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The Black Phone | la recensione dell’audace horror con Ethan Hawke
3.6 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il nuovo lavoro di Scott Derrickson sembra il collaudo di un horror che ha bisogno che i suoi meccanismi girino un po’ a vuoto prima di poter mettere in moto la macchina. The Black Phone è infatti un film che rimanda costantemente l’esplosione di violenza, in cui le uccisioni avvengono prevalentemente fuori campo, negate allo sguardo dello spettatore tramite dissolvenze che sembrano indicare delle prove di accensione smorzate sul nascere. Pur attingendo a piene mani dal microcosmo convenzionale di Stephen King (il racconto che ispira il film è firmato da suo figlio Joe Hill), frequentato da bambini costretti a diventare adulti prima del tempo, genitori inetti e clown terrificanti con i loro palloncini, lo stesso l’horror di Derrickson sembra una versione cadaverica di quel tipo di racconto, un affascinante quanto spiazzante Stand By Me dall’oltretomba. Quella che arriva a chi guarda è solo l’eco di quel cinema anni Ottanta a cui il film chiaramente si ispira: una voce lontana e inquietante che proviene da un mondo che non c’è più e che è diventato inevitabilmente terreno di fantasmi e presenze invisibili. The Black Phone annulla così l’effetto nostalgia, trasla le classiche meccaniche di It o dei Goonies nel regno degli inferi e le disincarna dal corpo cinematografico che le reggeva.

Come uno degli impalpabili aiutanti suggerisce al giovane protagonista, che si trova rinchiuso in un seminterrato dopo essere stato rapito da un predatore di bambini: «Se non giochi, non può vincere». Ed è questo il consiglio che lo stesso Derrickson segue per il suo film, sempre reticente nel rispettare le regole che il genere imporrebbe e refrattario ad ogni spinta che vorrebbe ricondurlo nel campo d’azione più tradizionale. La lurida prigione sotterranea in cui è relegato Finney è solo il “riflesso del male” di ciò che avviene quotidianamente a livello della strada: se la realtà scolastica e cittadina emerge come un contesto durissimo, in cui bisogna essere pronti a sferrare e a incassare pugni, in cui è necessario avere le nocche sporche di sangue per essere rispettati, dallo scantinato si può invece scappare solo grazie alla solidarietà tra coetanei che hanno condiviso un comune destino di abusi. Un’idea mutuata dal cinema di Guillermo Del Toro, in cui il senso di fratellanza che gli esseri umani, specialmente i bambini, riscoprono dopo essere passati dall’altro lato, prevale su ogni contrasto esistente in vita (e d’altronde già ne La spina del diavolo il piccolo Carlos veniva aiutato da un ragazzino fantasma nel suo tentativo di fuga e sopravvivenza).

Allo stesso tempo, però, The Black Phone sembra anche essere un compendio di tutta la principale produzione Blumhouse fino a questo momento: le maschere de La notte del giudizio, la grana delle immagini in Super 8 ad indicare un presagio funesto come in Sinister, la complicità tra fratello e sorella già messa in scena con Oculus. Quello di Derrickson, come lo stesso antiquato telefono che dà il nome al suo film, è quindi un mezzo di comunicazione tra diversi piani narrativi e cinematografici: sopra e sotto, vecchio e nuovo, aldilà e mondo dei vivi. La guida del passato serve ad orientarsi correttamente nel presente, ma i vecchi modelli sarebbero solo un mucchio di cadaveri in assenza di un corpo “giovane” in grado di farli camminare su gambe nuove.

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Recensioni

Non così vicino: recensione | Tom Hanks e le regole del buon vicinato

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non così vicino

Tom Hanks e Mariana Treviño in Non così vicino

Non così vicino: Tom Hanks e le regole del buon vicinato | Recensione


4
Punteggio

Regia

Sceneggiatura

Cast

Colonna Sonora

In sala dal 16 febbraio 2023, distribuito da Warner Bros. Entertainment Italia, Non così vicino prende ispirazione dal bestseller di Fredrick Backman, L’uomo che metteva in ordine il mondo, già adattato per lo schermo nel 2015 dallo svedese Hannes Holm.

