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Cannes 2026, Mariage au goût d’orange recensione: il nuovo film di Christophe Honoré emoziona il Festival

Christophe Honoré torna a raccontare la sua vita e la sua famiglia in un rocambolesco film intitolato Mariage au gout d’orange: gioioso, violento, enigmatico

Mariage au gout d’orange, programmato in extremis nella sezione Cannes Première, dopo essere stato montato molto rapidamente in seguito alle riprese terminate solo lo scorso marzo, è l’ennesimo capolavoro di autofiction firmato da Christophe Honoré.

Il regista orchestra una riunione di famiglia – la sua, come già evocata nella rappresentazione teatrale Le Ciel de Nantes (2021) – ma anche quella di molte persone che riconosceranno un’epoca, quella della fine degli anni Settanta, un’idea precisa di famiglia (non sempre piacevole e rassicurante), la loro infanzia forse, un intero mondo fattosi ricordo.

Di cosa parla Mariage au goût d’orange

«I Puig…», dice ad alta voce la madre della giovane sposa all’inizio del film, aspettando in macchina davanti alla chiesa. Il nome da solo sembra evocare molte cose, e forse dei problemi. Martine (Malou Khebizi) sta per sposarsi con Jacques Puig (Paul Kircher) e il matrimonio sarebbe già iniziato se i Puig, appunto, non fossero in ritardo.

La futura suocera si rende finalmente conto, un po’ tardi, che sua figlia sta legando il suo destino a quello di questa famiglia, di cui ancora ne sa troppo poco. Lo spettatore capirà insieme a lei, un po’ alla volta, chi sono questi Puig, immergendosi nella grande festa di matrimonio datata 11 marzo 1978, giorno della morte di Claude François.

Si capirà – anche senza aver visto Le Ciel de Nantes, scritto a partire da un progetto cinematografico mai realizzato e da cui Mariage au goût d’orange sembra provenire – che si tratta della famiglia materna dello stesso Honoré. La storia appena romanzata dei fratelli e delle sorelle, di sua madre Marie-Do (interpretata da Nadia Tereszkiewicz) di cui ricostruisce, ricompone, ripercorre le dolorose vicende.

La famiglia Puig al centro del racconto

La nonna (Saadia Bentaïeb) ha avuto sette figli, che Honoré affida nella finzione cinematografica ad altrettanti attori e attrici di primo piano, scelti per riformare la famiglia. Roger, lo zio ombroso e violento (Alban Lenoir). Dominique, che finge di avere tutto sotto controllo anche se non è vero (Vincent Lacoste). Annie, infelice nel suo esilio italiano (Myriem Akheddiou).

La lamentosa e irascibile Odette (Victoire Du Bois). E poi Claudie (Adèle Exarchopoulos), che rappresenta il cuore fragile del film, che soffre per il suo matrimonio andato in frantumi, ma anche di altre cose, di forze che si impadroniscono di lei e la tormentano. Su tutti loro, cala l’ombra di Puig, il padre: assente, bandito, odiato, che incombe sulla festa e minaccia persino di presentarsi senza essere stato invitato.

Christophe Honoré a Deauville nel 2012
Christophe Honoré a Deauville nel 2012 (Foto: Wikimedia Commons/Georges Biard) – Newscinema.it

Il legame autobiografico di Christophe Honoré

Ma è ovvio che tutta la posta in gioco in un film come Mariage au gout d’orange sta ovviamente nel modo che trova per raccontare queste vite, queste relazioni, questi drammi, questi sentimenti e risentimenti.

Honoré non sceglie, come spesso avviene in questo genere di racconti, di mostrarci cosa è successo prima nelle vite dei personaggi, cosa li ha condotti a essere quel che sono nel momento in cui li incontriamo sullo schermo. Ma invece compie un movimento in avanti e indietro, attraverso dei flash forward.

Ogni volta che dal futuro torniamo al matrimonio, la nostra percezione dei personaggi cambia radicalmente, perché sappiamo, a quel punto, come va a finire la loro storia. Ed è così che un dramma famigliare può diventare una storia di fantasmi.

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Perché la struttura narrativa sorprende davvero

Il cinema di Christophe Honoré è agitato da un doppio movimento, introspettivo e allo stesso tempo totalmente aperto all’altro. Un ritratto che è sempre sia autobiografico (del regista), quanto effettivamente cucito addosso ai suoi protagonisti.

Gesto contemporaneamente di immedesimazione nell’altro e di autoanalisi, che viene chiesto anche agli stessi attori, abbastanza coraggiosi e bravi da accettare il gioco e indagare la vicinanza tra loro stessi e i personaggi che interpretano. Honoré, sapientemente, spinge la tentazione di fare dell’autoterapia molto lontano.

Si tratta dunque, senza ombra di dubbio, di uno dei titoli più intensi di questo Cannes 2026.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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