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Cinema

Nowhere Special | il regista Uberto Pasolini ci racconta il suo nuovo film

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John è un trentaquattrenne gentile e silenzioso, che di mestiere fa il lavavetri, in giro per Belfast. La sua esistenza terrena è condannata ad esaurirsi a brevissimo termine, per colpa di un male incurabile. Nel poco tempo che gli rimane, deve fare la cosa più importante della sua vita: trovare una famiglia per il suo bambino di quattro anni, Michael, dal momento che la madre li ha lasciati entrambi poco dopo la sua nascita. Mentre visitano le coppie disponibili e selezionate per l’adozione, John e Michael passano insieme la loro giornata, trasformando ogni gesto quotidiano in una memoria preziosa.

Torna di nuovo sul tema della fine, Uberto Pasolini, pronipote di Visconti, che nel 2013 aveva convinto tutti con il premiatissimo Still Life, in cui Eddie Marsan era un impiegato ossessivamente meticoloso incaricato di trovare i parenti di chi moriva in solitudine. Il suo nuovo Nowhere Special, sottotitolo italiano “Una storia d’amore”, arriva in sala con Lucky Red dall’8 dicembre dopo essere stato presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia lo scorso anno. 

Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Uberto Pasolini del suo nuovo film. Ecco cosa ci ha raccontato.

Il film è tratto da una storia vera. Come l’ha scovata e cosa l’ha colpita in particolar modo?

Tutto è partito da un articolo di giornale, dove ho trovato la storia e ne sono rimasto affascinato. Sono genitore anche io, per cui mi ha attratto l’idea di questo padre che avverte l’obbligo di trovare una soluzione alla vita del figlio e al tempo stesso la necessità di spiegargli una situazione difficile. Ho contattato i servizi sociali dell’epoca, ma non ne ho saputo molto di più rispetto a quanto avevo già letto: l’uomo era un padre single, senza famiglia, che aveva deciso di dedicarsi completamente da solo al bambino. Dalla curiosità iniziale, ho provato a capire cosa volesse dire mettersi nei suoi panni. E mi sono interrogato sulla forza di questa unione separata dal resto del mondo.

Quindi ho fatto numerose ricerche sull’adozione, dal punto di vista pratico ed emotivo, contattando gente coinvolta nella questione. Come si cerca, come si identifica la famiglia giusta? Ho provato a ricreare il viaggio psicologico e pratico di un padre.

Cosa ha scoperto di queste persone che ha incontrato?

Io ho pochissima immaginazione, quindi ho dovuto rubare alla realtà le loro intenzioni, i loro modi di avvicinarsi, che è poi ciò il padre deve analizzare e valutare. Attraverso il viaggio di conoscenza e incontri, c’è un’evoluzione che porta l’uomo a domandarsi quale sia la cosa giusta e ad abbandonare le sue certezze. Penso che l’amore si basi sulla curiosità. Senza di essa perdiamo l’opportunità di capire e amare veramente le persone che abbiamo accanto. Questo è il vero viaggio d’amore. Un viaggio di scoperte, durante il quale le debolezze devono essere accettate.

Tutti arrivano alla decisione di adottare con ragioni diverse, non esiste una regola e non esiste la famiglia perfetta. Tutte quelle che incontra John avrebbero potuto offrire una buona vita a Michael, sono tutte speciali a modo loro. Il film non vuole giudicare, non vuole dare risposte. Il cinema non dovrebbe dare lezioni, almeno io non lo concepisco così. È la condivisione di un viaggio, delle esperienze, di dubbi ed emozioni.

Come ha trovato il piccolo e bravissimo Daniel Lamont?

Per fortuna, o grazie agli Dei del Cinema, non so… Avevo poche richieste: doveva essere un bambino che non avesse mai lavorato con nessun altro, nemmeno con la maestra di scuola, che scoprisse giorno per giorno come diventare un professionista. Ho provinato circa cento bambini a Belfast, ma appena ho incontrato Daniel ho visto in lui qualcosa di speciale. Ho ritrovato un po’ quello che avevo scritto in sceneggiatura, questa capacità di osservazione e silenzio.

