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Movie Score, addio a Scott Walker: genio musicale e raffinato cinefilo

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Scott Walker

“A kind gentle outsider”. È con queste parole che Thom Yorke ricorda oggi Scott Walker, inafferrabile e multiforme genio della musica scomparso all’età di 76 anni. Dagli esordi americani del “bubblegum pop”, passando per il successo commerciale dei primi anni ’60 con i suoi The Walker Brothers e poi per la storica quadrilogia da solista Scott 1-4, Walker ha attraversato tantissime fasi diverse nel corso della sua carriera, approdando all’avanguardia nel 1995 con il seminale Tilt (in cui spicca persino un brano dedicato a Pier Paolo Pasolini e alla sua poesia Uno dei tanti epiloghi) a cui sono seguiti The Drift nel 2006 e Bish Bosch nel 2012. Tre album “monolitici” nella cui orbita musicale sono ruotati negli ultimi anni una lunga serie di lavori “satellite”, tra cui l’album “sismico” realizzato in collaborazione con i Sunn O))), allo stesso tempo terribile e giocoso. Gli ultimi album di Scott Walker sono infatti spesso insostenibili nei suoni e nel contenuto, ma rivelano la loro ironia solo attraverso successivi ascolti, quando si è finalmente in grado di “sopportare” l’atmosfera opprimente che li caratterizza. Non a caso lo stesso Walker paragonò il suo Bisch Bosch al debutto cinematografico di David Lynch, Eraserhead: un film che “un giorno può sembrare soffocante e il giorno successivo estremamente ridicolo”.

Walker firmò la sua prima colonna sonora per il cinema nel 1999, quando decise di proseguire la sperimentazione cominciata con Tilt attraverso il cinema frammentato e frammentario di Leos Carax. Pola X, basato sul romanzo Pierre di Herman Melville, metteva in scena una relazione incestuosa tra un giovane scrittore e una sorella che si credeva ormai perduta. La colonna sonora, in gran parte eseguita dalla Filarmonica di Parigi diretta da Brian Gascoigne, tastierista e storico collaboratore di Walker, raccoglieva diversi campionamenti di dialoghi ed effetti sonori (o persino di vecchi brani dello stesso musicista, come alcuni secondi di The Cockfighter nella opening track) e si componeva di brevi partiture per strumenti a corda che suonavano come presagi funesti. Una peculiarità, quella di anticipare con la musica ciò che sarà poi svelato attraverso le immagini, che lo accompagnerà fino ai suoi lavori più recenti per il giovane regista Brady Corbet. Sia in The Childhood of a Leader che in Vox Lux, infatti, gli arrangiamenti per archi scritti da Walker sembrano indicare un senso di angoscia che le immagini inizialmente non suggeriscono, come se la musica avesse il ruolo di precedere un orrore che si rivelerà solo successivamente nel corso del film. Nel cinema di Corbet l’infanzia è la culla in cui i personaggi covano le deviazioni e le anomalie peggiori, quelle che poi li accompagneranno da grandi e che la colonna sonora di Walker cerca di far emergere prima della loro plastica manifestazione su schermo. Il musicista e compositore americano aveva quindi trovato nel lavoro cinematografico di Corbet un nuovo mezzo utile a veicolare la sua musica “dolorosa” e costantemente “in divenire”, che non vuole solo esprimere sofferenza e inquietudine, ma trasmetterla. “If it doesn’t hurt then it isn’t worth realising” era il pensiero di Scott Walker (sintetizzato dalle parole del suo amico e collega Brian Eno).

