“ L’operazione che sta dietro al mondo figurativo e all’imagerie di Robert Mapplethorpe è piuttosto trasparente: trasporre soggetti omoerotici nel territorio eletto e squisitamente formale della classicità, usare la natura morta come un genere allusivo, e infine fare del nudo – indifferentemente maschile o femminile – una forma di studio botanico”. Adriano Altamira riassume in poche righe un mondo complicato e controverso come quello di Robert Mapplethorpe. Fotografo statunitense morto a soli quarantatre anni, a causa di complicazioni conseguenti all’AIDS, Mapplethorpe ha avuto un’esistenza breve, tuttavia è riuscito a condensare, in quei pochi anni di vita, esperienze uniche. Soprattutto, ha saputo usare la macchina fotografica come fosse marmo, divenendo scultore perfetto come Michelangelo, capace di far penetrare la luce sui corpi ritratti, modellando figure imperiture rappresentate in luoghi eterei. Ma, accanto all’esempio di Michelangelo, il fotografo di Long Island non dimenticò le esperienze di quegli anni. Gli anni Sessanta negli Stati Uniti: anni di cambiamento, di rottura, il Vietnam, le rivolte studentesche e i movimenti di liberazione per donne e omosessuali.

È nel 1967, a ventuno anni, che avviene un incontro importante nella vita di Mapplethorpe, quello con Patti Smith a New York. Subito se ne innamora e ne fa la sua musa ispiratrice, tanto da dedicarle numerosi scatti tra il 1970 e il 1973. Il 1970 è un anno cruciale per Robert: inizia a scattare con una Polaroid, mezzo capace di realizzare foto rapidamente e risparmiando denaro; conosce David Crowland, il primo uomo che lo farà innamorare di sé. Eppure, sarà Sam Wagstaff, conosciuto nel 1972 e con cui avrà una relazione, ad introdurlo nel mondo dell’arte e della buona società. Sono questi i nodi fondamentali per comprendere il fotografo Mapplethorpe. La fotografia di Robert è fatta di complementarità tra opposti: entrano nei suoi scatti tanto Michelangelo quanto Andy Warhol, tanto Canova quanto la pubblicità, tanto le riviste porno quanto il modello classico. Tutto si mescola nella sua arte, ritraendo il sesso, il dolore, il desiderio, senza aver paura. Senza tirarsi indietro, anzi, mettendo in mostra, innanzitutto, il proprio mondo, la propria personalità, il proprio essere. Il vero scarto di Mapplethorpe è l’aver saputo scattare foto in cui si raccontavano gli anni della rivoluzione politica, sociale, culturale e di costume, attraverso un’iconografia pienamente tradizionale, classica, evocativa dei modelli cinquecenteschi e settecenteschi. Le sue immagini, i corpi che ritrae sono statue, tese, sensuali, lavorate dai riflessi luministici che levigano la materia.

La Fondazione FORMA per la Fotografia di Milano presenta la mostra Robert Mapplethorpe, visitabile dal 2 dicembre al 9 aprile 2012, in cui verranno proposte centosettantotto fotografie provenienti dalla Fondazione Mapplethorpe di New York, e costituisce un’occasione unica per ripercorrere tutto questo variegato universo del fotografo sempre in cerca della perfezione. Un percorso che si snoda intorno a tutta la carriera di Mapplethorpe, dagli inizi con la polaroid sino ai ritratti, quelli sorprendenti a Lisa Lyon e quelli celebranti il corpo maschile, quelli dedicati a Patti Smith e quelli teneri e malinconici dei bambini. Un omaggio, questo resogli dalla Fondazione FORMA, più che doveroso ad un fotografo che ha rotto le catene delle convenzioni tanto da sciogliere quella barriera tra arte e pornografia. “Se fossi nato cento o duecento anni fa, avrei potuto fare lo scultore, ma la fotografia è un mezzo molto veloce per vedere e fare scultura”.