Ho chiesto a James (Norton, ndr.) di passare del tempo con lui, per creare una certa confidenza. Alla fine ci ha passato giornate intere, creando e facendo nascere una vera amicizia. L’affetto che voi vedete sullo schermo è vero, credibile. Ma la qualità del film non è l’aver creato nel montaggio qualcosa di falso, ma di aver catturato una realtà, una vera emotività. Se ci fate caso, le scene più importanti tra padre e figlio sono piani sequenza, lunghi, vissuti nella realtà. James ha capito che la forza del film si sarebbe basata sull’unicità di questo rapporto padre e figlio.

Cosa l’ha convinta a scegliere James Norton?

Principalmente due ragioni. Avevamo bisogno di un attore in grado di comunicare una vita interiore, molto profonda, senza dialogo, senza grandi momenti di recitazione. E io sapevo che James era capace di fare questo. Il padre del film non ha amici, da qui anche la decisione di scegliere il mestiere di lavavetri, che si può fare da soli, senza colleghi. Colleghi che sarebbero stati possibili interlocutori con cui confrontarsi sulla situazione e sulle proprie emozioni.

È un padre che ha dedicato la sua intera esistenza al figlio, che non ha creato altri rapporti al di fuori del rapporto col figlio. Si tratta di una situazione che trova la sua forza nell’uso di un attore come James, che è bello, prestante, giovane e forte. Lo spettatore, consciamente o inconsciamente, può immaginarselo in un’altra vita, in altri rapporti, con donne, amici. Questo giovane, in questa fisicità così attraente, ha una sola vita, un solo amore, un solo affetto, che è il figlio. La tecnica, la capacità, la profondità della recitazione che James può offrire, mi hanno fatto pensare che fosse la scelta giusta.

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Cinema

Ben Affleck compie 50 anni | 5 film indimenticabili da rivedere con l’attore

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Sarà un compleanno decisamente speciale e indimenticabile per il bello e dannato Ben Affleck. Del resto, a distanza di venti anni, avere la possibilità di spegnere 50 candeline sulla torta, accanto alla sua storica compagna e neo moglie Jennifer Lopez è un lusso per pochi. I ‘Bennifer’ come sono stati soprannominati dai fan, stanno vivendo un momento davvero magico nella loro vita. Dopo la separazione con l’attrice Jennifer Garner dalla quale sono nati Violet Anne (2005), Seraphina Rose Elisabeth (2009) e Samuel (2012), l’attore sembra aver trovato nuovamente la serenità con JLO. Nonostante alcuni scivoloni – se così possiamo definirli – che hanno compromesso anche la sua carriera, il bel Ben è riuscito a mantenere immutato nel tempo il suo fascino da bel tenebroso.

Come ha saputo dimostrare nel corso della sua carriera come attore e regista, il punto di forza di Affleck non è rappresentato solo dall’aspetto esteriore, ma anche dal grande talento. Sebbene abbia ‘solo’ 50 anni, i film che meriterebbero una menzione speciale, dietro e davanti la macchina da presa, sono davvero tanti. Per celebrare questo traguardo importante, ecco i 5 lungometraggi maggiormente incisivi e apprezzati dal pubblico e dalla critica.

Armageddon – Giudizio finale (1998)

Chi non ha avuto una cotta per l’affascinante astronauta A.J. Frost, fidanzato della bellssima Grace (Liv Tyler)? Armageddon diretto da Michael Bay, racconta la storia di un gruppo di operai impiegati in un impianto di trivellazione petrolifera, guidata da Harry S. Stamper (Bruce Willis). La NASA dopo essersi accorta dell’imminente minaccia di un asteroide pronto a colpire la Terra, decide di chiamare a rapporto gli uomini di Stamper, con l’intento di mandarli nello Spazio per trivellare il meteorite. La storia d’amore tra la bella Grace e A.J, nonostante non vada a genio al padre, lo porterà a compiere un gesto per amore della sua bambina.