In cabina di regia, Marc Forster dirige un’opera a metà tra la commedia e il dramma, riuscendo a bilanciare perfettamente le due correnti. Il risultato è uno di quei film capaci di passare in rassegna tutta la gamma delle emozioni.

non così vicino

Tom Hanks nei panni di Otto Anderson

La storia di Otto Anderson – nessuno meglio di Tom Hanks poteva prestargli il volto – è, al tempo stesso, commovente ed esemplare. L’impegno dell’attore americano è, evidentemente, totale. Non a caso ha vestito anche i panni di produttore della pellicola, insieme alla moglie Rita Wilson.

Non così vicino mette in scena una vita come tante, fatta di romanticismo, sogni e difficoltà. Nella sua esistenza, Otto ha incontrato persone che ne hanno cambiato il corso, conducendo lui stesso a modificare il suo sguardo sul mondo. Il ragazzo appassionato e amorevole – interpretato da uno dei figli di Hanks, Truman – lascia il posto a un uomo diffidente e pieno di risentimento.

L’incontro con Marisol (Mariana Treviño) e con la sua vivace famiglia spinge Otto a uscire dal guscio che si è creato. Così, si apre di nuovo agli altri, non senza una buona dose di resistenza, e ritorna, in qualche modo, a vivere.

Una grande storia d’amore al centro di Non così vicino

Una grande storia d’amore, come di quelle che esistono solo nei film, è al centro di Non così vicino – in originale A Man Called OttoAttraverso i vari flashback, ne veniamo a conoscenza e ne percepiamo il valore. La poesia, che permea la pellicola, prende ovviamente linfa dalla storia di Otto e Sonya (Rachel Keller).

non così vicino

Mariana Treviño e Tom Hanks in una scena di Non così vicino

La vita ha concesso loro momenti di straordinaria bellezza, ma anche di estrema sofferenza. Perché, in fondo, ogni esistenza si compone di tutto ciò, di alti e di bassi. La forza risiede nel saperli affrontare con il giusto spirito, senza lasciarsi sopraffare.

Ma, per farlo, c’è bisogno di avere accanto qualcuno che sappia comprendere o, senon altro, ascoltare. In simile discorso si inserisce la figura di Marisol e del resto dei vicini di Otto. Tutti, a modo loro, contribuiscono a colorare le giornate gli uni degli altri, contornandole di sfumature semplici, ma necessarie.

Il filtro della commedia per parlare di vita

Attraverso il filtro della commediaNon così vicino affronta questioni delicate e difficili, quali, per esempio, la malattia, l’arrivisimo, la superficialità. Numerose sono le scene nelle quali appare evidente la critica alla società odierna e ai meccanismi che la muovono. L’umanità sembra andare verso la perdizione, così come i valori di un tempo.

La solidarietà senza porre condizioni, l’amore e il rispetto per il prossimo, la passione portata avanti nonostante le avversità, il senso della famiglia. La scrittura di David Magee riesce a costruire un quadro quanto più realistico e sfaccettato, mentre la mano di Marc Forster ne carpisce il cuore e lo spirito.

La tragicomicità la fa da padrona, rendendo la fruizione assolutamente piacevole ed emozionante. Merito anche della splendida colonna sonora, arricchita dalla canzone Til Your Home, scritta dalla stessa Wilson, che la canta insieme a Sebastián Yatra, una delle grandi escluse dalla cinquina agli Oscar 2023.


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Recensioni

Till | un film struggente, utile e importante sorretto da un grande cast

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Till | un film struggente, utile e importante sorretto da un grande cast


3.3
Punteggio

Regia

Sceneggiatura

Cast

Colonna Sonora

Locandina del film Till (fonte: IMBD)

Locandina del film Till (fonte: IMBD)



Till, il nuovo film di Chinonye Chukwu, racconta la storia dell’omicidio di Emmett Till e dell’attivismo di sua madre per tenere viva la memoria di quell’atto brutale.

