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The O.C., 10 anni dopo: l’ultimo erede di Dawson’s Creek

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Sono passati dieci anni dalla fine di The O.C, il teen drama creato da Josh Schwartz e interpretato da Ben McKenzie, Mischa Barton, Adam Brody e Rachel Bilson. Quattro stagioni e novantadue episodi trasmessi in cinquanta paesi in tutto il mondo dal 5 agosto 2003 al 22 febbraio 2007. La serie tv erede di Dawson’s Creek racconta la storia di Ryan Atwood (Ben McKenzie) che, accolto dai Cohen  in una lussuosa villa di Orange County, conquista il cuore di Marissa Cooper (Mischa Barton) e scopre le difficoltà di una società costruita sull’apparenza.

Seguito da oltre dieci milioni di spettatori, The O.C. è un cult della televisione mondiale. Un show che, nonostante gli intrecci alla Beautiful, suscitò nel 2003 l’effetto mediatico di The Walking Dead, Glee e Game of Thrones ai giorni nostri.

È inutile negarlo, tutti seguivamo l’amore impossibile tra Ryan e Marissa e i baci in assenza di gravita tra Seth (Adam Brody) e Summer (Rachel Bilson). In occasione del decennio dal finale, ecco cinque buoni motivi per ricordare The O.C.:

1. La sigla iconica

Un giro di piano e torniamo indietro nel tempo. La celebre California dei Phantom Planet, utilizzata nella serie tv Fastlane ed esplosa come opening theme del cult tv con Ben McKenzie, rappresenta la sognante atmofera dei ragazzi di Newport Beach. Nel 2003 ci emozionavamo mentre, tra i titoli di testa, apparivano i personaggi nati dalla mente di Josh Schwartz.

Dopo l’indimenticabile I Don’t Want to Wait di Paula Cole di Dawson’Creek, California è un trionfo di emozioni che, tra romanticismo e nostalgia, ci fa tornare adolescenti.

Marissa, Ryan, Summer e Seth, i protagonisti di The O.C.

2. Il cast di star

Se Ben McKenzie recita nelle serie tv Southland e Gotham (dove è regular nei panni del detective James Gordon), Adam Brody prende parte a Mr. & Mrs. Smith, Thank You for Smoking, Il bacio che aspettavo e Jennifer’s Body. Dopo la parentesi cinematografica in Jumper, Rachel Bilson torna alla televisione con How I Met Your Mother e Hart of Dixie, una serie tv (in quattro stagioni e settantasei episodi) costruita sulla sua ironica versatilità.

Meno fortunata è Mischa Barton che, tra problemi con la legge e crisi depressive, finisce in horror di serie z come The Hoarder, L.A. Slasher e Hope Lost. Oltre ai quattro protagonisti, ricordiamo in The O.C. star del calibro di Chris Pratt, Cam Gigandet, Steve O, Paris Hilton, Chris Brown, Shailene Woodley, Jeffrey Dean Morgan, Colin Hanks, Olivia Wilde e George Lucas.

3. Le sequenze cult

In The O.C. le scene cult non mancano! Dallo straordinario pilot sulle note di Into Dust di Ashtar Command al meraviglioso countdown accompagnato da Dice di Finley Quaye e William Orbit, The O.C. è un trionfo di emozioni. Come dimenticare il bacio tra Summer e Seth che omaggia Spiderman di Sam Raimi? O lo scontro a fuoco tra Marissa e Trey su Hide And Seek degli Imogen Heap? O l’appuntamento sulla ruota panoramica tra Ryan e Marissa?

Tra i momenti cult ricordiamo la dichiarazione d’amore di Seth a Summer (“Ora sei costretta a baciarmi in pubblico”) e la tragica morte di Marissa su Hallelujah di Leonard Cohen.

4. L’innocente ingenuità

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Marissa e Ryan, un amore tragico e impossibile

Sembra passato un secolo da quando i baci e le fragilità dei personaggi di The O.C. facevano scalpore. L’avventura dei ragazzi di Newport è una fiaba al confronto di The Walking Dead, Breaking Bad, Penny Dreadful e Game of Thrones. Le serie tv ormai non sono più teen drama ma film sul piccolo schermo! Un’evoluzione che ci priva di avventure surreali in nome di un realismo che indiscutibilmente ha più pregi che difetti.