Pearl Harbor (2001)

E qui, mettendo momentaneamente da parte il periodo nel quale è ambientato, milioni di ragazzine sono state combattute su chi scegliere tra Rafe McCawley (Ben Affleck) e Danny Walker (Josh Hartnett). Nuovamente diretto da Michael Bay, il film si ispira al tragico attacco da parte dell’esercito giapponese all’isola di Pearl Harbor, avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra le varie strategie dei due eserciti coinvolti, frasi celebri e sequenze che mostrano la crudeltà della guerra, c’è tempo anche per seguire la storia d’amore tra la dolce infermiera Evelyn Johnson contesa dai due migliori amici Rafe e Danny. Convinta di aver perso per sempre l’amore della sua vita durante un combattimento aereo, quando la Johnson riesce a trovare conforto nelle braccia di Walker. Tutto verrà mandato all’aria non solo dal ritorno di Rafe ma anche da un improvviso bombardamento da parte dei giapponesi il 7 dicembre del 1941.

Leggi anche: Ben vs Casey, i 5 migliori ruoli dei fratelli Affleck

Argo (2012)

Il terzo film come regista per Ben Affleck, dopo Gone BabyGone (2007) e The Town (2010) è ispirato al libro Master of Disguise: My Secret Life in the CIA (1999) dell’ex agente della CIA, Tony Mendez. Il lungometraggio ambientato nel 1979 durante la rivoluzione iraniana a Teheran, racconta le azioni, le scelte e le difficoltà incontrate dai componenti dell’operazione segreta Canadian Caper, guidata da Stati Uniti e Canada. Mendez era a capo di questa missione per far in modo che sei cittadini americani rifugiati nell’ambasciata canadese in Iran, potessero essere liberati. Un film che merita senz’altro di essere visto, tanto da aver vinto anche prestigiosi riconoscimenti, compresi tre Premi Oscar come Miglior Film, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior montaggio.

Leggi anche: Gone Girl, il nuovo capolavoro di David Fincher

L’amore bugiardo – Gone Girl (2014)

Questo thriller diretto da David Fincher è tratto dal romanzo L’amore bugiardo della scrittrice e sceneggiatrice Gillian Flynn. Il barista Nick Dunne (Ben Affleck) e la scrittrice per bambini Amy Elliott-Dunne (Rosamund Pike) sono la coppia perfetta e invidiata da tutto il vicinato e non solo. O almeno è ciò che viene mostrato all’esterno. La scomparsa improvvisa di Amy, come se fosse stata vittima di un’aggressione, porterà la stampa americana a scandagliare la vita privata di Nick, facendo emergere dei segreti mai rivelati prima. Tante bugie e verità mai dette verranno fuori per la prima volta, mostrando a tutti – soprattutto al marito – la vera faccia della sua amata mogliettina.

Leggi anche: 7 motivi per cui Ben Affleck è il miglior Batman di sempre

Batman v Superman: Dawn of Justice (2016)

E per concludere questo super compleanno per Ben Affleck, non potevamo non parlare del suo ruolo da supereroe. Smessi i panni dell’avvocato non vedente Matt Murdock nel film Daredevil, il buon Affleck ha deciso di gettarsi in un altra storia tratta dai fumenti. Il ruolo in questione è nientepopodimeno che, quello di Bruce Wayne conosciuto anche come Batman. Con Zack Snyder alla regia, la storia si svolge durante la battaglia di Metropolis, nel quale Wayne assiste al crollo della città durante lo scontro tra Superman (Henry Cavill) e il Generale Zod. La rivelazione del supereroe, porta i cittadini a diversi in due, tra chi si sente protetto e lo venera, e chi invece lo reputa una minaccia per il mondo, tra i quali compare proprio Bruce Wayne. A far scattare la scintilla tra Superman e Batman, avviene con l’arrivo dell’eroe in tuta blu e mantello rosso, nella città di Gotham.

