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Recensioni

Vinyl, lo show di Martin Scorsese e Mick Jagger sul mondo del rock

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Do alla gente quello che vuole e divento ricco. Mi sono guadagnato il diritto di essere odiato”. Chi parla è Richie Finestra (Bobby Cannavale), il protagonista di Vinyl, la serie televisiva statunitense creata da Mick Jagger, Martin Scorsese, Rich Cohen e Terence Winter che racconta l’ascesa del rock nella New York degli anni Settanta. Targata HBO, Vinyl segue le vicende del presidente della American Century Records, un’importante etichetta discografica sull’orlo del fallimento. L’improvviso abbandono dei Led Zeppelin complica le cose e costringe Finestra a chiedere l’aiuto di loschi personaggi che esercitano un’influenza nel mondo della radio. Ma un tragico fatto catapulta il produttore in una spirale di morte, droga e distruzione da cui sarà molto difficile uscire. Sono oltre venti anni che Mick Jagger e Martin Scorsese vogliono portare sul grande schermo il mondo dell’industria discografica degli anni ’70. Oggi, con il mercato televisivo sempre più produttivo, quell’ipotetico film si è trasformato in un brillante show HBO diretto proprio dal regista di The Departed e The Aviator.

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Martin Scorsese, dopo brillanti documentari come Shine a Light e George Harrison: Living in the Material World, firma un pilot di 108 minuti che introduce allo spettatore i lati bui, folli e trascinanti della musica rock. Ma il successo di Vinyl sta anche nel contributo di Mick Jagger che scrive un’opera autobiografica che rappresenta non solo la nascita del rock ma anche la libertà sessuale (nei cinema troneggia il Gola Profonda di Gerard Damiano), la frenesia dilagante e l’abuso di alcol e droghe dei primi anni ’70. La telecamera nel seguire i personaggi nelle loro azioni mantiene intatto  lo sguardo inedito di uno dei più grandi registi di tutti i tempi e la trascinante colonna sonora restituisce fedelmente l’intensità e l’atmosfera di un’epoca musicalmente inarrivabile. L’immancabile dose di violenza, il pizzico di onirismo narrativo e anche il carismatico Cannavale sono gli ulteriori punti di forza di uno show che è la vera sorpresa del 2016. Vinyl è molto più di una semplice serie televisiva, è cinema d’autore sul piccolo schermo; l’ennesimo passo in avanti per la HBO, una emittente che continua a sorprenderci ed emozionarci con dei prodotti che hanno la stessa firma e qualità dei capolavori cinematografici del passato.

La prima stagione di Vinyl, composta da dieci episodi, ha debuttato su Sky Atlantic il 22 febbraio 2016.

SPOT TV

Classe 1988, nato con l'idea del cinema come momento magico, cresciuto con la prassi di vedere (almeno) un film a sera, abituato a digerire qualsiasi tipo di opera (commedia, splatter, dramma, horror) sin dai primissimi anni di età, propenso a scavare nei meandri più nascosti per trovare sconosciute opere horror da torcersi le budella... appassionato, commerciale, anti-commerciale, romantico, seriofilo, burtoniano...disponibile davanti e dietro le quinte e disposto per tutti voi ad intervistare le più grandi celebrità italiane e internazionali... questo è Carlo Andriani ovvero: IO.

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Netflix

The Witcher, la recensione della serie Netflix

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Che The Witcher (almeno allo stato attuale) non abbia le carte in regola per competere con altre serie fantasy decisamente più blasonate (e meglio realizzate) è chiaro fin dai primi episodi. Se le scene d’azione sono ben coreografate, comprensibili e avvincenti, tutto ciò che c’è in mezzo è invece confuso, poco ispirato, forzatamente spiegato a parole allo spettatore attraverso dialoghi estenuanti e ridondanti (spesso i personaggi dicono una cosa a qualcuno e qualche minuto dopo la ripetono uguale ad un altro).

Il mondo creato da Sapkowski, reso famoso e finalmente “vivo” e pulsante dai ragazzi di CD Projekt con la serie di videogiochi, non è reso su schermo con quella varietà di ambientazioni, colori e peculiarità che invece ci si aspetterebbe da una serie fantasy ambientata in una terra così vasta e dalle infinite possibilità grafiche.

