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Serie tv

The Walking Dead, mai dire la parola zombie!

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Per tutti gli elementi horror ed apocalittici che compongono The Walking Dead (qui puoi acquistare in offerta la sesta stagione blyu-ray) e la sua struttura creativa, ci sono alcune verità e fantasie che allo stesso modo contribuiscono a costruire il DNA della serie. Il vasto mondo protagonista delle ultime stagioni è forse il più grande esempio di questo, ma è anche diffuso nei più piccoli dettagli, come i nomi elaborati per gli zombie che terrorizzano e divorano i vivi. Più comunemente denominati “vaganti” dal gruppo principale di Rick, per gli altri sopravvissuti sono stati “geek” o “lamebrains”.

È interessante notare, tuttavia, che i personaggi The Walking Dead non hanno mai usato nemmeno una volta la parola “zombie” per definire i non morti, o meglio solo una volta per tutta la stagione sette in onda attualmente su Fox. Robert Kirkman, che ha creato il materiale originale a fumetti, ha recentemente ribadito il motivo per cui The Walking Dead non fa uso del termine più popolare per definire questo tipo di creature.

Durante una recente intervista con Conan O’Brien, egli ha spiegato che la parola “zombie” non viene utilizzata perché è una parola che non esiste. Ciò si spiega dal fatto che la cultura pop zombie non si è mai materializzata nel mondo immaginato di The Walking Dead. Kirkman ha detto: “La tradizione zombie è molto popolare e abbiamo voluto evitare la nozione per dare un senso che i morti viventi sono in un universo in cui la finzione zombie non esiste. Nessuno ha mai visto un film di Romero in quel mondo quindi non possono esistere delle regole riprese dai suoi film. Ci siamo sentiti come se le persone non dovessero usare quella parola per separare The Walking Dead dalle altre storie di zombie su grande e piccolo schermo, e rendere tutto più chiaro“.

the walking dead

Questa non è la prima volta che Kirkman ha espresso il suo pensiero sull’uso del termine “zombie” e come questo non si adatti al mondo di The Walking Dead. Utilizzando “vagante” o qualsiasi altro nome si aggiunge credibilità a quel mondo.

 

Can Yaman

Viola come il mare | la video intervista a Can Yaman e Francesca Chillemi

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Lo scorso venerdì alla Casa del cinema di Roma si è svolta la conferenza stampa per la fiction Viola come il mare diretta da Francesco Vicario e con protagonisti due attori molto amati dal pubblico: Francesca Chillemi e Can Yaman. Ecco cosa hanno risposto in esclusiva per NewsCinema.it i protagonisti di questa serie molto attesa e che andrà in onda da venerdì 30 settembre su Canale5.

La trama di Viola come il mare

Viola Vitale ha trent’anni, bellissima e con un superpotere: la sinestesia. Sfortunatamente per lei, non c’è nulla di sovrannaturale in questa capacità, bensì si tratta di una rara patologia neurologica che le permette di sentire o meglio vedere i sentimenti della gente attraverso i colori. Quando l’ex Miss Italia e ora giornalista di cronaca nera per SiciliaWebNews, si trova a dover parlare con una persona, davanti a lei si palesa il colore che rappresenta il sentimento provato in quel preciso istante.

Lavorare su casi di omicidi la porterà a entrare in contatto con l’affascinante Ispettore Capo Francesco Demir. Il loro modo di relazionarsi con il prossimo li porta a scontrarsi dal primo giorno, rendendo la loro collaborazione tutt’altro che semplice. Viola attraverso la sinestesia cerca di aiutare Francesco nelle indagini, così da poter arrivare alla risoluzione dei casi nel più breve tempo possibile.

Tuttavia, l’arrivo di Viola nella città di Palermo nasconde un altro motivo oltre al lavoro nella redazione giornalistica: trovare il padre che non ha mai avuto modo di conoscere e che potrebbe salvarle la vita.

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Come accadrà negli episodi di Viola come il mare?

Ogni puntata sarà caratterizzata da un omicidio al quale, Viola e Francesco dovranno lavorare fianco a fianco, nonostante i loro continui battibecchi. Se il bel Demir è solito ragionare in maniera lucida, con la sua testa senza dar spazio alle emozioni, dall’altro lato, la bella Vitale non può far a meno di dare la sua opinione in merito a qualsiasi argomento. Lei si fida di tutti, lui di nessuno. Se lei è più aperta al dialogo, lui è un tipo più fisico. Se è vero che ‘gli opposti si attraggono’, sarà davvero complicato per Viola e Francesco non cedere alla reciproca attrazione che li lega.