The Childhood of a Leader e Vox Lux

La carriera di Corbet si lega fin dagli inizi al nome di Michael Haneke, il maestro austriaco a cui si deve un film come Caché, in grado di usare una minuscola vicenda famigliare per indagare ciò che rimaneva del colonialismo francese in Africa. Così anche il cinema del suo “allievo” cerca sempre di inserire delle vicende personali in un quadro generale, che è quello del periodo storico in cui i personaggi vivono e crescono. The Childhood of a Leader storicizzava la “disattenzione” di una coppia di genitori verso il proprio figlio, riconducendola in un rapporto causale alla nascita del nazismo, riflettendo sulle conseguenze di quella “pace cartaginese” imposta alla Germania dopo la Prima Guerra Mondiale con il Trattato di Versailles attraverso una questione squisitamente privata. Così il successivo (e ancora inedito in Italia) Vox Lux narra invece di una cantante che diventa famosa in seguito ad una tragedia dalla quale riesce miracolosamente a salvarsi (e sulla quale comincerà cinicamente a lucrare per guadagnare soldi attraverso il pietismo) e la cui musica viene utilizzata come simbolo della violenza stragista e terroristica del ventunesimo secolo. La diva interpretata da Natalie Portman decide di condividere pubblicamente un dramma individuale per sfondare nel mondo della musica, rappresentato da un’industria discografica per cui anche i sogni (fra le cose più intime e personali a cui si potrebbe pensare) devono essere destinati alla commercializzazione, trasformati in videoclip da sfruttare per vendere il proprio prodotto. Walker nella colonna sonora del film dialoga con i brani originali composti da Sia: canzonette né belle, né tantomeno orecchiabili, ma funzionali alla narrazione nella loro ruffianeria e nella loro forza di seduzione, espressione di una musica da utilizzare come mezzo di prevaricazione sugli altri. Lo stesso Walker, in alcune delle sue ultime interviste, ha spesso “rinnegato” gli anni dei suoi maggiori successi commerciali, in cui la percezione che il pubblico aveva di lui era “falsata” da esterne necessità di marketing.

Se Pola X era una “estensione” del precedente album Tilt, così le colonne sonore di The Childhood of a Leader e di Vox Lux sono il proseguimento dell’esperienza di Bisch Bosch, durante la quale Walker aveva sviluppato una tecnica di composizione in grado di rendere ogni brano uno spazio tridimensionale pensato per essere occupato dall’ascoltatore per un determinato periodo di tempo. Così la narrazione dei film di Corbet viene sintetizzata in rapidi movimenti alla Bernard Herrmann che assomigliano a coltellate nel mezzo filmico, pugnalate in grado di trapassarlo per mostrare allo spettatore cosa si nasconde al suo interno. Brevissimi frammenti ed impercettibili indizi sonori che formano un’unità musicale attraverso la loro accumulazione, come già sperimentato nella composizione del 2007 dal titolo And Who Shall Go To The Ball? And What Shall Go To Bell?, scritta per una performance di danza contemporanea “eseguibile” anche da ballerini disabili, i cui movimenti, per ovvie ragioni, non sono sempre fluidi come quelli degli altri danzatori.

Scott Walker “the moviegoer, raffinato cinefilo

Ben prima di comporre la sua prima “soundtrack” per il cinema, Walker aveva alle spalle una lunga serie di contributi musicali in colonne sonore per il grande schermo, in particolare The Rope and the Colt del 1969 per Une corde, un colt di Robert Hossein, I Still See You del 1971 per The Go-Between di Joseph Losey, Man da Reno del 1993 per Toxic Affair di Philomène Esposito e persino il brano Only Myself to Blame del 1993 per la colonna sonora di The World Is Not Enough, diciannovesimo film della saga cinematografica di James Bond (senza dimenticare il suo “cameo” all’interno della colonna sonora composta da Nick Cave per il film To Have And To Hold di John Hillcoat). Per questo il suo lavoro come compositore di colonne sonore, cominciato solo nel 1999, appare quasi come una “restituzione” ad un mondo, quello del cinema, che tanto lo aveva influenzato, specialmente durante il suo periodo solista tra la metà degli anni ’60 e la fine dei ’70. I temi musicali di Nino Rota, di Ennio Morricone (specialmente la sua composizione per il film Sacco e Vanzetti) e di Michel Legrand furono componente essenziale di quell’amnios da cui la musica di Scott Walker cominciò a prendere forma.

