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Recovery Road, il teen drama che sottolinea l’importanza della rehab

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Se ABC è sempre garanzia di qualità, non si può dire lo stesso di Freeform che ha lanciato nel 2016 due show che hanno deluso le nostre aspettative. Il primo è Shadowhunters, la trasposizione televisiva dell’omonimo romanzo di Cassandra Clare, e il secondo è Recovery Road, l’ambizioso teen drama basato sulla celebre opera di Blake Nelson. Interpretato da Jessica Sula, Sebastian de Souza, Kyla Pratt, David Witts e Daniel Franzese, Recovery Road racconta la storia di Maddie Graham (Jessica Sula), una teenager dipendente da alcol e droga che, per evitare l’espulsione dalla scuola, è costretta a disintossicarsi all’interno di una struttura specializzata.

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Quando abbiamo visto il primo trailer di Recovery Road siamo rimasti colpiti dall’audace scelta di Freeform (meglio conosciuto come ex ABC Family) di trattare un tema complesso come la dipendenza da alcol e droghe negli adolescenti; una idea tanto ambiziosa ed efficace quanto complicata e rischiosa perché poche opere hanno affrontato questa difficile realtà senza giocare con le emozioni degli spettatori o utilizzare i soliti cliché. Fragilità purtroppo presenti nel pilot di Recovery Road che presenta un approccio eccessivamente teen, una regia povera di idee e una sceneggiatura debolmente concentrata su una sola ed unica protagonista: Maddie, la teenager interpretata dalla modesta Jessica Sula (Skins), che non ha il potenziale per offuscare personaggi ben più interessanti come Vern Testaverde (Daniel Franzese) o Craig (David Witts). In ogni caso in Recovery Road ci sono tutti gli elementi fondamentali del teen drama, dall’abuso di droghe e i problemi con i genitori fino alle minacce di suicidio e molto altro; un materiale duro da digerire ma soprattutto difficile da gestire che avrebbe necessitato di un approccio più maturo per risultare veramente convincente. Ed è un peccato perché l’idea di sviluppare uno show su come alcune dipendenze possano influire negativamente sul futuro dei giovani di oggi non è solo interessante, ma socialmente importante. C’è solo da sperare che i successivi nove episodi della prima stagione di Recovery Road superino le debolezze del pilot per regalare le emozioni, l’intelligenza e la profondità dell’opera di Blake Nelson.

La prima stagione di Recovery Road è in onda dal 25 Gennaio 2016 sul canale USA Freeform.

SPOT TV

Classe 1988, nato con l'idea del cinema come momento magico, cresciuto con la prassi di vedere (almeno) un film a sera, abituato a digerire qualsiasi tipo di opera (commedia, splatter, dramma, horror) sin dai primissimi anni di età, propenso a scavare nei meandri più nascosti per trovare sconosciute opere horror da torcersi le budella... appassionato, commerciale, anti-commerciale, romantico, seriofilo, burtoniano...disponibile davanti e dietro le quinte e disposto per tutti voi ad intervistare le più grandi celebrità italiane e internazionali... questo è Carlo Andriani ovvero: IO.

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Cinema

Obsessio, il thriller psicologico del regista catanese Giovanni Marzagalli

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Obsessio recensione

Giovanni Marzagalli, giovanissimo regista che nel corso degli ultimi anni si è fatto conoscere nel settore con lo pseudonimo di John Real, si è formato all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna e alla prestigiosa Ucla di Los Angeles. Proprio dalla sua esperienza americana, Marzagalli sembra aver fatto propria una estetica hollywoodiana che applica a ogni suo film, rinunciando al naturalismo della fotografia tipico di certo cinema italiano e prediligendo un look invece più sofisticato tipico delle grandi produzioni statunitensi. Dopo aver raggiunto nel 2011 il traguardo del Globo D’Oro, ricevuto all’età di 21 anni, diventando così il più giovane regista in Europa a ottenere il riconoscimento che ogni anno viene conferito dai giornalisti della stampa estera accreditata in Italia, Giovanni Marzagalli torna ora con un nuovo lungometraggio dalle grandi ambizioni, Obsessio.

Obsessio film

La trama di questo thriller psicologico è delle più classiche: Trevor McNills (il protagonista) soffre di un disturbo ossessivo compulsivo di personalità. Un disturbo che rende difficoltoso il rapporto con i dipendenti della sua azienda, che vorrebbe controllare anche nella loro sfera privata. Basterà poco, infatti, per rendere Trevor un pericoloso stalker. Attratto dalla sua giovane impiegata Natalie, il misterioso uomo d’affari inizierà a rendere la vita della ragazza un inferno, incapace di mettere un freno a quella che diverrà nel corso del film una vera e propria ossessione.