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Can Yaman

Viola come il mare: la conferenza stampa | tutto quello che c’è da sapere

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Freschezza, sinergia e sincerità sono state le tre caratteristiche che hanno dominato la conferenza stampa per la fiction Viola Come Il Mare realizzata da Lux Vide gruppo Fremantle e prodotta da Matilde e Luca Bernabei. La serie tv composta sei episodi è stata diretta da Francesco Vicario e vedrà nel ruolo di protagonisti Can Yaman, Francesca Chillemi insieme a Chiara Tron, Giovanni Nasta e Simona Cavallari presenti in sala.

La location della Casa del Cinema a Roma è stata la location prescelta per la presentazione alla stampa di questa fiction molto attesa dal pubblico. Tra risate e aneddoti divertenti, dopo aver assistito a un filmato di 20 minuti della serie – che andrà in onda venerdì 30 settembre su Canale5 – la conferenza stampa è entrata nel vivo.

Il nuovo volto a Palermo e gli escamotage per rappresentare la sinestesia in tv

Interessante la presentazione di Viola come il mare direttamente dalla voce di Luca Bernabei, CEO della Lux Vide: “Questa serie parla di Palermo. Nel romanzo della Tanzini, la città viene raccontata violentata dalla mafia. Ma con questa serie si scopre una Palermo meravigliosa. Volevamo fare una storia tenera che ci facesse sognare, chi guarderà amerà la forza entusiasmo di Francesca e Can. entrambi sono autoironici e la ritroverete nella serie. La storia di due persone che vede Viola avere la sinestesia, malattia che fa percepire i sentimenti delle persone attraverso suoni e colori. Francesco è un uomo che vuole stare lontano dalle emozioni perché la vita lo ha deluso. La paura dei troppi sentimenti e la fuga dai sentimenti hanno permesso di lasciare qualcosa di profondo a questa serie. La serie parla e farà sorridere il pubblico che resterà attaccato alla tv.”

Nel corso della conferenza, Bernabei oltre a sottolineare il grande impegno di tutto il cast ha parlato anche dell’escamotage tecnico scelto per mostrare al pubblico come appare la sinestesia nella mente e negli occhi di Viola: “Prima di arrivare a questo risultato che potrete vedere nei vari episodi, abbiamo sperimentato varie soluzioni. Abbiamo colorato virtualmente anche le persone in base al colore che vedeva Viola. Poi abbiamo incontrato Giuseppe Gallo, un pittore molto importante che ha lavorato e sviluppato il concetto di soffio, di qualcosa di delicato che potesse rappresentare la sinestesia. Ci vuole sensibilità per entrare in questo mondo.”

La co-sceneggiatrice Silvia Leuzzi insieme a Elena Bucaccio ha parlato del grande lavoro di sceneggiatura, che in qualche modo ha approfondito il romanzo Conosci l’estate di Simona Tanzini: “È stata una premessa ambiziosa nel portare la sinestesia sullo schermo. Abbiamo parlato con dei medici a riguardo e abbiamo scoperto che è un fenomeno molto ampio rispetto a ciò che si crede. Abbiamo cercato di raccontare le varie emozioni dell’essere umano. È stato un lavoro di sperimentazione e ricerca.”

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La bellezza non è niente se non accompagnata da virtù

La parola è passata all’attore turco Can Yaman ormai italianizzato al cento per cento, il quale ha parlato di questa nuova esperienza lavorativa in una produzione italiana: “Per me è stata una sfida recitare in italiano perché non è facile che un turco diventa anche attore protagonista in una serie in Italia. Abbiamo fatto un grande lavoro con la mia coach, perché la Lux voleva che migliorassi la mia dizione, articolazione e avessi un italiano particolare, forbito. Il ruolo di poliziotto non lo avevo mai interpretato e girando in Questura era necessario avere un italiano più tecnico. Battute fatte di paragrafi su paragrafi. Memorizzare tutte le battute e unire articolazione e dizione è stato molto importante e abbiamo lavorato tantissimo grazie alla mia coach che mi ha sempre aiutato insieme al regista Francesco Vicario.”

L’attore ha continuato dicendo: “La stessa Francesca mi ha aiutato tantissimo. All’inizio magari non sono stato bravissimo, mi sono anche auto doppiato (e ride) ma poi, visto che io e la Lux vogliamo la perfezione, ci siamo trovati in perfetta sintonia e per me è stata una bella famiglia. Palermo è stato come andare in gita alle superiori, creando un grande legame di amicizia con i colleghi e con le persone che ci ha fatto sentire il loro calore sotto l’albergo.”