Nel 2012 il servizio di streaming Curzon On Demand chiese a Scott Walker di selezionare dieci film da proporre agli abbonati della piattaforma online. La lista, particolarmente variegata, comprendeva: The Travelling Players di Theo Angelopoulos (per i “ricordi affettuosi” che suscitava in lui), Le Quattro Volte di Michelangelo Frammartino (“la sua visione è come un incantesimo”), The Story of the Last Chrysanthemum e Utamaro and His Five Women di Kenji Mizoguchi (“uno dei più grandi film pre-bellici e la meravigliosa storia di un fluttuante mondo d’artista”), La Cérémonie di Claude Chabrol (“l’ultimo film realmente marxista”), Match Factory Girl e Tatjana di Aki Kaurismaki (“il primo è come un film di Bresson, ma in cui si ride, il secondo è imprescindibile per tutte le persone dipendenti dalla caffeina”), Il Divo di Paolo Sorrentino (“quello che il grande cinema dovrebbe fare sempre”), The Turin Horse di Béla Tarr (“bellissimo e libero addio cinematografico”) e infine The White Ribbon di Michael Haneke, il film che ha influenzato (insieme al Moloch di Sokurov) l’opera prima del già citato Brady Corbet. Dieci film che, oggi più che mai, varrebbe la pena rivedere per ricordare quello che è stato un genio della musica, ma anche un colto e raffinato cinefilo.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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John Wick | I 5 punti di forza della saga con Keanu Reeves

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john wick

L’antieroe che il cinema di genere meritava e di cui aveva assolutamente bisogno. Nel 2014 il filone action torna a risplendere sul grande schermo con l’entrata in scena di un nuovo personaggio che, già dal primo film, ha conquistato il cuore degli appassionati proseguendo le sue (dis)avventure in altri due episodi, a formare una momentanea trilogia che continuerà nel corso dei prossimi anni. In concomitanza con la trasmissione televisiva di John Wick 2 (in onda oggi in prima serata su Italia1), andiamo a ripercorrere i punti di forza del franchise – con un potenziale rischio spoiler, vi abbiamo avvertiti – che ha segnato una sorta di nuova giovinezza per il protagonista Keanu Reeves ed è probabilmente servito da ulteriore spinta per il via libera al nuovo capitolo di Matrix che – fine dell’emergenza epidemiologica permettendo – dovrebbe uscire nel maggio del 2021.

Le vie del revenge-movie

La vendetta è da sempre uno dei portanti assi narrativi che caratterizza il cinema d’azione. Solitamente assistiamo alle missioni di coloro che cercano giustizia per i propri cari, mentre i quest’occasione la miccia viene scatenata dalla brutale uccisione a sangue freddo di una cagnolina, regalata al protagonista dalla moglie recentemente scomparsa alla quale il Nostro si era incredibilmente affezionato. Lo sviluppo di sceneggiatura parte da una costruzione volutamente forzata, ma ciò non toglie fascino alla scia di sangue che John Wick scatenerà da lì a poco e che la vedrà affrontare – in una lotta numericamente impari – decine e decine di scagnozzi del potente Viggo, boss della mafia russa. Il prosieguo del franchise, seppur partente da dinamiche diverse, sarà sempre innestato su tematiche similari che renderanno ognuno dei tre episodi un’incredibile avventura da vivere tutta d’un fiato.

La gestione di ambienti e figure secondarie

ian mcshane e keanu reeves

Ian McShane e Keanu Reeves

La saga di John Wick ha il grosso merito di aver generato un universo narrativo credibile, nel quale di nascosto agli occhi dell’opinione pubblica si muovono centinaia di implacabili sicari, con l’Hotel Continental quale luogo di ritrovo per questi insospettabili killer su commissione. Con comprimari d’eccellenza come la Sofia di Halle Berry (a quando un capitolo incentrato interamente su di lei?) al Winston – gestore del misterioso albergo – di Ian McShane, dal folto stuolo di villain (includente anche il nostro Riccardo Scamarcio) alla comparsa di Laurence Fishburne, la lista di figure di contorno offre sempre nuovi spunti alla linearità della trama e la svolta presa al termine del secondo episodio determina una serie di teorie più o meno credibili che vorrebbero collegato il tutto addirittura alla succitata realtà delle ora sorelle Wachowski.