Con un passato nel cinema horror, dagli inizi con Native (che valse a Marzagalli il sopracitato Globo D’Oro come “Regista rivelazione dell’anno”) alle più recenti esperienze televisive (Feel the dead) e cinematografiche (The Beginning), il regista catanese sfrutta i meccanismi tipici del genere orrorifico traslandoli dal corpo (sul quale più banalmente si sfoga la violenza) all’intimità psicologica dei propri personaggi, vittime di una carneficina che si consuma ogni giorno: non esplosione fragorosa di violenza ma lento e incessante stillicidio. La sceneggiatura è in grado di sorprendere e utilizza interessanti premesse per scompigliare le carte in tavola e suggerire una realtà diversa da quella che, fin dall’inizio, viene proposta allo spettatore. Marzagalli rende in modo originale la frammentazione interiore dei personaggi, intervenendo direttamente sul mezzo filmico e sulla regia, rompendo gli equilibri e rendendo le proprie immagini caleidoscopi, attraverso i quali osservare le riflessioni multiple di una stessa inquadratura, che muta in modo imprevedibile.

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Si tratta di un film low budget, ma coraggioso e con una scrittura ricca di inventiva, che cela il vero terrore nella sua “ordinarietà” acquisita. Traccia una linea netta e dichiara la sua posizione su certi comportamenti come quello del mobbing sul posto di lavoro che, dopo il caso Weinstein e la nascita del movimento #MeToo rendono il film attuale e necessario. 

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Cinema

Genitori quasi perfetti, la recensione del Carnage all’italiana

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Simona (Anna Foglietta) è una madre single, il suo compagno se n’è andato in tempo record subito dopo la nascita del figlio Filippo. Tra mille impegni e difficoltà, Simona cerca comunque di essere una madre attenta e presente, in grado di dare al suo piccolo tutto ciò di cui ha bisogno, inclusi supporto e attenzioni. Ma non sempre è facile o possibile, perché anche se da status e agli occhi dei loro figli i genitori tendono a essere associati a quell’incrollabile idea – e ideale – di perfezione, nella realtà dei fatti restano persone umane, e in quanto tali passibili di ogni errore e difetto possibile. Così quando Simona si impegnerà al massimo e farà il diavolo a quattro per organizzare il compleanno perfetto per gli otto anni del suo piccolo, molte speranze e aspettative verranno suo malgrado deluse e addirittura bruciate di fronte a un gruppo eterogeneo di  bambini e (soprattutto) genitori che diventerà luogo perfetto per lo scontro, un momento per sfogare rabbia e frustrazioni, e in cui basterà una scintilla per far saltare ogni maschera e liberare i tanti piccoli mostri che si celano in ognuno di noi.

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Già autrice del tenerissimo docu-fiction Tra cinque minuti in scena del 2013, Laura Chiossone torna alla regia cinematografica dopo sei anni con Genitori quasi perfetti, una sorta di Carnage genitoriale in cui ci si scontra sul terreno assai spinoso dell’educazione dei figli, e del relazionarsi frenetico e sempre più complesso ai tempi dei social e di whatsup. L’occasione del party per bambini diventa così spazio e momento di confronto serrato tra idee e approcci genitoriali assai diversi tra loro, con la piccola aggravante che ognuno sembra essere sicuro della propria idea, e di saperne un po’ più degli altri. Da chi cita Truffaut e si eccita con Kore’eda a chi esalta i piaceri del parto tantrico, passando per chi vive nel mantra del gel alle unghie o nell’ossessione del proprio lavoro, la distanza tra adulti e nelle varie genitorialità (e che si riversa dunque nei comportamenti più o meno maldestri della rispettiva prole), muta la riunione festaiola in un terreno di scontro dai risvolti graffianti, spietati, a tratti quasi allucinati, dove ogni pretesto è buono per contestare all’altro il proprio ruolo e, soprattutto, le lacune o improprietà del proprio modus operandi di genitore.

La Chiossone insegue pur non trovando il colore di un essere genitori del tutto nuovo e accelerato, dove social e tecnologia hanno impennato i tempi delle comunicazioni senza migliorarne i contenuti, aumentando anzi quel divario esistente tra approcci e persone diverse. Genitori quasi perfetti è dunque ritratto che scava nel reale evidenziandone il surreale, e che porta alla luce idiosincrasie, schizofrenie e vere proprie follie dei genitori (e adulti) di oggi. In un film che si muove un (bel) po’ sconnesso tra forme e contenuti, e che fonde la linea tra tragico e grottesco, fondamentalmente incapace di trovare la sua vera voce, a emergere prepotente è però e soprattutto l’egocentrismo esasperato che impedisce di vedere gli altri come arricchimento, ma che li pone invece quasi sempre in un’ottica di esseri inferiori cui sarebbe bene insegnare o mostrare qualcosa di sé, e che (inoltre) vede i figli come un prolungamento del sé e un’ulteriore affermazione del proprio smisurato ego.