Alla domanda inerente al rapporto con la bellezza, Francesca Chillemi ha risposto: “Viola mi ha aiutato a riconoscere la bellezza come un dono, come una caratteristica e non come una cosa di cui vergognarmi. Viola e io abbiamo diverse qualità e raccontare questo aspetto in un personaggio è stato anche catartico e mi ha sensibilizzato anche di più. Questa donna ha questo superpotere ovvero empatizzare e mettersi nei panni degli altri senza giudicarli. Empatizzare è un bel punto di partenza per capire ciò che accade intorno a noi.”

Di seguito Can Yaman ha dichiarato: “Non mi interessava la bellezza quando studiavo giurisprudenza. Il concetto di bellezza mi è arrivato tardi quando me lo ricordano le persone che mi incontrano e me lo dicono, altrimenti non me ne renderei conto. Non è una cosa che mi ossessiona. La bellezza da sola se non è accompagnata da altri valori come ambizione, educazione, grinta rimane da sola e muore. Bisogna sempre alimentarla con altre caratteristiche e trasformarsi e imparare a non restare orizzontalmente ma andare verticalmente e crescere sempre di più. Se non diventi più maturo, se non impari dagli errori non arriverai a niente. Ci sono attori più bravi e belli di me, ma credo che le caratteristiche ti portano ad avere il successo.”

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Viola come il mare | Le differenze tra il modo di lavorare su un set in Italia e in Turchia

La parola è passata al regista Francesco Vicario, entusiasta del lavoro svolto e dei suoi attori che sono stati a detta sua ‘eccellenti’: “È stata un’esperienza divertente nel vedere questa coppia nascere e crescere è stata per noi una scommessa e una grande soddisfazione. Conoscono Francesca da 13 anni è cresciuta tanto e nonostante la bellezza è anche molto buffa e autoironica. Sembra che si sia dimenticata della sua bellezza. Lei è una delle smorfiste più brave che conosco. E poi, Francesca è bravissima a tirar fuori le emozioni.

Per quanto riguarda Can, lui mi ha sorpreso positivamente. Veniva sul set con dieci pagine di copione imparate a memoria senza avere mai un foglio in mano. Loro hanno avuto molte scene tecniche. Can si è impegnato come ho visto fare pochissime volte anche da colleghi nostrani. Una volta è venuto e mi ha chiesto di non fargli dire la parola ‘riconciliazione’. Purtroppo non essendoci temi alternativi, lo vedevi che ripeteva di continuo e poi veniva e ti diceva ‘riconciliazione’. Lui ha fatto una doppia fatica, perché dovendosi mostrare forte davanti alla telecamera non puoi mostrare insicurezze nella lingua soprattutto se fai l’attore. Per questo dico che Can è stato doppiamente bravo.”

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Can Yaman giunto al successo con le dizi (serie turche) ha parlato anche delle differenze riscontrate tra il modo di lavorare in Turchia e quello in Italia: “Ci sono differenze tra girare in Italia e in Turchia. Il sistema di lavorare in Turchia ti porta a stare anche 36 ore sul set e questo mi ha portato a diventare una macchina da guerra. Una volta sul set di Viola mi hanno chiesto imbarazzati di fermarmi 10 minuti in più e gli ho risposto: “dieci minuti? Io sono turco, sono abituato a peggio!”. Un’altra cosa è che non sono abituato a vedere la serie dopo un anno, perché in Turchia giriamo di continuo e la vediamo subito.”

Can Yaman ha continuato dicendo: “Noi abbiamo girato per 7-8 mesi per realizzare sei episodi, pensate in Turchia a girare in un anno! Ma questo è il motivo che ha portato la Turchia a incrementare così tanto il settore delle serie tv, soprattutto quando si deve vendere all’estero e l’episodio viene diviso il 3 parti. Questa disciplina mi ha aiutato a superare la difficoltà della lingua, arrivando sul set con dieci pagine in italiano imparate a memoria.”

In merito alla vendita al mercato estero della serie, Matilde Bernabei ha dichiarato: “Ci sono grandi aspettative dal mercato estero. Intanto Viola come il mare, senza essere ancora andato in onda, è stato venduto già per il canale Viva di Israele e nei Paesi dell’est. Intanto siamo in trattative con il Portogallo e in Turchia.”

Per concludere nel raccontare un aneddoto avvenuto a Palermo durante le riprese di Viola come il mare, Francesca e Can hanno ricordato questi due momenti simpatici.
Francesca Chillemi: “Questo set è nel mio cuore. Dopo una settimana di riprese siamo andati un mese a Palermo nello stesso hotel. La sera studiavamo tutti insieme, anche con la coach di Can e il giorno dopo arrivavamo preparatissimi. Unico inconveniente è stato il maltempo a ottobre che non ci ha permesso di girare fuori.”