A reggere il gioco sono invece i personaggi, alcuni dei quali ben caratterizzati e in grado da soli di rendere interessanti delle vicende che invece risulterebbero estremamente poco attraenti senza i “trucchi” narrativi che furbescamente gli sceneggiatori sfruttano per tenere alta l’attenzione dello spettatore. Henry Cavill è perfetto nel ruolo di Geralt: non solo ha la voce giusta e la presenza scenica ideale, ma riesce con encomiabile parsimonia di gesti e di espressioni a suggerire emozioni sempre diverse, a non esagerare mai anche nel momento in cui le scene rischiano di cadere pericolosamente nel grottesco. 

Stessa cosa si può dire per Yennefer di Vengerberg. Anya Chalotra sembra infatti aver compreso perfettamente quali sono gli elementi vincenti del suo personaggio e, superati i primi faticosissimi episodi e compiuta la trasformazione definitiva, non c’è ombra di dubbio che la sua maga sia uno dei comprimari meglio scritti e con un arco narrativo interessante. Non accade lo stesso invece con gli altri personaggi. Le sottotrame di Triss e Stregobor non riescono mai davvero a convincere e anche la stessa Ciri (in teoria uno dei personaggi principali) non compie mai una effettiva maturazione perché penalizzata dai meccanismi narrativi.

A differenza di quanto accade in altre serie televisive (ultima in ordine cronologico è Watchmen) che confondono volutamente una trama in realtà semplice e lineare per degli scopi ben precisi, in The Witcher la decisione di complicare la narrazione sembra essere dettata più dalla consapevolezza delle proprie debolezze che da una effettiva esigenza di scrittura. Gestita non poco maldestramente, la narrazione che mescola più linee temporali non è sempre efficace e, ad uno sguardo più attento, non tutto torna quando si cerca di ricollegare gli eventi. Nonostante ciò, è indubbio che sia proprio questo uno degli elementi che permette alla prima stagione della serie Netflix di convincere lo spettatore a proseguire nella visione, superando i pur evidenti difetti nella gestione del ritmo. 

Già rinnovata per una seconda stagione, dopo i confortanti dati raccolti dalla piattaforma streaming, The Witcher è sicuramente una serie in grado potenzialmente di maturare col tempo, di correggere ciò che non va e di migliorare ciò che invece funziona già in questi primi otto episodi. La speranza è che la serie Netflix possa trovare degli sceneggiatori più abili, migliorare sul piano del montaggio (alcune scelte di montaggio alternato disinnescano sequenze anche cruciali) ed emanciparsi da quella struttura “a quest” che rende macchinose e poco credibili alcune svolte di trama. C’è tutto il tempo per migliorare e ci sono tutte le condizioni per poterlo fare. 

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Cinema

Star Wars – L’Ascesa di Skywalker chiude con fatica una trilogia priva di una visione unitaria

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Lì dove Episodio VIII osava, esagerava e sorprendeva, anche a costo di scontentare qualcuno e di muoversi costantemente sul filo del ridicolo (addirittura corteggiando consapevolmente il senso del grottesco), Episodio IX gioca invece in difesa, tira i remi in barca e cerca di concludere una trilogia apolide, senza origine definita, che soffre fin dall’inizio della mancanza di una visione complessiva e unitaria. E lì dove Episodio VII era un film dinamico, dal passo svelto e dalle soluzioni visive sofisticate, Episodio IX è un film molto più classico e posato. Ma se da un lato questo nono episodio cerca di “correggere” la rotta indicata dal suo “rivoluzionario” predecessore, dall’altro L’Ascesa di Skywalker conserva le idee di montaggio di Episodio VII, il suo andamento incalzante e la narrazione per ellissi.

