Questi vent’anni hanno consacrato Il Diavolo veste Prada come un vero e proprio cult, preparando il terreno per l’attesissimo “legacy sequel”, che sta attualmente dominando il botteghino con il ritorno delle sue tre iconiche protagoniste.
Andy (Anne Hathaway) è ormai una reporter affermata e pluripremiata, firma di spicco di una testata giornalista che è una sorta di alter ego del New York Times. Emily (Blunt) ha compiuto il grande salto, conquistando una posizione di rilievo da Dior. Mentre Miranda (Meryl Streep) è rimasta saldamente al comando di Runway, che però non gode più dello stesso prestigio di un tempo, indebolito dal calo di interesse dei lettori e dai capricci di una nuova generazione di azionisti.
Esiste un’etica del lusso? È questa la domanda, insolita e affascinante, su cui sembra reggersi questo seguito. Il film si apre con il licenziamento – per ragioni economiche – della protagonista dal suo prestigioso quotidiano e con la sua successiva assunzione da Runway. L’ex datore di lavoro tanto glamour quanto frivolo, stavolta è intenzionato a sfruttare il talento di Andy per superare una crisi di legittimità.

Il Diavolo veste Prada 2: un film meno graffiante rispetto al primo
Al di là della consueta sfilata di alta moda, delle battute sull’elitismo dell’ambiente e delle graffianti incursioni di una Meryl Streep visibilmente a suo agio nel tornare nei panni del suo glaciale personaggio, il vero interesse del film sta nel tentativo di cogliere, in superficie, i movimenti profondi dell’industria della moda.
Una sorta di “tettonica” del capitalismo, che vede il progressivo tramonto della vecchia aristocrazia e l’ascesa di una nuova élite finanziaria, detentrice di un potere economico immenso ma spesso priva di gusto e distinzione.

Andy si troverà così a tentare di sottrarre Runway alle grinfie della Silicon Valley e, allo stesso tempo, a difendere una certa idea di mondo ormai in declino. Ma davvero quel mondo raccontato nel primo film era migliore? Di certo possedeva stile, e dunque, ci suggerisce questo sequel, anche un’anima. È quanto il film prova a sostenere attraverso i continui contrasti tra i vecchi maestri – impeccabili per classe, misura, gusto e buone maniere – e i loro sostituti, figure grigie e uniformate, quasi zombie in piumini smanicati, privi di eleganza e identità.
Si resta però intrappolati in questa opposizione binaria, che manca di un terzo termine di paragona capace di rendere il discorso meno superficiale e più onesto. Sarebbe stato necessario interrogarsi più apertamente sulla persistenza dei privilegi che il film finisce per presentare come ordine naturale, se non addirittura come qualcosa da preservare.
Se Il Diavolo veste Prada non riesce più a far sognare come un tempo, è perché si avverte chiaramente che il contesto è cambiato. L’industria della moda che mette in scena, ancorata a logiche e codici novecenteschi, non suscita più soltanto fascinazione, ma anche una crescente indifferenza, se non un certo disagio. E il film sembra evitare di guardarla davvero, forse proprio perché ne intuisce il declino.

Le differenze tra i due finali
Questa differenza tra il film del 2006 e il suo sequel attualmente al cinema è plasticamente evidente nei due finali, molto diversi tra di loro per tono e messaggio. Il finale del primo film rappresentava la perfetta conclusione di un percorso – quello della protagonista – fatto di continui sacrifici e trasformazioni. Da ragazza impacciata e priva di interesse per il settore della moda, Andy diventava efficiente e impeccabile nel proprio lavoro, ma a un prezzo molto alto. Soprattutto dal punto di vista personale.
Il lavoro, infatti, l’avrebbe allontanata dagli amici di sempre e dal fidanzato Nate (Adrian Grenier). È durante la settimana della moda di Parigi che la ragazza si rende conto di quanto sia sottile il confine tra dedizione e cancellazione di sé. Nel frattempo Miranda, minacciata dal rischio di essere sostituita alla guida di Runway, riesce a ribaltare la situazione con una mossa spietata: sacrifica Nigel (Stanley Tucci), suo fidato collaboratore, per mantenere il potere.
Quando Andy si rende conto che anche lei, accettando tutti questi compromessi, ha di fatto “rubato” il posto a Emily (Emily Blunt), comprende che la sua vita sta diventando un riflesso di quella della sua titolare. E sceglie così di cambiare strada e di non farsi intrappolare dall’ambizione cieca. Quel suo nuovo futuro professionale, però, le viene concesso sempre grazie alla benevolenza di Miranda, che mette una buona parola per lei.
Insomma, la conclusione del film originale – se pur sigillata dal sorriso che Miranda di nascosto concede alla sua ex assistente – è piuttosto ambigua e malinconica. Lascia dei “cadaveri” lungo il suo percorso e ci viene sottilmente spiegato come il talento, da solo, non sempre può bastare in un mondo tutt’altro che meritocratico ed equo.

L’omaggio nella scena conclusiva
Alla luce di tutto ciò, il finale de Il Diavolo veste Prada 2 risulta invece privo dello stesso mordente, perché risolve un conflitto aziendale potenzialmente drammatico ed esplosivo con una chiusura sorprendentemente rassicurante, nostalgica e accomodante, anziché con il taglio spietato che caratterizzava l’originale. Più che un vero seguito capace di mettere in discussione i propri personaggi, il film finisce così per somigliare a una rivisitazione nostalgica e passatista di un universo già noto.
Al posto della tensione brutale che ha fatto la fortuna dell’originale, di quella costante sensazione che “o vinci o soccombi” – sink or swim – che definiva il film del 2006, qui tutti i personaggi riescono in qualche modo a cavarsela e ottenere il loro lieto fine.
Miranda consolida la propria posizione, Andy trova un nuovo equilibrio e perfino Emily, dopo una battuta d’arresto, si riconcilia con la sua ex rivale. Il risultato è un racconto che mette meno alla prova i suoi protagonisti, offrendo un’esperienza più levigata ma anche meno incisiva, quasi “sterile”, e in definitiva meno appagante.
A proposito della scena finale, il regista David Frankel ha raccontato, durante il tour di presentazione alla stampa, che per lui rappresenta un omaggio diretto al classico del 1988 Una donna in carriera, interpretato da Melanie Griffith nei panni di un’ambiziosa segretaria che riesce a farsi strada in un mondo aziendale spietato.
Se Una donna in carriera si concludeva infatti con un’inquadratura della protagonista Tess McGill nel suo ufficio, vista attraverso la prospettiva di una finestra di un grattacielo, Il Diavolo veste Prada 2 adotta una soluzione analoga: Miranda, Andy e Nigel vengono mostrati attraverso le finestre dei loro uffici mentre lavorano, prima che la macchina da presa si allontani lentamente e il film si chiuda.
