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Walt Disney Pictures

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Walt Disney Studios Motion Pictures è un’azienda di distribuzione nella caratteristica del cinema e della televisione di proprietà della The Walt Disney Company. Sino al 2007 si chiamava Buena Vista International e si interessa nella distribuzione dei prodotti Disney in tutto il mondo. L’azienda distribuisce tutte le pellicole prodotte da Walt Disney Pictures, da Touchstone Pictures, Hollywood Pictures,DisneyToon Studios, Miramax Films, Marvel Studios, Lucasfilm, Pixar Animation Studios e da parecchie piccole aziende indipendenti che si rivolgono alla Buena Vista per distribuire le loro pellicole, ad esempio la Spyglass Entertainment. Questa azienda porta il marchio che rappresenta un castello della bella addormentata nel bosco con un arco, come le altre aziende facenti parte della Disney.

Cinema

Jojo Rabbit | La recensione del film di Taika Waititi

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Candidato a numerosi Oscar, Jojo Rabbit è stato il film vincitore della “sceneggiatura non originale”. Sicuramente uno dei film migliori della scorsa annata.

Jojo Rabbit | La sinossi del film

Un bambino tedesco, fanatico nazista che ha come amico immaginario Hitler, passa le sue giornate all’addestramento per giovani nazisti. La sua vita cambia quando scopre che la madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea.

Jojo Rabbit | La recensione del film

Taika Waititi crea una favola nera e sconfigge il nemico attraverso l’uso dell’ironia con cui ridicolizza un’ideologia assurda. In “Jojo Rabbit” Hitler è una presenza solo nella mente di Jojo, che quindi diventa allegoria di un’ideologia soffocante e manipolatoria che cerca di corrompere gli animi innocenti: i bambini. Bambini che vengono preparati alla guerra ed educati all’odio e al pregiudizio. Jojo è combattuto, inizierà infatti a provare simpatie per la ragazza ebrea nascosta nella sua casa nonostante il suo ossessivo fanatismo e l’incessante rievocazione (attraverso la figura idealizzata di Hitler) dei falsi principi con i quali è stato cresciuto.

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Proprio grazie all’inizio di questa particolare amicizia e grazie all’amore della madre Jojo riuscirà ad aprire gli occhi, ad uscire dalla caverna da cui era prigioniero e iniziare finalmente ad essere libero. Il regista presta particolare atenzione ai protagonisti: il personaggio di Jojo fa riflettere lo spettatore: come si può giudicare un bambino nazista dopo che esso è stato educato alla guerra? Jojo è lo specchio delle conseguenze dell’odio. Davanti ad un bambino che loda il fuhrer lo spettatore non resta indifferente.

Le altre due protagoniste sono due donne forti. Rosie, la mamma di Jojo, è la rappresentazione dell’amore materno, di un’amore paziente, incondizionato e spesso sofferto in quanto apparentemente impotente. Rosie, infatti, ha una diversa ideologia morale e politica rispetto a suo figlio eppure, senza costrizione, cerca di impartirgli insegnamenti completamenti diversi da quelli nazisti. Poi c’è Elsa, una ragazza ebrea forte e coraggiosa ma anche molto sensibile capace di vedere la bontà di Jojo che si cela sotto la divisa nazista. Tutti gli attori hanno interpretato benissimo le loro parti, nota di merito alla bravissima Scarlett Johansson. Grazie alla scenografia e alla splendida fotografia Waititi ricrea le atmosfere fiabesche e colorate di Wes Anderson che segnano un netto contrasto con la guerra e l’oppressione che aleggiavano in quegli anni.

Jojo Rabbit non regala solo risate ma anzi riesce a creare un giusto connubio tra commedia e drammaticità alternando momenti emozionanti e commoventi a momenti divertenti ma anche riflessivi, il tutto con il sottofondo di una colonna sonora pazzesca. Molti dettagli del film sono importanti, come ad esempio la danza che viene citata più volte e rappresentata come atto liberatorio ma anche l’amore per la vita.
Taika Waititi continua il viaggio cinematografico intrapreso da Chaplin più di settant’anni fa con Il grande dittatore sconfiggere la guerra con l’umanità, l’odio con l’amore.

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Fantascienza

The Anomaly | La recensione dello sci-fi disponibile su Netflix

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the anomaly

In un prossimo futuro dove la scienza ha fatto passi da gigante, l’ex soldato Ryan Reeve si risveglia all’interno di un furgone in compagnia di Alex, un ragazzino imbavagliato e tenuto prigioniero. Questi ritiene che Ryan sia il suo rapitore, ma il protagonista non ricorda nulla del suo recente passato e i suoi ultimi ricordi si fermano a sei mesi prima.

Dopo essere stato braccato da un gruppo di agenti, Ryan ha un nuovo black-out e si desta all’interno di una stanza in compagnia di uno degli uomini che gli stavano dando la caccia, il misterioso Harkin Langham, il quale ritiene di parlare con un’altra persona. In seguito ad una furiosa lotta a mani nude tra i due, Ryan è vittima per l’ennesima volta di una “disconessione” e finisce per ritrovarsi questa volta giacente con una bellissima prostituta, Dana. Mentre cerca di comprendere cosa gli stia accadendo, il Nostro dovrà affrontare ulteriori pericoli in vari archi temporali, della durata di circa dieci minuti ciascuno.