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Anne Heche: tra la vita e la morte | la difficile decisione della famiglia

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Una settima decisamente difficile da accettare nello show-biz a Hollywood. Dopo la morte dell’attrice Olivia Newton-John, dopo una battaglia durata 30 anni contro il cancro al seno, tra poche ore potrebbe arrivare un’altra triste notizie. Secondo le ultime notizie, attraverso un comunicato stampa, la famiglia dell’attrice Anne Heche ha dichiarato pubblicamente lo stato di salute della donna e la difficile decisione che sarà costretta a prendere tra poche ore.

Il comunicato della famiglia di Anne Heche

La certezza che l’incidente automobilistico avvenuto lo scorso venerdì fosse grave era risultato chiaro a tutti dal primo istante. Le foto rilasciate nelle ore subito dopo l’impatto dell’auto guidata dall’attrice 53enne Anne Heche contro un’abitazione residenziale, avevano allarmato i fan e i familiari della donna immediatamente. A distanza di una settimana dal drammatico impatto, la famiglia si è trovata costretta a diramare un comunicato che non lascia spazio alle interpretazioni. Questa mattina sul sito Deadline è stato pubblicato un messaggio condiviso da un rappresentante della famiglia Heche.

“Vogliamo ringraziare tutti per i loro pensieri e preghiere per la guarigione di Anne, e ringraziare lo staff scrupoloso e le meravigliose infermiere che si sono presi cura di Anne al Grossman Burn Center dell’ospedale di West Hill. Purtroppo, a causa dell’incidente, Anne Heche ha subito un grave danno anossico al cervello e resta in coma, in condizioni critiche. Non ci si aspetta che sopravviva.”

E ancora: “Lei aveva scelto da tempo di donare gli organi e viene tenuta in vita meccanicamente per capire se sia possibile. Anne aveva un grande cuore e ha toccato tutti quelli che ha incontrato col suo spirito generoso. Più del suo straordinario talento, per lei diffondere gentilezza e gioia era uno scopo nella vita, specialmente spostare l’asticella dell’accettazione delle persone che ami. Sarà ricordata per la sua coraggiosa sincerità e mancherà moltissimo per la sua luce.”

Leggi anche: L’attrice Anne Heche coinvolta in un incidente in auto | le sue condizioni

Leggi anche: Addio Olivia Newton-John | la dolce Sandy di Grease si è spenta a 73 anni

Le dinamiche dell’incidente di Anne Heche

Lo scorso venerdì poco dopo mezzogiorno, la Mini Cooper guidata dall’attrice Anne Heche si è schiantata contro una casa in Walgrove Avenue a Los Angeles. Un impatto talmente violento che ha visto l’auto prendere fuoco e portare la donna subito al pronto soccorso, cercando di salvarle la vita. Ancora non è chiaro cosa sia accaduto, visto che Anne prima dell’incidente si era recata dal parrucchiere Richard Glass a Venice. Nessun comportamento anomalo o possibile malessere è stato riscontrato dall’hair stylist ancora scioccato per la notizia. L’unico elemento che sembra certo, dopo un’attenta visione delle telecamere della zona, riguarda la velocità sostenuta dell’auto.

Queste ore di silenzio avevano fatto ben sperare i suoi fan, in attesa di leggere un comunicato che potesse dare una sentenza diversa da quella diramata dai suoi cari questa mattina. Una volta terminate le operazioni riguardanti l’espianto degli organi sani, il macchinario di ventilazione che tiene in vita la Heche, purtroppo, verrà staccato.

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Tredici Vite | il nuovo film di Ron Howard rinuncia alla solita spettacolarità hollywoodiana

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Tredici Vite | il nuovo film di Ron Howard rinuncia alla solita spettacolarità hollywoodiana
3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Ad un primo sguardo si intuisce subito come Tredici Vite non sia il classico lavoro di Ron Howard. È invece un film che rinuncia quasi immediatamente all’enfasi, alla celebrazione del coraggio, all’agiografia degli eroi senza macchia, prediligendo una narrazione molto più asciutta, essenziale e priva di fronzoli, millimetrica nella sua ricostruzione di una impresa eroica e apparentemente irragionevole.