Come i cinecomics del passato, l’innocente ingenuità di The O.C. ha i suoi punti di forza. Quanti di voi hanno sognato la storia d’amore tra Seth e Summer? O l’amicizia fraterna tra Ryan e Seth? Lontano dal realismo contemporaneo, The O.C. è puro intrattenimento senza pretese.

Il cast al completo di The O.C.

5. Uno show immortale

Che cosa ci lega a uno show? E perché, ogni volta che vediamo un episodio, ci emozioniamo come nei primi anni Duemila? Un po’ perché colleghiamo i momenti della nostra vita a determinate serie tv e un po’ per l’abilità degli autori di scrivere opere in cui ci rispecchiamo. The O.C., insieme a Dawson’s Creek, è l’ultima serie che invita a sognare.

Nel 2003 tutti impazzivamo per i ragazzi di Newport Beach. A dieci anni dal finale, The O.C. resta un classico della televisione mondiale e un cult immortale in cui, di tanto in tanto, è ancora meraviglioso perdersi.

Segnato da un amore incondizionato per la settima arte, cresciuto a pane e cinema e sopravvissuto ai Festival Internazionali di Venezia, Berlino e Cannes. Sono sufficienti poche parole per classificare il mio lavoro, diviso tra l’attenta redazione di approfondimenti su cinema, tv e musica e interviste a grandi personalità come Robert Downey Jr., Hugh Laurie, Tom Hiddleston e tanti altri.

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TFF38 | Antidisturbios è la serie spagnola del momento

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Al Torino Film Festival, nella sezione “Le stanze di Rol”, sono stati presentati in anteprima i primi due capitoli (su sei) di Antidisturbios, la prima serie tv diretta Rodrigo Sorogoyen, astro nascente del cinema di genere spagnolo.

Antidisturbios | la serie di Rodrigo Sorogoyen

Il primo episodio della nuova serie di Sorogoyen comincia in medias res: una pattuglia anti-sommosa della polizia di Madrid deve sgomberare alcuni inquilini abusivi da un un condominio popolare su decisione del giudice. Ordinaria amministrazione, almeno apparentemente. Dopo poco, la squadra del comandante Salva, costretta ad occuparsi della faccenda senza ulteriori rinforzi, capisce che ci saranno problemi. L’appartamento è infatti occupato da trenta persone solidali con la famiglia che sta per finire in mezzo alla strada. E nessuno di loro ha intenzione di darla vinta alle autorità senza prima combattere.

Il gruppo di sei poliziotti sceglie quindi di usare le maniere più dure. Durante la colluttazione, un giovane immigrato precipita dalla balaustra e muore sul colpo. L’opinione pubblica preme affinché un colpevole venga consegnato alla giustizia e i ghetti rischiano di esplodere per le tensioni contro le forze dell’ordine. Vengono quindi incaricati gli Affari Interni di approfondire quanto successo. A vedere subito oltre le apparenze di quella che parrebbe una situazione difficile finita male, è la giovane Laia, idealista caratterizzata da una fede incrollabile nella giustizia e da una determinazione inscalfibile nel proprio lavoro. È lei a condurre le interrogazioni quando i suoi colleghi sembrano mollare la presa, ad ascoltare tutte le registrazioni telefoniche e a controllare i profili social delle persone coinvolte. Salta fuori così un video di tutta l’operazione ripreso con il cellulare da una testimone oculare. Da quella testimonianza dipenderà il futuro degli agenti coinvolti.

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Un ritmo forsennato

Rodrigo Sorogoyen, che già in Che Dio ci perdoni aveva messo in scena uno spietato spaccato sociologico della Spagna contemporanea attraverso le forme del cinema di genere (in quel caso il poliziesco), ha conquistato definitivamente il successo in patria con Il Regno, tesissimo thriller investigativo sulla corruzione delle istituzioni spagnole. La prima incursione televisiva del giovane regista iberico si pone adesso come sintesi della sua precedente filmografia, mettendo prima in scena i fatti così come sono avvenuti (quindi il poliziesco) e poi dedicando ampio spazio alle indagini sugli avvenimenti (quindi il thriller investigativo) che lo spettatore ha avuto modo, parzialmente, di comprendere. La regia di Sorogoyen muta e si adatta perfettamente ad entrambi gli scenari: mobile e dinamica nel primo caso, claustrofobica e senza pietà nel secondo, quando indugia sui volti dei protagonisti, tagliando ben oltre il tempo strettamente necessario alla comprensione della scena.