È infatti solo grazie a Maryann Brandon (montatrice de Il risveglio della Forza e fidatissima collaboratrice di Abrams) se questo capitolo conclusivo della “trilogia degli Skywalker” riesce a tenere insieme tutti i pezzi senza risultare noioso ed eccessivamente didascalico. Il più grande successo di Episodio IX sta quindi nel compiere una invidiabile operazione di sintesi e nel condensare in 150 minuti scarsi una sceneggiatura che addirittura comprime gli avvenimenti di un ulteriore capitolo nella sua prima metà, affastellando situazioni e continui cambi di prospettiva (un gioco con le aspettative dello spettatore che viene a noia dopo poco). 

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Paradossalmente i momenti di Episodio IX che funzionano meglio sono quelli che cercano di riprendere il tono “sovversivo” ed iconoclasta del precedente capitolo (che per il resto viene presto superato e accantonato), liquidando in pochissimi secondi personaggi che invece potevano rivelarsi decisivi (la soluzione narrativa con cui ci si libera velocemente della “spia” del Primo Ordine piacerebbe molto a Rian Johnson) e sterzando spesso (e violentemente) la narrazione. Se Johnson arrivava persino a deridere i “maestri”, a ridurre a comparse villain che fino a quel momento erano stati presentati come invincibili, tutto per consegnare la serie finalmente nelle mani della “nuova generazione”, J.J. Abrams e Chris Terrio pescano dal passato della serie e rendono nuovamente decisive le parole dei “padri” (intesi evangelicamente come padri e madri).

L’Ascesa di Skywalker è infatti un film affollato di fantasmi, in cui ciò che è successo prima conta molto più di quello che potrebbe succedere dopo. Il risultato finale somiglia più ad una involuzione che ad un passo avanti: Kylo Ren e Rey (per quanto il loro rapporto rimanga cruciale nel film) perdono quelle caratteristiche che da subito avevano suscitato interesse e curiosità negli spettatori (persino Daisy Ridley e Adam Driver sembrano qui rinunciare alle sfumature nelle loro interpretazioni), Poe Dameron fallisce clamorosamente nel prendere il posto di Han Solo all’interno del gruppo e Finn, quello che doveva essere il personaggio realmente nuovo, quello su cui poter sperimentare di più, fatica a far emergere una propria personalità distintiva. 

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A differenza di ciò che avveniva con Episodio VII, in cui l’eredità della serie di George Lucas era omaggiata attraverso una fedeltà quasi pedissequa alla struttura del racconto originale, i modelli di Episodio IX sembrano provenire da altri franchise cinematografici e non più dagli episodi della vecchia trilogia. Persino i sentimenti che muovono i personaggi non sembrano più essere quelli tipici della saga, ma dei sentimenti molto più generici che già animano la quasi totalità dei franchise moderni (la solidarietà all’interno del gruppo, che sia questo una famiglia o una collettività più ampia). Anche J.J. Abrams sembra condurre questa trilogia alla sua inevitabile conclusione senza grande trasporto.

C’è infatti una idea molto vaga di azione in questo nono episodio e quasi nulla dell’inventiva che invece caratterizzava la regia de Il Risveglio della Forza. Se Abrams era frenato in Episodio VII dalla paura di deludere le enormi aspettative del pubblico e dalla soggezione nei confronti di ciò che era venuto prima, adesso in Episodio IX sembra avere come unico compito quello di “raddrizzare” la trilogia per riportarla in una comfort zone da cui ci si era (repentinamente) allontanati, senza la voglia di fare molto altro.  

Non c’è mai davvero una decisione audace, una presa di posizione in grado di suscitare un reale dibattito. Nè c’è mai una sequenza in grado di suscitare stupore in chi guarda o che giustifichi l’inspiegabile reticenza di un capitolo che dovrebbe idealmente archiviare un’epoca. Alla fine di questa trilogia non rimane altro da dire. Si sono fatti i conti con tutti quei personaggi che erano stati centrali negli episodi passati ma che continuavano ad esserlo anche da non protagonisti in questo nuovo progetto. Johnson aveva cercato di recidere, forse con eccessiva leggerezza, questo legame così vincolante già con l’episodio precedente.