Mamie Till è diventata educatrice e attivista nel Movimento per i diritti civili degli afroamericani dopo la morte del figlio di 14 anni, Emmett, che, nel 1955, fu picchiato ed ucciso a colpi di arma da fuoco e poi gettato nel fiume Tallahatchie da suprematisti bianchi.

La signora Till insistette affinché la bara contenente il corpo di suo figlio fosse lasciata aperta per mostrare al mondo cosa gli avevano fatto.

Una scena del film Till (fonte: IMBD)

Una scena del film Till (fonte: IMBD)

Quella di Chukwu è la seconda trasposizione di questa storia nel corso di pochi mesi, dopo la miniserie della ABC dello scorso gennaio dal titolo Women of the Movement. Si potrebbe pensare che due versioni filmate della stessa storia in così poco tempo possano essere eccessive, ma i recenti fatti di cronaca (ad esempio il memoriale dedicato a Till a Sumner, Mississippi, crivellato da colpi di pistola) suggeriscono il contrario.

Chwuku mantiene per tutto il film la promessa iniziale di non rappresentare graficamente alcuna violenza contro i suoi personaggi sullo schermo, ma ugualmente indugia in maniera controversa sui corpi ormai senza più vita, sul dolore di chi, inevitabilmente, resta in un mondo che ha strappato a forza i loro affetti più cari.

Il modo in cui il film mostra la signora Till-Mobley con il corpo di Emmett sarà sicuramente oggetto di polemiche: Chukwu non inquadra subito il corpo, quando sua madre entra per la prima volta nella stanza, ma pian piano la macchina da presa si solleva in modo da poter far percepire allo spettatore tutto il peso (letteralmente) di quanto successo.

Chiunque abbia visto Clemency il lungometraggio di Chukwu del 2019 con Alfre Woodard, riconoscerà il suo amore per i volti dei propri attori e per i silenzi ambigui che punteggiano le loro performance. Chukwu ottiene un ottimo lavoro da tutti i suoi interpreti, incluso il sempre bravo Frankie Faison nel ruolo del padre di Mamie.

Goldberg è memorabile nelle sue poche scene e Hall riesce a far empatizzare lo spettatore con il giovane Till grazie al suo minimalismo e al naturalismo della sua prova attoriale. Ma è Danielle Deadwyler a spiccare su tutti, specialmente nelle scene ambientate in tribunale.

Till, un film che la cronaca rende utile e importante

Till è un film giusto, ben fatto, sorretto da un buon cast e mosso da insindacabili buone intenzioni. Ma è anche un film, come ormai capita sempre più di frequente con il cinema americano, fin troppo programmatico nel suo essere l’ennesimo tentativo di riparazione che l’industria cinematografica statunitense mette in campo dopo anni di distrazione o di diverse priorità.

Una scena del film Till (fonte: IMBD)

Una scena del film Till (fonte: IMBD)

Ed è per questo che l’intento pedagogico e di sensibilizzazione del film prende il sopravvento sul resto. Conseguentemente, il giudizio su di esso non può limitarsi agli aspetti tecnici e formali dell’opera cinematografica, ma deve considerare le possibili ricadute nella realtà.

Una delle tante battaglie per cui il movimento per i diritti civili ha lottato duramente è stata quella per ottenere una legge federale contro il linciaggio. Nel 2022, una legge del genere è stata finalmente approvata dopo decenni di tentativi falliti e prende il nome proprio da Emmett Till.

Che ci sia voluto così tanto tempo e il fatto che una legge del genere sia stata accolta anche da scetticismo e polemiche, basta a sottolineare perché Till sia, al netto di tutto, un film importante.


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Recensioni

The Son: recensione in anteprima | Come gestire un figlio depresso?

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Hugh Jackman in The Son

The Son: recensione in anteprima | Come gestire un figlio depresso?