Leggi anche: John Wick 3, la spiegazione del finale e cosa aspettarsi da un quarto capitolo

Un’azione senza mezze misure

Uno dei principali punti di forza, capace di garantire un sano spettacolo a tema, del franchise è indubbiamente la potenza coreografica, con sequenze d’azione in serie che si appoggiano ad un’estetica solida e robusta, priva di eccessivi virtuosismi / gratuiti rallenty, che rende ogni combattimento o sparatoria incredibilmente verosimile – ovviamente contestualizzati al filone d’appartenenza. Tra inseguimenti su quattro o due ruote (o su cavalli) e mosse di arti marziali, Keanu Reeves mostra una forma fisica invidiabile a cinquant’anni suonati e alcuni scontri a mani nude sono memorabili – su tutti quello conclusivo del terzo episodio contro un’ex star del filone quale Mark Dacascos, che ebbe il suo momento di maggior gloria negli anni ’90. David Leitch, non accreditato per il capostipite, e il collega Chad Stahelski hanno raffinato un approccio piacevolmente rozzo e immediato che già fece la fortuna del dittico indonesiano di The Raid, portando nuova linfa al filone intero che, come visto tra gli altri in Atomica bionda (2017), avrebbe colto al volo la lezione.

I toni mystery

La magia di John Wick è quella di aver innescato in sottofondo, fin a partire dal primo film, una sorta di veemente curiosità da parte dello spettatore nello scoprire la mitologia che si nasconde dietro questo mondo parallelo di assassini, con tanto di divisione tra i vari clan che cita magnificamente un grande classico come I guerrieri della notte (1979). Pian piano vengono svelati sempre più dettagli nel corso del prosieguo della storia attraverso i tre tasselli ad oggi usciti (un quarto è previsto per il prossimo anno) e il confine tra realtà e fantastico si ammanta di sfumature tensive e appassionanti che si ibridano armoniosamente al contesto di pura adrenalina action tipica del genere.

Keanu Reeves

keanu reeves

Keanu Reeves

Non saremmo probabilmente qui a parlare del film se a vestirne i panni non fosse stato Keanu Reeves. L’amatissimo attore americano, reduce da un decennio non propriamente fortunato davanti alla macchina da presa per via di ruoli e scelte sbagliati, è tornato qui a far breccia nell’immaginario del pubblico, dando vita ad un personaggio tormentato al punto giusto e pronto a tutto pur di ottenere la sua giusta vendetta. L’interprete si è calato alla perfezione nella parte, schivando il rischio di un effetto foto-copia e donando un fascino inedito al suo alter-ego: l’elegante completo nero, i capelli lunghi e la barba incolta incarnano, non solo dal punto di vista estetico, nel migliore dei modi l’idea di un anti-eroe senza più nulla da perdere, una figura pronta ad entrare di diritto nel gotha del cinema d’azione.

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#iorestoacasa con NewsCinema | 5 musical da vedere in streaming

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mary poppins

Canta che ti passa è un diffuso modo di dire e atto ad esorcizzare le attuali preoccupazioni personali tramite la voce. Nei difficili giorni che stiamo vivendo si rivela ironicamente adatto alla situazione e per l’occasione abbiamo deciso di proporvi cinque titoli a tema, musical che hanno fatto la storia del cinema o titoli meno conosciuti ma meritevoli di un’opportunità. Per semplificare il compito abbiamo selezionato esclusivamente film disponibili sulle più diffuse piattaforme di streaming, dove potrete ascoltare anche la lingua originale e scoprire magari certe note canzoni nella loro versione anglofona

#iorestoacasa | Tutti insieme appassionatamente (DISNEY+)

tutti insieme appassionatamente

Tutti insieme appassionatamente

Maria, novizia di un convento nella Salisburgo del 1938, ha una passione sfrenata per il canto e la danza. La madre superiora, visto il suo carattere ribelle, la manda a lavorare come governante e bambinaia per i sette figli di von Trapp, ufficiale della marina rimasto vedovo. Dopo iniziali incomprensioni, con i piccoli che cercano in ogni modo di portarla all’esasperazione, i rapporti tra questi e Maria cambiano e quando il padre viene richiamato a Vienna, il legame diventa giorno dopo giorno più solido. La protagonista insegna ai pargoli delle canzoni, portando la musica e la felicità all’interno del nucleo familiare, ma lo scoppio della guerra rischia di cambiare drasticamente le cose.

