroppo però la Royal Society non sembra sia intenzionata ad andare loro incontro, motivo per cui Lily decide di sbrigarsela in maniera “alternativa”.

Emily Blunt e The Rock in una scena del film

L’incontro con il simpatico e intraprendente Frank Wolff (Dwayne “The Rock” Johnson) permette ai due di addentrarsi nella giungla, braccati da un uomo d’affari di nome Nilo (Paul Giamatti), che ha dei conti in sospeso con il capitano. Ma nel corso della traversata, in tanti cercheranno di fermarli e i tre dovranno far fronte comune per riuscire nella missione.

La nascita del progetto da un’attrazione da luna park

La pellicola, diretta da Jaume-Collet Serra, prende ispirazione da un’attrazione situata in alcuni parchi Walt Disney (a Tokyo, Hong Kong e in California). In passato la stessa operazione di adattamento era stata sviluppata dai Pirati dei Caraibi (la cui giostra si trova anche a Disneyland Paris). Il grandissimo successo della prima pellicola, La maledizione della prima luna, aveva dato vita a una saga apprezzatissima e seguita, tanto che si parla di un sesto capitolo in lavorazione.

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Mentre si attendono poi aggiornamenti su Tower of terror, bloccato dalla causa che vede impegnate Scarlett Johansson contro la Disney, possiamo ammirare e godere delle suggestioni offerte da Jungle Cruise.

Il mix di riferimenti, tra Jumanji e Pirati dei Caraibi

Perfettamente in linea con l’idea di attrazione da luna park, il film risulta un buon prodotto di intrattenimento, adatto alle famiglie e ai più piccoli. Una volta saliti a bordo dell’imbarcazione, abilmente capitanata da The Rock, ha inizio un’avventura tra Indiana Jones, Jumanji e La mummia. I riferimenti alle suddette opere, così come quelli ai Pirati dei Caraibi, sono tantissimi, disseminati qui e là nel corso della narrazione.

Edgar Ramirez in una scena del film

Mescolandoli tutti, forti di una maestria stilistica indiscutibile e di una preziosa visione d’insieme, è difficile non raggiungere quel grado di divertimento, emozioni e coinvolgimento che rende il progetto alquanto appetibile.

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Semplice e lineare, la trama procede senza grosse sorprese, ma poco conta. Spetta infatti agli elementi esotici, offerti dalle location – le isole Hawaii – e dalle situazioni in cui finiscono i protagonisti, rappresentare il punto di forza di Jungle Cruise. Grazie a un esperto quale Jaume-Collet Serra viene restituita la giusta atmosfera e lo spettatore può immergersi nel vivo delle vicende, tornando in qualche modo bambino.

Cinema

The Black Phone | la recensione dell’audace horror con Ethan Hawke

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The Black Phone | la recensione dell’audace horror con Ethan Hawke
3.6 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il nuovo lavoro di Scott Derrickson sembra il collaudo di un horror che ha bisogno che i suoi meccanismi girino un po’ a vuoto prima di poter mettere in moto la macchina. The Black Phone è infatti un film che rimanda costantemente l’esplosione di violenza, in cui le uccisioni avvengono prevalentemente fuori campo, negate allo sguardo dello spettatore tramite dissolvenze che sembrano indicare delle prove di accensione smorzate sul nascere. Pur attingendo a piene mani dal microcosmo convenzionale di Stephen King (il racconto che ispira il film è firmato da suo figlio Joe Hill), frequentato da bambini costretti a diventare adulti prima del tempo, genitori inetti e clown terrificanti con i loro palloncini, lo stesso l’horror di Derrickson sembra una versione cadaverica di quel tipo di racconto, un affascinante quanto spiazzante Stand By Me dall’oltretomba. Quella che arriva a chi guarda è solo l’eco di quel cinema anni Ottanta a cui il film chiaramente si ispira: una voce lontana e inquietante che proviene da un mondo che non c’è più e che è diventato inevitabilmente terreno di fantasmi e presenze invisibili. The Black Phone annulla così l’effetto nostalgia, trasla le classiche meccaniche di It o dei Goonies nel regno degli inferi e le disincarna dal corpo cinematografico che le reggeva.

Come uno degli impalpabili aiutanti suggerisce al giovane protagonista, che si trova rinchiuso in un seminterrato dopo essere stato rapito da un predatore di bambini: «Se non giochi, non può vincere». Ed è questo il consiglio che lo stesso Derrickson segue per il suo film, sempre reticente nel rispettare le regole che il genere imporrebbe e refrattario ad ogni spinta che vorrebbe ricondurlo nel campo d’azione più tradizionale. La lurida prigione sotterranea in cui è relegato Finney è solo il “riflesso del male” di ciò che avviene quotidianamente a livello della strada: se la realtà scolastica e cittadina emerge come un contesto durissimo, in cui bisogna essere pronti a sferrare e a incassare pugni, in cui è necessario avere le nocche sporche di sangue per essere rispettati, dallo scantinato si può invece scappare solo grazie alla solidarietà tra coetanei che hanno condiviso un comune destino di abusi. Un’idea mutuata dal cinema di Guillermo Del Toro, in cui il senso di fratellanza che gli esseri umani, specialmente i bambini, riscoprono dopo essere passati dall’altro lato, prevale su ogni contrasto esistente in vita (e d’altronde già ne La spina del diavolo il piccolo Carlos veniva aiutato da un ragazzino fantasma nel suo tentativo di fuga e sopravvivenza).

