Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar, presentato alla 79esima edizione del Festival di Cannes, è il secondo film del concorso, dopo quello di Farhadi, a essere realizzato in modo appositamente “sbagliato”.
In entrambi i casi si parla di artisti alle prese con la scrittura – di un romanzo o, come in Amarga Navidad, di una sceneggiatura per il cinema – di una storia immaginata che viene mostrata al pubblico in parallelo con quella di chi scrive e la immagina, per svelare come la realtà influenzi la finzione e viceversa.
Non è sicuramente nulla di nuovo, ma ci vuole del coraggio per mettere in scena un film consapevolmente carente di qualcosa, in cui non tutti i personaggi funzionano allo stesso modo e sono scritti con la stessa cura. In cui alcuni passaggi narrativi risultano un po’ forzati e macchinosi, per svelare solo alla fine come “sarebbe dovuto essere” il vero film. Quello “giusto”.
Amarga Navidad recensione
Stavolta, infatti, Almodóvar non si limita a mettere in scena se stesso attraverso un ennesimo alter-ego (Leonardo Sbaraglia), ma fa un discorso più generale sui meccanismi della finzione narrativa e dell’autofiction. Se il melodramma artificiale di due amiche in vacanza in una villa di Lanzarote sembra lasciarvi fuori, non coinvolgervi mai, è tutto normale. Si tratta solo di una chimera, lo scenario messo a punto da un regista in una fase calante della carriera, senza più idee.

Il cineasta spagnolo gioca con le sue stesse paure: il timore di ripetersi, la preoccupazione di aver perso la “scintilla”, la costante ansia di non essere all’altezza del proprio passato. E in qualche modo riflette sulle conseguenze di questa condizione mentale a causa della quale la creazione di un racconto non diventa più un’esigenza personale, ma uno stanco esercizio di stile.
È esplicitato il terrore di essere ridotto a slogan, a marchio, un nome buono per le campagne promozionali delle piattaforme di streaming, sempre in cerca di “grandi autori” da produrre e attraverso i quali ripulirsi l’immagine.
Il doppio femminile di Pedro Almodóvar
Ma pure questo gioco di immedesimazione con un nuovo personaggio che assomiglia ad Almodóvar anche esteticamente è solo un trucco, un’illusione ottica. Perché in realtà stavolta è un doppio femminile quello in cui l’autore maggiormente si riconosce, dolente nel corpo e nello spirito come l’Antonio Banderas di Dolor y gloria. Tanto che alla fine ci si chiede quale sia effettivamente “l’autofiction” per Almodóvar: la storia del regista che inventa o la storia inventata dal regista?
Allo stesso tempo questo Amarga Navidad è, come il precedente La stanza accanto, un film sulla fine, sul suicidio (non assistito). Sul dover fare i conti con la propria fragilità umana e sulla necessità di avere qualcuno al proprio fianco per sopravvivere. È infatti con i personaggi “secondari”, quelli disposti a stare accanto senza chiedere nulla in cambio, ma anzi disposti a fare un passo di lato, che Almodóvar trova i suoi momenti migliori e più commoventi.
Uno spogliarellista timido e dal cuore gentile, che non è un oggetto sessuale quanto un soggetto da consumare con gli occhi. Così come un assistente discreto, malinconicamente consapevole del proprio ruolo nella vita del proprio compagno. E nel racconto che di essa viene fatto.


