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Cinema

Venezia 75, perché ROMA di Alfonso Cuarón ha vinto il Leone d’Oro

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Alla fine il Leone d’oro della 75esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia è andato al film che tutti (critica e pubblico del festival) consideravano il più quotato: Roma di Alfonso Cuarón. Non c’è quindi alcuna dietrologia che tenga: la decisione della giuria presieduta da Guillermo Del Toro non deve essere letta alla luce del dibattito su Netflix (c’è chi parla di scelta simbolica nel premiare un film prodotto dal colosso americano) né alla luce della decennale amicizia che lega i due registi messicani.

Persino la qualità effettiva del film (che non è in discussione) ricopre una importanza marginale nelle logiche festivaliere, nonostante quello di Cuarón venisse considerato da molti non solo il film con più possibilità di vincere ma anche il più bel film in concorso, cosa non affatto banale. Ogni premio assegnato dalla giuria è frutto di un lavoro di continua mediazione, che è la ragione per la quale dai palmarès dei festival più rinomati vengono storicamente esclusi i film più controversi ed audaci (è successo anche quest’anno a Venezia con Killing di Shin’ya Tsukamoto, un’opera senza dubbio bellissima ma complessa e di difficile accesso). 

Roma è invece un film poco spendibile commercialmente (in un concorso invece molto improntato al mainstream) perché denso e sofisticato, ma allo stesso tempo abbastanza classico (le citazioni a Federico Fellini si sprecano) da riuscire ad incontrare il gusto di tutti i giurati. Non fatichiamo quindi a credere alle parole di Del Toro, il quale ha dichiarato che la decisione di assegnare il Leone d’oro al film di Cuarón è stata presa all’unanimità con nove voti a favore e zero contrari. Quello del regista messicano è un amarcord che rielabora fatti della sua biografia ed avvenimenti storici in una epopea personale che è tanto reale quanto idealistica. Le vicende di una famiglia medioborghese si intrecciano con quelle della domestica messicana che si prende cura di loro (e che a sua volta sarà accudita nei momenti di difficoltà dalla “padrona di casa”) in una visione interclassista della società (sperata e non realistica) non così diversa da quella che già emergeva in Y tu mamá también. 

Nell’assegnazione dei premi, la giuria di Venezia 75 non ha nascosto la volontà di veicolare un messaggio sociale attraverso le proprie decisioni, come testimoniano i riconoscimenti assegnati a The Nightingale, film per nulla memorabile ma dalla chiara connotazione politica e femminista. Anche in questa ottica il film di Cuarón sembra essere la scelta migliore: come già in Gravity, anche nel suo nuovo lavoro il cineasta messicano rende evidente la propria predilezione verso il genere femminile, il solo in grado di accudire e proteggere, che in ogni modo deve difendersi da quello maschile, distruttivo e mai in grado di unire ma solo di dividere. Se è vero infatti che il concorso di Venezia è stato caratterizzato dalla quasi totale assenza di registe (solo una donna in concorso, Jennifer Kent, l’autrice di The Nightingale, appunto) è anche impossibile non accorgersi dei tanti film in programma in grado di parlare di donne sia direttamente (The Favourite, altro grande trionfatore) che indirettamente (The Sisters Brothers, con un cast tutto maschile ma in cui lo stereotipo della virilità viene deriso e ribaltato). 

Paradossalmente quest’anno il film vincitore della Mostra del Cinema rischia di non arrivare in sala o di arrivarci solo per un passaggio fugace (che poi è quello che è avvenuto, per ragioni differenti, con tanti altri Leoni d’oro degli anni passati). Eppure il film di Cuarón, con lunghi piani sequenza, con il suo bianco e nero in 65mm e con l’uso incredibile che fa del sonoro, sembra essere uno di quei prodotti impossibili da fruire in maniera ottimale in un luogo che non sia la sala cinematografica. Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: per la prima volta un film che non vuole essere a tutti i costi appetibile al grande pubblico non sarà destinato all’oblio, ma arriverà su di una piattaforma in grado di garantirne la massima diffusione. E sarà forse questo il grande merito del 75esimo Leone d’oro.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

Cinema

The Irishman, un’epopea umana e criminale intorno all’elegia e al carisma di De Niro

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the irishman recensione

Frank Sheeran (un fascinosissimo Robert De Niro) è veterano di guerra, reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, e per camparsi guida camion. Il suo incontro con Ross Bufalino (un bravissimo Joe Pesci), boss della mafia di Philadelphia, lo inizierà alla “carriera” mafiosa trasformandolo in breve tempo in un esecutore freddo e sistematico, un “imbianchino” di cui fidarsi ciecamente.