Can Yaman: “Ero in stanza a Palermo insieme a tutti. A un certo punto dietro la porta c’era un ragazzo che stava ascoltando. E lì mi è partita la ciavatta e lo volevo arrestare, ero entrato nel personaggio e ho detto a Giovanni ‘arrestalo’!”

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Festival di Venezia

Venezia 79 | Lars Von Trier torna nel suo Regno con una terza stagione folle

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Venezia 79 | Lars Von Trier torna nel suo Regno con una terza stagione folle
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

A venticinque anni di distanza dall’ultima puntata, Lars Von Trier torna sul luogo del delitto per dirigere la terza e ultima stagione di The Kingdom, la serie tv danese che, nell’ormai lontano 1994, scrisse e diresse con lo scopo di sorprendere il pubblico «da salotto» con una storia incomprensibile e un tono strafottente tra il demenziale e l’horror. È facile riconoscere oggi come quel progetto apparentemente sconclusionato abbia in realtà anticipato mode, tendenze e serie tv che sarebbero arrivate dopo, da The Office a In the Loop (e i loro equivalenti statunitensi, tra cui Veep), grazie ai suoi filmati dalla fotografia sciatta, ai movimenti di camera da doc casalingo e alla voglia di ridere catarticamente dei comportamenti oltraggiosamente sbagliati sul luogo di lavoro.

In questo caso, la serie è ambientata in un ospedale praticamente privo di pazienti ma pieno di medici e infermieri che di fatto non lavorano mai, stravolgendo i codici dei medical drama in tv e, soprattutto, mettendo a dura prova il telespettatore con intrighi sempre più ingarbugliati e repentini cambi di registri narrativi, impiantati dentro lo schema rigido e stantio della soap opera. 

E se è vero che The Kingdom oggi potrebbe apparire un po’ vecchiotto, questa terza stagione non fa niente per evitare l’effetto dejavu o per rinnovare, a livello estetico e narrativo, quel tipo di racconto (come invece fatto da Lynch per la terza stagione di Twin Peaks). Anzi, fa esattamente il contrario. Tutto è in stile anni ’90, tutto è uguale a prima: compreso le establishing shot dell’ospedale dall’esterno e il filtro color seppia. Von Trier ambisce a non far percepire alcuno stacco temporale allo spettatore, a dare l’impressione che la sua serie sia stata girata tutta insieme: il mito della continuità totale anche se passano gli anni, cambiano i registi e si avvicendano gli sceneggiatori.

The Kingdom | dagli anni Novanta a oggi

In questi venticinque anni, Il Regno ha continuato ad esistere e ad “operare”, cercando di far dimenticare la cattiva fama che aveva ottenuto a causa di uno sciroccato regista che tempo fa decise di creare una serie tv attorno alla struttura ospedaliera. È tramite la finzione del regista – le precedenti stagioni della serie, che la protagonista vede in tv giudicandole “una boiata” – che prende le mosse questo ultimo capitolo metatestuale, rendendo la rappresentazione più vera del vero.

Il rischio, ovviamente, è quello di ritrovarsi a prendersi gioco di un mondo televisivo che in realtà non esiste più. La medesima ironia sui rapporti tra svedesi e danesi dà forma a trovate nuove, lo stesso approccio al fantastico si traduce in nuove visioni di questo ospedale infestato da tutto, ma ciò che negli anni ’90 appariva sfrontato ed eccitante (cioè l’approccio sfacciatamente disinteressato allo stile, gustosamente amatoriale, e alla trama, assolutamente pretestuosa) oggi, in un mondo delle serie tv totalmente diverso, sembra sparare nel vuoto.

Una poetica dell’autoreferenzialità

Lo stesso Von Trier, che da tempo ha elevato l’autoreferenzialità a cifra poetica, è uno dei pochi cineasti in grado di rendere sincera la celebrazione di sé, facendola apparire come qualcosa di autentico. Come sempre, però, il suo cinema trova i momenti più intensi quando ammette la sconfitta, cioè quando il regista rinuncia ad essere il demiurgo della sua opera-gioco, le cui regole sono già scritte per essere vinte e padroneggiate, quando emerge il gusto situazionista per cui ogni scena si esaurisce immediatamente: incerto ed inconcludente, ma anche finito e de-finito (mai come in questo caso, visto che la terza stagione di The Kingdom nasce proprio dalla volontà di dare una conclusione alla trilogia). 

Il luogo della cura per eccellenza diventa il luogo di un orrore inesplicabile, il luogo da cui si proietta il desiderio della società di curarsi, di non terminare, esattamente come non terminano le immagini di questa d(enm)ark-comedy infinita, che si proietta sempre in avanti e che può essere ripresa in qualsiasi momento, anche a distanza di diversi decenni, almeno fino a quando il primario non decide di staccare la spina.

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