Classico del cinema musical, Tutti insieme appassionatamente è uno di quei film ideali da vedere tutti insieme davanti allo schermo della tv (o del computer). La contagiosa freschezza di Julie Andrews e la semplicità di una storia che arriva dritta al cuore rendono le tre ore di visione un vero toccasana, soprattutto in un periodo complicato come quello che stiamo vivendo.

#iorestoacasa | Rent (NETFLIX)

rent

Rent

Un gruppo di giovani artisti dell’East Village newyorchese tenta di raggiungere il successo ma deve fare i conti con difficili situazioni economiche e la diffusione dell’AIDS. Da un Natale ad un altro, per un anno intero, assistiamo alle avventure degli otto protagonisti, con l’amore che si mescola alla passione per l’arte e alla tragedia: uno di loro, Mark, intende girare un film che racconti le loro esistenze attraversando tutte le sfumature dei sentimenti.

Un film poco conosciuto dal grande pubblico ma meritevole di riscoperta questo diretto nel 2005 da Chris Columbus, che adatta l’omonimo musical di Broadway di Jonathan Larson vincitore del Premio Pulitzer e di diversi Tony Award, dal quale sono “ritornati” anche sei degli interpreti originali. Rent paga alcune debolezze narrative, ma tutti gli amanti del musical di stampo teatrale avranno pane per i loro denti nel corso delle due ore abbondanti di visione, con canzoni che entrano e rimangono in testa anche dopo lo scorrere dei titoli di coda.

Leggi anche: 5 biopic musicali da rivedere dopo il successo di Rocketman e Bohemian Rhapsody

#iorestoacasa | Mamma mia! (NETFLIX, PRIME VIDEO)

mamma mia

Mamma mia!

La bella Sophia, vent’anni appena, è prossima alle nozze ma prima di celebrare il matrimonio ha intenzione di scoprire chi sia suo padre, che non ha mai conosciuto. La madre Donna ha infatti avuto nel passato tre diverse relazioni con altrettanti uomini in un periodo ravvicinato. Sophia, dopo aver rinvenuto un diario nel quale erano rivelati i nomi dei potenziali genitori, decide di contattarli e invitarli al ricevimento con l’obiettivo di sapere la verità.

Scatenato musical sulle note degli ABBA, le cui canzoni dominano la pressoché totalità del film sostituendosi spesso ai dialoghi. Un cast assolutamente perfetto dominato dalla mattatrice Meryl Streep caratterizza i cento minuti di visione, energica e scattante al punto giusto da portare il pubblico stesso a cantare e ballare insieme ai protagonisti.

#iorestoacasa | Mary Poppins (DISNEY+)

mary poppins 2

Mary Poppins

Uno dei classici per eccellenza del cinema per famiglia, tra i film più amati di sempre dal grande pubblico: Mary Poppins non ha bisogno di presentazioni e oggi come non mai le sue atmosfere zuccherose e una storia votata alla speranza sono più che necessarie. Ancora Julie Andrews è magnifica protagonista nei panni della bambinaia piovuta, letteralmente, dal cielo e pronta a riportare la serenità nella tormentata famiglia Banks.

Tra balletti entrati nella storia e canzoni altrettanto immortali, le due ore e rotti di visione brillano per inventiva e leggerezza, con tanto di leggendario ibrido tra live-action e animazione che ha segnato indelebilmente l’immaginario cinematografico. Per saperne di più sulla complessa genesi del progetto vi consigliamo il bio-pic Saving Mr. Banks, anch’esso disponibile sulla medesima piattaforma di steaming.