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La crisi della mascolinità

La serie si prende tutto il tempo che serve per raccontare i protagonisti coinvolti nella vicenda, ca ominciare dai sette agenti antidisturbios, Diego (il regista-attore Raúl Arévalo), Álex (Álex García), Salva (Hovik Keuchkerian, già visto ne La casa di carta), Úbeda (Roberto Álamo, Goya per Che Dio ci perdoni), Rubén (Patrick Criado) e Bermejo (Raúl Prieto). Ognuno di loro rappresenta una diversa concezione della propria professione, ma anche aspetti differenti di una coscienza maschile in crisi, tra violenza, stanchezza e depressione.

La serie, prodotta da Movistar + (con The Lab e Caballo Films), è scritta da Isabel Peña (storica co-sceneggiatrice di Sorogoyen) con Eduardo Villanueva, Sofía Fábregas e il regista stesso.

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Serie tv

La Regina degli Scacchi | la precoce consacrazione di Anya Taylor-Joy

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La Regina degli Scacchi (o The Queen’s Gambit, come si chiama in originale, in riferimento ad una mossa degli scacchi) è una delle serie migliori dell’anno: conferma un’inversione di tendenza nella qualità media delle serie Netflix e lancia definitivamente una giovanissima attrice come Anya Taylor-Joy nel novero delle grandi interpreti. 

La regina degli scacchi

La regina degli scacchi adatta il romanzo del 1983 di Walter Tevis in cui tanti avevano visto potenzialità per un film: Bernardo Bertolucci era uno di questi, ma anche Walter Hill e Heath Ledger, che dodici anni fa avrebbe voluto debuttare alla regia proprio con questa storia. Una storia di una estenuante ascesa fatta di mille ostacoli e ripartenze, la costruzione di una campionessa (da quando è bambina fino ai 20 anni) che è anche una donna sui cui pesano tanti piccoli traumi e problemi, ma che tuttavia ha una predisposizione naturale per gli scacchi che la porta a essere un prodigio già da minorenne. Non è difficile riconoscere in questo modello quello di Rocky: la parabola di qualcuno con una vita difficile, che però ha una forza d’animo inscalfibile che lo spinge a cambiare se stesso e il mondo che lo circonda.

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Protagonista e villain allo stesso tempo

Dietro alla nuova serie Netflix c’è Scott Frank, l’artefice dei film migliori degli ultimi 30 anni senza mai diventare noto (nella sua carriera ha scritto cose come Out Of Sight, Minority Report, Io & Marley e Logan). Frank si era innamorato dell’idea di mettere in scena una storia sulla fatica di essere un genio già nel 1991, con il suo copione d’esordio (Il mio piccolo genio, prima regia di Jodie Foster). Per sua stessa ammissione, quel primo esperimento non riuscì bene: quel che aveva in mente era piuttosto qualcosa come La regina degli scacchi, una storia in cui la protagonista fosse anche l’antagonista. E ora l’ha potuta realizzare, rifiutando di fare un film e preferendo la serie, e trovando in Anya Taylor-Joy l’attrice perfetta per il ruolo.

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Il futuro di Anya Taylor-Joy

Anya Taylor-Joy è attualmente impegnata sul set di The Northman di Robert Eggers –regista del film di debutto della stessa attrice – e ha recentemente finito di girare come protagonista insieme a Thomasin McKenzie il prossimo horror di Edgar Wrighr, Last Night in Soho. La giovane interprete, infatti, è già diventata una piccola icona del genere horror/fantasy contemporaneo: dopo essere stata feticcio di M. Night Shyamalan, prima con Split e poi con Glass, e dopo aver convinto tutti in The Witch. Sono stati proprio questi successi a fare di Anya Taylor-Joy un volto spendibile anche per operazioni più commerciali e meno autoriali (vedasi Nuovi Mutanti, lo spin-off della saga di X-Men diretto da Josh Boone, in cui la Taylor-Joy interpreta Illyana Nikolievna Alexandria Rasputina).

Ma il ruolo che davvero potrebbe essere quello di una intera carriera arriverà tra qualche anno, con lo spin-off dedicato a Furiosa diretto da George Miller. Ospite nel podcast Happy Sad Confused, Taylor-Joy ha discusso della sua ansia per l’interpretazione dell’ormai iconico personaggio della saga di Mad Max. La giovane attrice adotterà un approccio diverso al personaggio per non scimmiottare la fenomenale interpretazione di Charlize Theron in Mad Max: Fury Road: “Mi sono innamorato di Furiosa, del modo in cui Charlize l’ha presentata. Ha fatto un lavoro incredibile ed è stato così bello che non riesco nemmeno a pensare di provare a mettermi nei suoi panni. Deve essere qualcosa di diverso perché non può essere fatto allo stesso modo”.