Allo stesso tempo, però, The Black Phone sembra anche essere un compendio di tutta la principale produzione Blumhouse fino a questo momento: le maschere de La notte del giudizio, la grana delle immagini in Super 8 ad indicare un presagio funesto come in Sinister, la complicità tra fratello e sorella già messa in scena con Oculus. Quello di Derrickson, come lo stesso antiquato telefono che dà il nome al suo film, è quindi un mezzo di comunicazione tra diversi piani narrativi e cinematografici: sopra e sotto, vecchio e nuovo, aldilà e mondo dei vivi. La guida del passato serve ad orientarsi correttamente nel presente, ma i vecchi modelli sarebbero solo un mucchio di cadaveri in assenza di un corpo “giovane” in grado di farli camminare su gambe nuove.

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Cinema

Elvis | il mito rivive in uno straordinario film a sua “dismisura”

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Elvis | il mito rivive in uno straordinario film a sua “dismisura”
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Ci sono persone che hanno sconfitto la storiografia e sono sfuggite alla ritrattistica diventando inafferrabili, non più oggetto di biografia ma di mitologia, ovvero di una forma di racconto che ha lo scopo di spiegare solo approssimativamente e con grande fantasia fenomeni dalle sconosciute e insondabili (almeno razionalmente) origini. Marylin Monroe (che avrà le sembianze di Ana de Armas nel prossimo biopic di Andrew Dominik per Netflix) o Elvis Presley, ad esempio. Confrontarsi con queste figure vuol dire necessariamente misurarsi con un’immagine irreplicabile: saldamente fissata nella mente e nei ricordi, già alla base di una propria sterminata iconografia, di un suo mondo inesauribile di copie, ripetizioni, variazioni, parodie, al punto che non è più davvero possibile tornare nuovamente all’originale per offrire una rappresentazione che non sia inevitabilmente l’ultima mano di colore sulle infinite passate di vernice che si sono accumulate.

Questo è forse un problema per i film biografici, ma senza dubbio anche un’occasione imperdibile per reinventarsi, per scuotere la palma da cocco di un genere cinematografico ancora troppo ancorato ai logori schemi di ascesa-caduta. Il nuovo film di Baz Luhrmann è così, molto intelligentemente, un anti Walk the Line: inventa un’altra forma disinteressandosi esplicitamente della psicologia della rockstar tormentata, del suo ego, delle sue ansie, ma invece rivendicando una genuina fascinazione per il miracolo della sua perfezione, per l’eccellenza umana che si impone in maniera disinvolta e, allo stesso tempo, incomprensibile. Come un accadimento che non permette riflessioni o disquisizioni sulle proprie cause.

Elvis | un biopic affascinato dal miracolo della perfezione

Non c’è la possibilità di capire perché Elvis sia Elvis o come lo sia diventato nel tempo: è perfetto senza aver fatto (apparentemente) nulla per raggiungere quello status e la sua perfezione non ha bisogno di ulteriori indagini perché in grado di giustificarsi esclusivamente attraverso la propria esibizione. Il che è abbastanza paradossale in un film che ha come attore principale qualcuno – Austin Butler – che perfetto non lo è affatto, riuscendo a somigliare al re del rock and roll non più di qualsiasi altro doppelgänger di Las Vegas. Eppure Luhrmann, ostinatamente, finge di non vedere l’impossibilità di un’emulazione credibile e costruisce la sua opera attorno all’idea di una superiorità manifesta, sulla base della quale vengono sabotati tutti gli schemi che negli ultimi anni sono stati pedissequamente seguiti da questo genere di film, a cominciare dalla questione del “talento”, non più frutto di ossessione, dedizione e allenamento costante, ma invece trattato come un dato acquisito dalla attribuzione quasi miracolosa.

Il ruolo di Tom Hanks

In tutto questo, lo sguardo dello spettatore finisce per coincidere con quello di Tom Parker, manager mefistofelico che vuole a tutti i costi possedere e imbrigliare quella forza della natura che si dispiega davanti a lui. Elvis viene spremuto fino all’ultima goccia da questo colonnello-antieroe che non riesce a staccargli gli occhi di dosso e che costantemente lo guarda attraverso feritoie e fessure, quasi in segreto e con aria ambigua, come se lo scrutasse per capire come faccia, per rubare il segreto di quel talento. Esattamente come il pubblico del film. Tom Hanks, truccatissimo e reso irriconoscibile, se non per la linea degli occhi, si aggira sulla scena come un demone, con il bastone da villain e lo sguardo meschino di chi brama di possedere quel corpo in costante agitazione per farne uno scettro del potere. I muscoli e le ossa attraverso i quali passa questo miracolo non sembrano però mai in grado di controllarlo, di deciderlo: il genio musicale, vocale e soprattutto fisico del cantante sembra imporsi su di lui. I suoi fianchi prendono il sopravvento sul palco senza che lui possa fare alcunché, se non accettare di essere il veicolo di una rivoluzione sessuale (prima americana e poi planetaria) che passa per il suo corpo.