#iorestoacasa | Il mago di Oz (NETFLIX)

il mago di oz

Il mago di Oz

La leggiadra voce di Judy Garland, magnificamente omaggiata da Renée Zellwager nel premiato Judy (2019), è solo uno dei molteplici punti di forza di questo film fantastico senza tempo, capace di conquistare il cuore e lo sguardo anche oggi ad oltre ottant’anni dalla sua uscita. Il mago di Oz è una favola che non passa mai di moda, capace di trasportare il pubblico in un mondo popolato da bizzarre creature e crudeli streghe, dove la musica gioca un fondamentale ruolo di supporto.

L’immortale Over the raimbow è entrata nel cuore di diverse generazione di spettatori e l’incontro con i tre compagni di avventura della giovane protagonista, ossia lo spaventapasseri, l’uomo di latta e il leone fifone, è intriso di una magia a prova di grandi e piccini che ci invita a sognare e a credere sempre in noi stessi anche nelle situazioni più difficili.

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Cinema coreano | 5 cult da recuperare dopo aver visto Parasite

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parasite

Il clamoroso, tanto meritato quanto inaspettato – almeno per ciò che concerne la statuetta più importante – trionfo di Parasite agli Oscar ha acceso l’attenzione del grande pubblico sul cinema coreano, da sempre confinato ad una, comunque folta, schiera di appassionati dei film provenienti dall’estremo Oriente.

Ma dalla Corea del Sud è dall’inizio del nuovo millennio che arrivano opere importanti, veri e propri capolavori diventati di culto e alcuni dei quali distribuiti anche nelle sale nostrane ottenendo il rango di moderni cult. In questo periodo dove stare a casa è una regola che tutti dobbiamo seguire, vi proponiamo una lista di titoli da recuperare per allietare le vostre giornate di reclusione, nella speranza di aprirvi le porte ad un universo capace di regalare grandi emozioni.

Old Boy (2003)

old boy

Old Boy

Il secondo capitolo della trilogia della vendetta firmata da Park Chan-wook, una saga tematica legata esclusivamente dal tema della vendetta ma di cui ogni episodio è fruibile singolarmente, è uno dei revenge-movie più intensi e incisivi dello scorso decennio, tale da attirare il plauso incondizionato di Quentin Tarantino. La situazione che vede protagonista Oh Dae-su, imprigionato per quindici anni in una stanza senza sapere il motivo della sua detenzione, e la successiva ricerca da parte dell’uomo dei responsabili di tale crudeltà è al centro di un film enigma che si svela minuto dopo minuto, con una serie di rivelazioni e colpi di scena crudi e crudeli ma dall’indubbio fascino. Una regia dinamica e originale, con un piano sequenza stilisticamente impareggiabile nel quale il protagonista affronta in un corridoio, armato di martello, decine di avversari, è entrato nella storia del cinema tutto e la magistrale performance di Choi Min-sik è di quelle che lasciano il segno.

The Host (2006)

the host

The host

Quattordici anni prima dell’Oscar, Bong Joon-ho utilizza il monster-movie per tracciare una commedia/drammatica sui legami familiari e un thriller distopico sui pericoli delle derive autoritarie che uno stato può prendere in situazioni di emergenza nazionale: il mostro reale è così una sorta di metaforico specchio di uno Stato che toglie le più comuni libertà ai propri cittadini e dove il contiguo diffondersi di una presunta epidemia peggiora ulteriormente le cose.

Al pari del successivo connazionale The flu – Il contagio (2013), le svolte narrative risultano lucide nello sguardo profetico con cui hanno involontariamente fotografato il nostro immediato contemporaneo, ma qui l’atmosfera più amara si mescola a sani istinti di genere e ad uno spettacolo a tema delle grandi occasioni, condito con ottimi effetti speciali. Quando la giovane Hyun-seo viene rapita dalla creatura, la sua famiglia (padre, zio e zia e nonno) cerca in tutti i modi di salvarla dovendosi scontrare con insidie molto più umane e terrene, iniziando una partita sacrificale dopo la quale niente sarà più come prima sia per i diretti protagonisti che per la società intera.