The Anomaly – Avanti e indietro

noel clarke

Noel Clarke

Il tempo e lo spazio e la dicotomia tra essi sono gli elementi cardine alla base di questo sci-fi britannico del 2014, che sin dal suggestivo titolo The Anomaly cerca di attirare quelle fasce di spettatori in cerca di racconti capaci di mettere a dura prova le cellule cerebrali. Peccato che, anche col massimo impegno, sia difficile capire dove volesse arrivare la eccessivamente complessa sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e protagonista Noel Clarke e dal collaboratore Simon Lewis, vista la molteplicità di temi che si intersecano in maniera confusa e senza un effettivo percorso catartico da parte dei personaggi. Nei novanta minuti di visione accade infatti di tutto e di più, con un continuo cambio di location e giochi identitari che appaiono come un involontario inno al caos, tra forzature e inverosimiglianze che castrano sul nascere qualsiasi spunto etico o filosofico potenzialmente insito nella storia.

Leggi anche: The Punch Escrow, il thriller sci-fi dai produttori di La Bella e La Bestia

The Anomaly – Niente da salvare

ian somerhalder

Ian Somerhalder

The Anomaly si perde in un’estenuante reiterarsi del nulla, tra colpi di scena smentiti e rivoltati soltanto qualche minuto dopo e un epilogo che, non pago, sembra voler proseguire la forsennata ciclicità dell’assunto. Un altro grosso problema, a braccetto con un racconto che disorienta per la pressoché totalità, risiede nel totale anonimato dei personaggi, dei quali ben presto non frega niente a nessuno, persi in un’infinita resa dei conti dove si tirano in ballo armi ipertecnologiche, virus pandemici e torture brutali – il crudele waterboarding in particolare – nel tentativo di mettere ulteriore carne sul fuoco ad un insieme che accumula al fine di nascondere la pochezza concettuale di fondo.

E allora via ad un’estetica action gratuita che, tra rallenty e mosse di kung-fu/wrestling, serve unicamente a mettere in mostra le discrete abilità marziali dei due antagonisti, interpretati rispettivamente dal già citato Clarke e da un Ian Somerhalder che gigioneggia senza troppa convinzione. Il film si rivela un progetto sbagliato in partenza, come conferma anche lo scarso apprezzamento della critica internazionale: basti pensare che sull’aggregatore di recensioni Rottentomatoes ha una percentuale di voti positivi pari allo zero. E non saremo certo noi a cambiarne lo status.

The Anomaly | La recensione dello sci-fi disponibile su Netflix
1.8 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

Cannes 2020 | Annunciata la selezione ufficiale del festival che non ci sarà

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cannes 2020

Thierry Frémaux l’aveva detto ed è stato di parola, seppur la dichiarazione sia parso più uno sfoggio personale atto a celebrare il Festival del cinema per eccellenza – che di certo non aveva bisogno di superflui lustrini – che un effettiva risposta al forzato annullamento di Cannes 2020 a causa dell’epidemia di Covid-19. In ogni caso il delegato generale ha annunciato ieri, insieme al presidente del festival Pierre Lescure, la selezione di titoli che era stata prevista per l’edizione di quest’anno: film che potranno essere presentati o concorrere in altre kermesse (la grande rivale Venezia esclusa) o distribuiti direttamente in sala a patto di portare con loro il marchio Cannes. Un totale di 56 titoli – nessun italiano – annunciati senza la sezione nella quale avrebbero dovuto gareggiare, con ben quindici esordi e sedici produzioni a marchio femminile. Ma vediamo insieme una panoramica delle pellicole più interessanti che avrebbero dovuto originariamente vedere la prima luce delle sale sul suolo d’Oltralpe.

Da Wes Anderson a François Ozon

the french dispatch

The French dispatch

Il film più atteso dalla critica e dal pubblico era sicuramente The French Dispatch di Wes Anderson, pronto ad accompagnarci nelle dinamiche relazionali della sezione francese di quotidiano americano con il supporto di un cast delle grandissime occasioni (capitanato dai suoi feticci Bill Murray, Owen Wilson e Adrien Brody). Ma la lista di grandi autori è lunghissima, da François Ozon con il viaggio nostalgico in un’estate degli anni ’80 di Été 85 al “doppio” Steve McQueen con Mangrove and Lovers Rock – facenti parte di un progetto antologico per BBC Films -, da Thomas Vinterberg che in Druk – Another Round torna a collaborare col fido Mads Mikkelsen a Bruno Podalydès con Les Deux Alfred.

Leggi anche: Cannes 2019, i film e le star più attese in questo nuovo giro di Croisette

Dall’Oriente con furore

peninsula

Peninsula

Ma è soprattutto il cinema orientale a pagare il prezzo più alto: nell’edizione successiva al trionfo di Parasite (2019) erano molte infatti le proposte “con gli occhi a mandorla” pronte a caratterizzare le varie sezioni. Sia dal punto di vista più spettacolare, con Peninsula di Yeon Sang-ho – sequel dell’instant cult Train to Busan (2016) che avrebbe fatto saltare dalla sedia i critici più abbottonati, che da quello più intimista e crepuscolare: la lunga lista include i nuovi lavori di maestri/e conclamati quali Hong Sang-soo (con Heaven), Naomi Kawasi (True mothers), Im Sang-soo (Évent), oltre alla visione globale di Septet: The Story Of Hong Kong, che ripercorre la storia del cinema dell’ex colonia britannica attraverso lo sguardo di sette grandi registi come Ann Hui, Johnnie To, Tsui Hark, Sammo Hung, Yuen Woo-Ping, Patrick Tam e Ringo Lam.

Non manca l’animazione, con il nuovo atteso lavoro della Pixar ossia il Soul diretto da Pete Docter – recentemente autore dell’ottimo Inside out (2015) e l’ultimo film dello studio Ghibli firmato dal figlio d’arte Goro Miyazaki, il fantastico Aya and the Witch. Tra i debutti d’eccellenza dietro la macchina da presa citiamo il Failing di Viggo Mortensen: anche lui, come i suoi colleghi esordienti e meno famosi, avrebbe forse voluto vivere l’emozione della “prima volta” in maniera ben diversa.

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