È impossibile, dopo aver visto questo film, pensare ad un altro regista diverso da Luhrmann per mettere in scena la vita di Elvis. I suoi leggendari eccessi, ma anche e soprattutto il suo spiccato gusto per la finzione e l’artificio, si rivelano fondamentali in una storia il cui soggetto non poteva essere banalmente la carriera di un uomo, ma l’apparizione di un Dio tra la gente comune, di un messia che utilizza la musica come rito sacro che mette in contatto le persone con qualcosa di superiore (come nella splendida sequenza in cui le immagini dei suoi show si sovrappongono alle messe gospel a cui assisteva da piccolo) che in questo caso si trova però a livello del bacino. In un lento e progressivo disperdersi di energie e vitalità, il biopic del regista australiano si fa sempre più canonico e trova nella sua normalizzazione cinematografica il modo di esprimere la fatica e la tristezza di un uomo che sta raggiungendo la prematura fine. Quella fine che John Carpenter, nel suo film per la tv del 1979, rifiutò categoricamente, intrappolando Elvis in un finto fermo immagine, e che qui invece è anticipata da una emblematica ascensione verso il cielo.

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Biografilm Festival

Biografilm 2022 | Grossman, lo scrittore israeliano si racconta in un intimo documentario

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Biografilm 2022 | Grossman, lo scrittore israeliano si racconta in un intimo documentario
3.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

“Ho imparato qualcosa sulla mia scrittura da quando mio figlio, Uri, è stato ucciso. Ho imparato che c’è solo un modo per afferrare ciò che esiste oltre il muro impenetrabile della morte, la sensazione di non esistenza, e, allo stesso tempo, sentire la vastità di ciò che significa essere vivi accanto ad essa. Quel modo è scrivere. E questo è ciò che cerco di fare con la mia scrittura: esistere in entrambi i luoghi, anche solo per un breve momento”. David Grossman, pluripremiato scrittore israeliano, condivide queste sue riflessioni spiazzanti, private e intime davanti alla telecamera di Adi Arbel per il film-documentario che, ovviamente, presenta il suo cognome nel titolo.

L’autore indaga così la delicata e complessa connessione tra i suoi romanzi e la sua vita personale e ricorda, in una lunga confessione, le proprie origini e la propria infanzia. Nato a Gerusalemme nel 1954, con la madre casalinga che da sola cresceva lui e il fratello mentre il padre, autista di autobus, era fuori casa che faceva gli straordinari. Gli esordi da giovanissimo, dopo una delusione d’amore con una ragazza, a cui scrisse una lunghissima lettera, accorgendosi che tra quelle righe c’era già il nucleo della sua prima storia. Quella ragazza è poi tornata con lui ed è ancora lì accanto.

Il film, presentato nel corso della diciottesima edizione del Biografilm, sarà distribuito in Italia da I Wonder Pictures e arriverà sulla piattaforma IWonderFull il prossimo 21 giugno.

Biografilm 2022 | un documentario su David Grossman

Il racconto di Grossman davanti alla macchina da presa diventa testimonianza di quanto sia “difficile ed estenuante combattere senza tregua contro la forza gravitazionale della perdita”, per utilizzare le sue stesse parole. Di come sia forse impossibile separare il ricordo dal dolore, ma che anche nel dolore possa continuare ad esistere “il respiro, la creatività, la capacità di fare il bene”.

Dopo quel lutto personale, Grossman si è interrogato costantemente sull’esperienza “dei vivi che toccano la morte”, che sono toccati dalla morte: un’esperienza che un tempo gli sembrava sostanzialmente gelida, paralizzante e inanimata, e che nel corso della scrittura (e forse a causa di essa) si è rivelata a lui come complessa e articolata, dinamica e in costante evoluzione, venata di intimità, di nostalgia, di tristezza, in grado di contenere tutta la pienezza della vita e tutto il suo sconcertante vuoto.

Nell’immobilità e nel gelo totale che la morte impone non solo a chi muore ma anche, in un certo senso, a chi soffre per quella morte, lo scrittore israeliano ha cercato sempre le parole corrette per raccontarla e il modo con cui quelle parole potessero farsi movimento. Ha cercato un ritmo che gli desse la sensazione di riuscire ancora muoversi, di essere libero dinanzi a ciò che minacciava di paralizzarlo e pietrificarlo.

Nel suo disvelarsi davanti alla macchina da presa, si rende chiara ancora una volta una cosa: che in certe situazioni l’unica libertà che ha un uomo è quella di formulare la propria storia con le proprie parole. E che ogni parola giusta è una piccola riparazione. 

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