L’arte non rappresenta, rivela per segni una realtà che è al di qua o al di là della coscienza. Le immagini che salgono dal profondo dell’essere umano s’incontrano con quelle che provengono dall’esterno: il dipinto è come uno schermo diafano attraverso il quale si attua una misteriosa osmosi, si stabilisce una continuità tra il mondo oggettivo e il soggettivo”. Così, attraverso una sintesi perfetta, Carlo Giulio Argan, illustre critico d’arte, delinea l’essenza del Simbolismo.

La mostra Il Simbolismo in Italia, a Palazzo Zabarella a Padova dal 1° ottobre al 12 febbraio, curata da Fernando Mazzocca, Carlo Sisi e Maria Vittoria Marini Clarelli, direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, è realizzata dalla Fondazione Bano insieme alla Fondazione Antonveneta con l’intento di presentare un movimento che si è fatto crocevia tra due secoli artistici, l’Ottocento e il Novecento, che hanno cambiato irreversibilmente il modo di concepire l’arte.

Oltre ottanta dipinti, trenta disegni e qualche scultura sono state riunite per scandire e analizzare quel periodo, che va dagli anni ottanta dell’Ottocento fino alla prima guerra mondiale, in cui emersero personalità artistiche di grande rilievo che hanno fatto del simbolo l’unico mezzo di trasmissione della realtà. La pittura diviene la chiave per aprire le porte dell’inconscio, della mente umana, andando oltre la pura percezione sensoriale dell’occhio. Il simbolismo nasce in seno ad una grande crisi del positivismo, alla nascita del Decadentismo in letteratura: tutto parlava della necessità di esprimersi attraverso un nuovo linguaggio, il linguaggio del sogno, del mito, dell’enigma.

Divisa in otto sezioni, l’esposizione si apre con la celebre Triennale di Brera del 1891, in cui Segantini espose Le due madri (1889) e Previati la Maternità (1890-91) , dipinti che fanno da spartiacque tra divisionismo e simbolismo.

Artisti italiani e stranieri occupano le pareti sottolineando il vivace fermento artistico che fu motore di scambio reciproco di idee. Mentre a Roma gli artisti, primo tra tutti Giulio Aristide Sartorio, si alimentavano non solo delle influenze dei preraffaelliti ma anche dell’ambiente letterario di D’Annunzio e Conti, a Torino Pellizza da Volpedo e Bistolfi trattavano di tematiche sociali legate all’Italia, e Venezia e Trieste risentivano dello scambio culturale con i diversi movimenti europei.  Non manca certo il confronto con i grandi rappresentati del simbolismo europeo, con la Giuditta – Salomè ( di Gustav Klimt e il Peccato di Franz Von Stuck (1908, nella foto), autentici capolavori dell’arte austriaca.

Sin da allora, i simbolisti portano scompiglio ogni qualvolta espongano un’opera, ponendo lo spettatore di fronte ad un confronto che non è semplicemente un confronto puro visibili sta, bensì che nasce dall’anima interiore dell’artista, che ha osservato, scrutato nei lati più reconditi una realtà che poi si è fatta simbolo e segno da decifrare. I simbolisti producevano opere da osservare. Ma soprattutto da penetrare. Questa esposizione, frutto di cinque anni di lavoro e di ricerche di Federico Bano e della sua Fondazione, è una selezione mirata delle opere che si fanno simbolo e metafora di uno sguardo che va oltre gli occhi per arrivare direttamente all’emotività dello spettatore.