Per Abrams e per la Lucasfilm (e forse per un’ampia fetta di pubblico) serviva ancora del tempo. Episodio IX se ne prende quanto serve e non ha timore di aggiungere nuovi elementi che ritiene necessari per poi risolverli in pochi minuti. Tutti i “passaggi” obbligati sono stati adesso eseguiti. Per fortuna, grazie ad una fattura comunque buona e al lavoro di ottimi professionisti (gli attori e il team di Abrams) quello che poteva essere un disastro si è rivelato solo un film innocuo. 

 

Star Wars – L’Ascesa di Skywalker chiude con fatica una trilogia priva di una visione unitaria
3.0 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

La Dea Fortuna, la recensione del nuovo film di Ferzan Ozpetek

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Arturo e Alessandro sono una coppia da molti anni. La passione non è più quella di una volta e la loro storia sta risentendo di una crisi che entrambi non hanno il coraggio di affrontare. Annamaria, una loro carissima amica, arriva all’improvviso e stravolge la loro vita, affidandogli i suoi due figli per alcuni giorni. Lei infatti deve ricoverarsi in ospedale per degli accertamenti e Arturo e Alessandro sono la sua unica possibilità.

Messi di fronte all’emergenza, in nome di un’amicizia molto forte, i due non possono tirarsi indietro e il rapporto con questi due bambini vivaci e affettuosi li aiuterà ad analizzare le fragilità del loro amore, ma anche a riscoprire la tenerezza e la complicità di una volta.

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Il cast de La Dea Fortuna

Un lungo piano sequenza introduce La Dea Fortuna, il nuovo film di Ferzan Ozpetek al cinema dal 19 Dicembre. Inizialmente l’atmosfera è quasi thriller con urla di bambini che vengono da una porta chiusa a chiave, in una lussuosa villa in un luogo non ben definito. Poi alcuni primi piani di fiori e cibo ci portano in un colorato quartiere romano che ricorda molto quello di Le Fate Ignoranti e il regista ci presenta i personaggi di questa nuova storia, un’avventura emozionante e intima all’interno delle relazioni umane, come solo lui sa raccontare.

La Dea Fortuna ritrova tutti quegli elementi del cinema di Ozpetek che hanno stregato il pubblico all’inizio della sua carriera. Un film corale che sottolinea il senso di comunione e condivisione che è presente nella maggior parte dei suoi film: i personaggi si ritrovano spesso intorno alla tavola, non solo per mangiare, ma per confrontarsi e condividere la loro quotidianità. Si scambiano consigli, cercano sostegno, o si divertono commentando semplici pettegolezzi, mentre tutto scorre tra alti e bassi.

Edoardo Leo si misura con un personaggio diverso dal solito e conquista con l’interpretazione intensa e naturale di un uomo apparentemente superficiale che, gradualmente, si rende conto di ciò che conta e si dimostra responsabile nella gestione dei due bambini che hanno bisogno di una guida e di un compagno di giochi. Se nella prima parte del film lo conosciamo come il farfallone della coppia, poi le cose cambiano e il dito viene puntato su Arturo (Stefano Accorsi) che, dietro quella personalità da intellettuale riflessivo e austero, nasconde qualche scomodo segreto. Tuttavia entrambi hanno un grande cuore, ma non si ricordano più come farlo battere l’uno per l’altro. Come se le arterie fossero troppo piene di rimpianti, risentimento e incomprensione, e c’è bisogno solo di una bella pulizia.

La Dea Fortuna vive grazie a un cast variegato e carismatico: ogni personaggio è come un satellite che ruota intorno alla coppia protagonista. La musica è protagonista come piace a Ozpetek. La colonna sonora suggestiva ed emozionante è curata nella scelta di brani che passano da melodie orientali a una vibrante Mina.

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Con La Dea Fortuna il regista turco sceglie di raccontare la crisi di un amore che, come spesso accade, dopo tanti anni si trasforma e non tutti sono in grado di gestire l’evoluzione della passione in un affetto meno fisico e più spirituale. Lo spettatore viene coinvolto in un vortice di emozioni sincere e pulsanti, perchè la storia di Arturo e Alessandro è universale ed è facile immedesimarsi e vivere con loro tutto quello che accade. La fortuna a volte non basta da sola per raggiungere la felicità.

 

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4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
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