Il regista di Apollo 13 (che in passato non ha mai rinunciato alla spettacolarizzazione) sceglie questo approccio per narrare una storia che è già esagerata e spettacolare di per sé: quella di dodici membri di una squadra di calcio amatoriale, di età compresa tra 11 e 16 anni, che insieme al loro allenatore si ritrovano intrappolati in una grotta nel massiccio del Doi Nang Non, in Thailandia. Durante una improvvida esplorazione dopo l’allenamento, un primo monsone inonda le viscere labirintiche della caverna, bloccandone l’uscita. I giovani atleti rimangono così trincerati nell’oscurità, circondati da chilometri di rocce taglienti, senza contatto con l’esterno e con delle prospettive di sopravvivenza quasi nulle, affidate a decine di volontari provenienti da tutto il mondo che devono utilizzare il proprio ingegno per trovare una soluzione utile a riportare i ragazzi in superficie.

È la stessa storia raccontata solo un anno fa dal documentario mozzafiato The Rescue, pubblicato su Disney+ a fine 2021 e diretto da Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi, che ripercorreva scrupolosamente tutte le fasi di questo incredibile salvataggio, dal primo al diciottesimo giorno, utilizzando quasi esclusivamente immagini di archivio e facendo ricorso solo in alcuni momenti a sequenze ricostruite, perfettamente integrate nella narrazione e quasi impercettibili nella loro estraneità ai documenti reali.

Ed è forse proprio la decisione di Howard di non cavalcare gli aspetti più clamorosi di questa storia, rinunciando quindi ad esprimere un punto di vista personale sui fatti messi in scena, che rende difficile giudicare positivamente la scelta di realizzare un film di finzione con attori blasonatissimi per raccontare ciò che il cinema documentaristico aveva già raccontato in maniera estremamente soddisfacente solo nel recente passato.

Tredici Vite | la ricostruzione millimetrica di una impresa eroica

Non c’è dubbio che un sacco di lavoro sia stato dedicato alla cura degli aspetti tecnici di Tredici Vite, dalla certosina ricostruzione degli interni della grotta thailandese fatta da Molly Hughes, fino alla dedizione dei due attori protagonisti, che per il ruolo hanno ottenuto la certificazione per potersi immergere in acqua senza fare costantemente uso di controfigure, così come impressionanti sono il sound design e la fotografia subacquea di Sayombhu Mukdeeprom.

Tutto questo sforzo sembra però essere sostanzialmente inutile se affiancato da un montaggio che non aiuta la costruzione della tensione. Nonostante una mappa della caverna compaia spesso in sovrimpressione per indicare il punto in cui si trovano i soccorritori in quel momento del film, agli spettatori viene a malapena concesso un senso della geografia: Howard e il suo montatore James Wilcox uccidono infatti lo slancio narrativo tagliando costantemente tra ciò che accade sottoterra e i numerosi tentativi sulla terraferma di deviare le correnti d’acqua.

E sono proprio tutte le sequenze che non si svolgono all’interno della grotta ad affossare il film, finendo per riproporre stancamente la narrazione del salvatore bianco, sulla base della quale non è mai necessario approfondire la psicologia dei Navy Seal thailandesi che pure stanno cercando di salvare i ragazzi o di dare il giusto risalto alla scelta degli agricoltori del luogo, disposti a distruggere le proprie colture di riso per dare una speranza (remotissima) ai giovani intrappolati sottoterra. 

C’è vita oltre la tecnica?

Il nuovo film di Ron Howard fallisce quindi a qualsiasi livello diverso da quello tecnico, come appare evidente nelle scene in cui i subacquei si trovano a dover mettere in pratica un folle piano di salvataggio che prevede di anestetizzare e rendere immobili gli adolescenti intrappolati, legando loro mani e piedi in modo che non possano agitarsi o svegliarsi mentre i soccorritori li trasportano fuori dalla grotta. Dovremmo provare un senso di ansia e preoccupazione per ciascuno di questi ragazzi e per i subacquei che stanno cercando di riportarli in superficie. Invece, il processo appare solo una catena di montaggio che sputa fuori il prodotto. Uno sforzo meccanico ed efficiente, che però non suscita emozione alcuna. Proprio come questo film.

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