John Travolta è sicuramente uno dei divi americani meno classificabili, uno di quelli con una carriera difficilissima da spiegare, caratterizzata da ruoli iconici, che hanno fatto la storia del grande schermo, ma anche da cadute rovinose e scelte senza senso.
Non deve quindi stupire se il suo primo film da regista, tratto da un suo libro parzialmente autobiografico, è un oggetto cinematografico altrettanto atipico, spesso sotto lo standard qualitativo richiesto a qualsiasi opera che non si direbbe amatoriale, eppure dotato di un innegabile fascino.
Cannes 2026, John Travolta debutta alla regia
È un enorme film-giocattolo, questo Propeller One-Way Night Coach (persino il titolo non risponde a nessuna regola e infatti in Italia uscirà su AppleTV come Volo notturno per Los Angeles) che costantemente viene rotto e aggiustato dalla mano di un regista attratto dalla finzione, dal trucco esibito, dalla messa in scena che si rende evidente nella sua plasticosità e nel suo totale irrealismo, se non addirittura surrealismo.

È un modo per Travolta, nato nel 1954, di ricordare il suo primo volo nel 1962 quando aveva appena 8 anni e la nascita di una passione per l’aviazione che lo avrebbe accompagnato poi anche in alcuni dei suoi ruoli cinematografici più celebri.
Ma è anche soprattutto un modo per mettere in scena una famiglia, con tutti i fantasmi che inevitabilmente ci sono al suo interno.
Troviamo alcuni componenti della famiglia Travolta in diversi ruoli, ma a spiccare è la figlia dell’attore (ora regista) Ella Bleu nei panni di una dolce assistente di volo che si prende cura del piccolo Jeff, alter-ego del Travolta bambino ma, come il nome suggerisce, anche di quel figlio, Jett, che Travolta ha visto morire all’età di 16 anni a causa di un incidente mentre era in vacanza con lui.
Volo notturno per Los Angeles di John Travolta: recensione
È commovente, se pure maldestro, questo tentativo di rifugiarsi in un’infanzia fatta di marchi, loghi, sigle, in cui tutto sembra esercitare un fascino su questo bambino che compie un viaggio quasi metafisico, in cui nessuno dei personaggi che incontra sembra davvero se stesso ma piuttosto il fantasma di qualcun altro che ci sarebbe dovuto essere al posto suo. Un viaggio “iniziatico”, apparentemente, ma che potrebbe essere letto anche come un commiato.
Ed è il sovrapporsi di queste due narrazioni possibili, una esplicita e l’altra solo veicolata per suggestioni, a rendere questo debutto di Travolta un film a cui si può comunque voler bene e in cui anche l’ingombrante voce narrante (la sua, ovviamente) assume in tal senso un significato differente e più profondo.

Travolta, però, con questo “volo” cinematografico, plana anche su tutte le sue reminiscenze cinematografiche, veicolate soprattutto attraverso la scelta delle musiche.
Si passa, infatti, dalla colonna sonora di Un uomo, una donna di Lelouch (citato da Travolta come il suo film romantico preferito) composta da Francis Lai, al Sinatra di Appuntamento fra le nuvole.
È un mondo e un cinema che non esistono più quelli sublimati dal regista, che questo film così piccolo, sgangherato, dalla durata impossibile per la sala cinematografica – ovvero appena 60 minuti – se lo è scritto, diretto e finanziato da solo. E alla fine uscirà, per uno strano paradosso, in streaming. Perché non sarebbe potuto esistere altrimenti.