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Con una commedia che pesca nelle nostre realtà ego-riferite, accelerate, “ipersocializzate” ma sempre più alienate, Laura Chiossone sfrutta un cast di richiamo (Anna Foglietta, Paolo Calabresi, Lucia Mascino, Marina Rocco, Elena Radonicich) per parlare delle tante macro-imperfezioni di adulti e genitori di oggi. Ma il film è una fotografia statica che non sembra andare oltre la mera rappresentazione (un po’ troppo fine a sé stessa) di un mondo alienato dove basta un nonnulla per mandare in crisi un intero gruppo di adulti, nonché genitori, dai quali in primis ci si aspetterebbe autocontrollo e capacità di razionalizzazione.

Genitori quasi perfetti, la recensione del Carnage all’italiana
2.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

Hotel Artemis, Jodie Foster è l’infermiera nel thriller distopico di Drew Pearce

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hotel artemis

“Non puoi scegliere cosa essere né chi amare”

In un mercoledì notte di un futuro 2028, con la città di Los Angeles messa a ferro e fuoco dalle manifestazioni contro la privatizzazione dell’acqua, quattro rapinatori hanno appena fallito un colpo, e cercano rifugio e assistenza medica. Si dirigeranno tutti verso quell’insegna al neon rosa che recita Artemis Hotel e che da ventidue anni nasconde dietro la fatiscente facciata di un ex hotel di lusso, un ospedale iper-tecnologico che accudisce e ospita tutti i criminali bisognosi di cure. A patto di seguire le dieci ferree regole del luogo.

A gestire e far funzionare la singolare e misteriosa struttura dove, infine, si ritrovano più o meno sempre gli stessi personaggi (la bellissima ninja Nizza e l’assassino francese Waikiki, Niagara, Honolulu, ladri di passaggio, volti noti della malavita locale e non), è una donna segnata da un doloroso lutto del passato e soprannominata L’infermiera, che ha speso tutta la propria esistenza ad aiutare il prossimo, “perché sa fare solo quello”. Ad affiancarla nel difficile compito c’è solo il suo assistente Everest (Dave Bautista), così sopranominato per le evidenti e mastodontiche caratteristiche fisiche. Ma in quel mercoledì come tanti, eppure infine molto particolare, tante cose stanno per cambiare, anche e soprattutto per lei, la donna che si prende cura degli altri.

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Lo sceneggiatore inglese Drew Pearce (cosceneggiatore di Iron Man 3 e Rogue Nation) debutta alla regia con Hotel Artemis, un film che sfrutta un ottimo cast (a partire dalla sempre brava e ritrovata Jodie Foster) e tante idee già viste (si pesca a piene mani da tanti film di genere, così come John Wick, o il recente 7 sconosciuti al El Royale) per realizzare un thriller futuristico dove fuori ancora si lotta per la sopravvivenza dei propri diritti e dentro (l’Hotel Artemis) si lotta per la sopravvivenza del mondo criminale, che nel bene e nel male ha comunque il diritto di avere un suo luogo assistenziale al riparo da occhi indiscreti. Pearce cuce tutta la dinamica del thriller, nel confronto serrato tra civiltà diritti e malavita, attorno al personaggio de L’Infermiera, una donna temprata dalla vita e sostenuta da un altruismo istintivo, spesso anche controproducente.

Lei e l’Artemis (nome ispirato ad Artemide, la dea della caccia, e in generale della forza femminile) sono una cosa sola, e insieme (soprav)vivono nell’idea di fare del bene. Ma se è vero che non tutto il male vien per nuocere è di sicuro ancor più vero che non tutto il bene viene per “fare dell’altro bene”. E, infatti, in quel California Dreamin’ che L’infermiera ha nella sua compilation di preferiti, pare essere rimasto ben poco, se non la speranza che fuori (o altrove) possa esser meglio, ed esserci da qualche parte ancora quella luce che dentro non c’è più. Anche se poi “uscire è sempre più difficile che entrare”, proprio come cambiare strada è sempre più difficile che proseguire sulla stessa di sempre.    

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In arrivo nelle sale con un anno di ritardo rispetto alla realizzazione, Hotel Artemis, opera prima dello sceneggiatore Drew Pearce è un’opera distopica, godibile ma senza troppe pretese, che sfrutta un ottimo cast (la sempre brava Jodie Foster è protagonista indiscussa) e dialoghi piuttosto ben scritti per fare un ritratto a tinte fosche di un’America futuribile e sempre più infuocata, insanguinata, spezzata nel proprio sogno di grandezza da un male dilagante, un male che infine non può più nemmeno restare confinato tra le pareti di un fatiscente Hotel riadattato a clinica criminale.  

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