3.3
Punteggio

Regia

Sceneggiatura

Cast

Colonna Sonora

In sala da giovedì 9 febbraio 2023, The Son è il nuovo film firmato Florian Zeller, adattamento cinematografico della piece teatrale Le fils (2018), scritta dallo stesso Zeller. Hugh Jackman, Laura Dern e Vanessa Kirby sono i protagonisti dell’intensa pellicola.

Passato anche in concorso alla 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film è incentrato sulle vicende di una famiglia, alle prese con un figlio affetto da una depressione acuta. The Son fa parte del progetto di una trilogia firmata da Florian Zeller, e arriva a distanza di due anni da The Father – Nulla è come sembra.

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Zen McGrath, Laura Dern e Hugh Jackman in una scena di The Son

Il cineasta francese torna a parlare di famiglia, scegliendo, anche in questa occasione, un particolare punto di vista. Se nella precedente opera, era quello della figlia (Olivia Colman) di un uomo affetto da Alzheimer (Anthony Hopkins), qui entriamo nei panni di due genitori (Jackman e Dern) con un figlio adolescente che ha perso la voglia di vivere.

Nicholas (interpretato dal bravissimo Zen McGrath) ha 17 anni e un malessere perpetuo, che non gli permette di godere della sua età, e delle possibilità a essa legate. La scuola non gli fornisce gli stimoli giusti, così come i suoi coetanei. Preferisce quindi trascorrere le giornate passeggiando per le vie di New York e, talvolta, procurarsi delle ferite per mandar via il dolore.

Sì, perché in realtà, Nicholas non fa che convivere con un dolore attanagliante. Intrappolato nei suoi pensieri e impossibilitato a liberarsene, cerca aiuto dove e come può. Ma nessuno, nemmeno i suoi stessi genitori, riesce a comprendere sino in fondo la sua situazione.

The Son | Tra strazio e frustrazione

Replicando il punto di partenza di The Father – per cui chiama di nuovo al suo fianco il co-sceneggiatore Christopher Hampton – Zeller realizza un’opera di grande impegno e sensibilitàThe Son porta lo spettatore a vivere un momento esistenziale emotivamente spaventoso e frustrante. Per oltre due ore, si ha la sensazione di essere dentro una bolla, sempre sul punto di scoppiare.

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Hugh Jackman in una scena di The Son

Una ninna nanna ci introduce alle vicende, cullandoci nell’idea (e nell’immagine) di una famiglia felice, serena, appagata. Passa qualche minuto e tutto viene svelato. Di mezzo c’è un divorzio, di cui ne ha fatto le spese maggiori il figlio, ormai adolescente, cresciuto nella convinzione di essere stato abbandonato dal padre.

Il bisogno di una figura maschile accanto, oltre alla stima nei confronti del genitore che non è mai venuta bene, hanno reso il ragazzo fragile, insicuro e insoddisfatto. Se, in apparenza, la questione può sembrare banale, a uno sguardo più attento emerge, prorompente e inarrestabile, quanto sia complicata.

Quando l’amore non è abbastanza

Il tema della depressione dilaga e avvolge ogni aspetto della narrazione, gettando tutti – personaggi e pubblico – nel buio più totale. Gli attimi, centellinati e dotati di una straordinaria bellezza, in cui le cose sembrano andare per il verso giusto, concedono un attimo di respiro prima che si venga risucchiati nuovamente. Per sempre.

La famiglia protagonista affronta qualcosa di inatteso e inimmaginabile, qualcosa che lascerà segni su ognuno di loro. Sensi di colpa e recriminazioni tengono lontana la possibilità di dialogo. Per quanto sia fondamentale, non esiste un vero canale di comunicazione tra padre e figlio. Non perché entrambi non lo desiderino, ma per la distanza che li separa, fatalmente.

L’amore non è, purtroppo, sufficiente a colmarla. Non esiste una spiegazione razionale, nè un rimedio semplice. Ed è così che Zeller mette in luce una situazione tanto comune, quanto terrificante, spingendo a riflettere e a porsi delle domande. Ma quali saranno le nostre risposte?


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