Leggi anche: Memorie di un assassino | la recensione del film di Bong Joon-ho

Il buono, il matto, il cattivo (2008)

il buono il matto il cattivo

Il buono, il matto, il cattivo

Quando si pensa al cinema western, difficilmente ci si rivolge a Oriente. E invece uno dei titoli del filone più incisivi e abbaglianti del nuovo millennio proviene proprio dalla Corea del Sud, per la regia di quel Kim Ji-woon che da sempre ha dimostrato di sapersi adattare ad ogni genere, dall’horror di Two Sisters (2003) al revenge-movie di Bittersweet Life (2005).

Il regista tenta una rivisitazione che coniuga elementi sia del filone spaghetti che del classico cinema di frontiera USA, con il classico di Leone citato già nel titolo quale maggior fonte di ispirazione, duello finale a tre incluso. Violenza e divertimento prendono forma in uno spettacolo roboante, con sequenze d’azione d’eccellente qualità e varietà e un inseguimento a cavallo nel torrido deserto che ha pochi eguali, con immagini e musica (la scelta di Don’t Let Me Be Misunderstood come accompagnamento è gasante a livelli inimmaginabili) che regalano una delle scene a tema più belle di sempre. E il cast che vede nei ruoli principali le star nazionali Jung Woo-sung, Song Kang-ho e Lee Byung-hun è assolutamente perfetto per coniugare fascino e comicità in un messa in scena così larger than life.

Train to Busan (2016)

train to busan

Train to Busan

Reinventare un filone spezzo inflazionato da produzioni mediocri con un titolo ambizioso, un blockbuster realizzato sulla scia dell’hollywoodiano World War Z (2013) ma ricco di una maggior carica melodrammatica e di soluzioni originali. Spettacolo ed emozioni convivono in egual misura in questo zombie-movie made in Corea, nel quale un’epidemia che trasforma gli infetti in morti viventi affamati di carne umana colpisce in prima istanza un treno diretto, come suggerisce il titolo, a Busan.

Sul mezzo viaggia anche un padre con la figlia piccola e proprio loro due saranno i principali protagonisti di un cast corale, popolato da personaggi ottimamente caratterizzati alle prese con risvolti sempre più dolorosi e inquietanti che metteranno a nudo i lati più oscuri dell’essere umano. L’enorme numero di comparse, con scene di massa di inusitata potenza visiva, una tensione costante che sfrutta al meglio l’ambientazione – così come fatto solo tre anni prima da Bong in Snowpiercer (2013), e una componente splatter a prova di grande pubblico rendono le due ore di visione un viaggio trascinante, con un sequel di prossima uscita (Peninsula), un prequel d’animazioe (Seoul Station) e un remake hollywoodiano in cantiere a confermare l’impatto e il successo del film.

Burning (2018)

burning

Burning

Lee Chang-dong ha firmato in carriera opere memorabili del calibro di Secret Sunshine (2007) e Poetry (2010), ma in quest’adattamento di un racconto dello scrittore giapponese Haruki Murakami (seguitissimo anche in Italia) trova un’inedita chiave di lettura per portare magnificamente le pagine dell’autore nipponico. Burning espande quanto narrato nell’opera originaria e si instrada sul percorso di un torbido thriller drammatico dove nulla è come sembra, permeato da un’ambiguità di fondo che trova il suo crudo apice nell’epilogo che non ti aspetti, perfetta quanto diabolica chiusura di un cerchio amarissimo.

Il menage a trois al centro della vicenda, con la bella Shin Hae-mi “contesa” da due ragazzi assai diversi per carattere ed estrazione sociale, si apre così a sfumature intrinseche sulla deriva di un Paese e della propria gioventù. Un anno prima di Parasite, il film è stato candidato agli Oscar come miglior film straniero ed è entrato nella shortlist ma non nella cinquina finale.

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