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Emily in Paris | la recensione della serie glamour con Lily Collins su Netflix

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Siete alla ricerca di una serie che non duri troppo, che vi faccia viaggiare con la mente e che vi faccia battere il cuore? Perfetto, Emily in Paris è la scelta giusta. Dieci episodi della durata di mezz’ora più o meno, la serie ideata da Darren Star mostra l’ascesa dell’elegante e volenterosa Emily (Lily Collins) catapultata nella città francese per sostituire il suo capo, dopo aver scoperto di essere rimasta incinta. Giunta nella città dell’amore ben presto inizierà a scoprire quanto sia differente la vita lavorativa e privata a Parigi rispetto alla sua Chicago. Così come scoprirà quanto sarà difficile farsi accettare dai suoi colleghi francesi, riluttanti all’idea di dover mettere in pratica il modello americano per far accrescere i loro risultati.

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La trama di Emily in Paris

Bagagli pieni di abiti firmati, smartphone alla mano con soli 48 follower, sono gli elementi che Emily avrà a sua disposizione insieme a grandi capacità nel mondo dei social network. Infatti, il suo compito nell’agenzia pubblicitaria Savoir è quella di curare le pagine social dei vari clienti, creando dei post accattivanti e sfruttando tutte le sue nozioni di marketing apprese fino a quel momento. Lo scontro tra il pensiero americano e il pensiero francese salterà fuori a ogni occasione, creando soprattutto scontri tra il suo capo e lei, nuova arrivata che pensa di dettar legge in un mondo ancorato a vecchi stilemi e valori. E l’amore? Ovviamente in una serie del genere ambientata nella città più romantica del mondo, non poteva mancare questo argomento, con la presenza dello talentuoso chef Gabriel (Lucas Bravo).

Leggi anche: Emily in Paris | il trailer della romantica serie Netflix con Lily Collins

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Emily in Paris con un tocco di Gossip Girl

Tutte le ragazze che sono cresciute con Serena Van Der Woodsen e Blair Waldorf e hanno sognato almeno una volta di passeggiare con loro fasciate in abiti super glamour e griffati non possono perdersi questa serie. Ricordate tutti i drammi di Gossip Girl? Bene, cestinateli e tenete solo i vestiti dei maggiori brand di lusso e qualche intrigo amoroso che alla fine vi lascerà con la bocca aperta. Nessuno spoiler, promesso!

D’altronde i chiari riferimenti alla serie tv che ha fatto sognare una generazione nel primo decennio degli anni 2000, sono presenti in molti episodi, soprattutto con uno stilista molto particolare. Lo stile di Emily curato in ogni minimo dettaglio in un’occasione ha ricordato anche la bellissima Audrey Hepburn come vedete nella foto in alto. Vestito nero a campana semplice ed elegante come lei insieme a una pettinatura molto fine è stato bell’omaggio dovuto soprattutto al fisico longilineo della Collins.

Leggi anche: Emily in Paris | il teaser della serie romantica con Lily Collins su Netflix

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Amore e amicizia si fondono in quel di Parigi

Emily arrivata a Parigi completamente sola, incontrerà casualmente la simpaticissima Mindy (Ashley Park) di origini asiatiche. Scappata in Francia dopo aver fatto una figuraccia mondiale in un talent show, oggi è una stilosa babysitter di due piccole pesti francesi. La seconda amica francese è la gallerista Camille (Camille Razat) incontrata nei pressi della sua abitazione. Grazie a lei riuscirà a ottenere grandi risultati sul lavoro e si dimostrerà essere una valida spalla sulla quale appoggiarsi. Fin quando non verrà fuori una realtà che la lascerà senza parole…

Ed ecco il rapporto speciale tra Emily e il suo dirimpettaio Gabriel. Biondo, affascinante e cuoco sopraffino, il bel danese trasferitosi in Francia molti anni prima, rimane colpito dal primo istante dalla brunetta Emily. Il primo incontro, avvenuto per un errore innesca immediatamente una curiosità negli occhi del bel Gabriel che si dimostrerà essere un vicino perfetto, aiutandola soprattutto con la lingua francese. Da quel momento, i due vivranno dei momenti unici con una location d’eccezione che accompagnerà lunghe passeggiate e situazioni ‘particolari’ provocando la gelosia di entrambi.

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