Un giro di vite con altrettanto frenetico ricambio d’armi (prontamente gettate nel fiume dopo ogni delitto), che farà di Sheeran “l’irlandese” e il prediletto di Bufalino, il quale lo presenterà poi anche a Jimmi Hoffa (il grande Al Pacino), popolare e potente capo del sindacato dei camionisti. Prenderà così il via di un sodalizio, ma anche una vera e propria amicizia, che attraverserà l’America anni ’60, imbrattata di corruzione, sangue e mafia. Un legame solido e controverso destinato però anche a generare un pericoloso conflitto di coscienza e interessi, che si chiuderà poi con la misteriosa scomparsa di Hoffa.

Leggi anche: Martin Scorsese, 5 motivi per amare il suo cinema

the irishman

the irishman

Presentato e ampiamente applaudito alla Festa del Cinema di Roma 2019 l’attesissimo lavoro del maestro Martin Scorsese dal titolo The Irishman. Un’opera fiume (tre ore e mezza) che prende spunto dal libro di Charles Brandt I Heard You Paint Houses per rivelarsi saga criminale ma anche epopea umana ruotata attorno al fascinoso “irlandese” di un magnifico Robert De Niro. A trent’anni di distanza da Quei bravi ragazzi e forte di una carriera di successi indiscussi e variegati, Scorsese torna ancora una volta a immergersi nel mondo della criminalità, ma lo fa con avvolgente elegia e una smaccata nostalgia, senza mai perdere di vista il lato più malinconico e umano (più o meno “pietoso”) di tutti gli attori in scena, e in particolare del fenomenale trio di protagonisti.

Nell’efferatezza dell’ascesa e nella drammatica malinconia di quella discesa che prima o poi tocca a tutti (la famosa ‘A livella di Totò), Scorsese tratteggia attorno all’irlandese e ai suoi legami più stretti e significativi (Bufalino, Hoffa, la figlia Peggy) una saga che non esclude nessun elemento di genere (sparatorie, sangue, patti, omertà), ma che circuisce con ritmo, grande stile e sensibilità artistica il pubblico e il privato di una malavita fatta di bravi ragazzi, che governa a suon di rese dei conti e sangue versato, ma che poi finisce inesorabilmente nel silenzio di una bara, quando non peggio. Con The Irishman Scorsese affianca e confronta proprio i chiaroscuri di quello che sembra un mestiere come un altro, fa specchiare il frastuono giovane dell’ascesa nel timido silenzio della discesa, del “se ne sono andati tutti”, di un uomo (Bufalino) che ha decretato vita o morte di dozzine e dozzine di amici e conoscenti e che infine fatica perfino ad addentare un pezzo di pane.

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In The Irishman Martin Scorsese cerca e rintraccia dunque non più tanto il carattere e la tracotanza criminale quanto l’elegia mafiosa, quell’angolo di mondo dei cattivi abitato a un tempo solo da colpa e redenzione, da fedeltà e tradimento. E nei tanti rovesci delle medaglie di cui si narra, quest’ultimo lavoro di Scorsese segue il filo rosso di sodalizi e amicizie nate all’ombra di un patto d’onore e sigillate poi dentro una bara d’omertà. Un’opera che come le più grandi unisce al meglio forma e contenuti, e che prende corpo atto dopo atto attraverso lo splendido afflato di un cast pazzesco, la sceneggiatura puntuale di Steven Zaillian, la regia sinuosa e avvolgente di Scorsese, il montaggio preciso di Thelma Schoonmaker, la fotografia di Rodrigo Prieto e le musiche di Sean Sara Sella.

Regole e regolamento malavitoso riletti alla luce di un’intrigante storia vera e nella malinconia di un tempo che va e attraversa spazi, tempi e vite, esistenze tutte a loro modo impegnate a fare il loro – “è quello che è” – a scrivere quella personale storia che come tutte le storie ha la doppia connotazione dei bravi e dei cattivi ragazzi, uomini fragili e mortali (padri amici e mariti) da un lato, e operatori integerrimi del crimine dall’altro. 

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RomaFF14: La Belle Époque, un viaggio nel passato per ritrovare l’amore della vita

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Victor (un bravissimo Daniel Auteuil) ha sessant’anni. In un momento di crisi e senza lavoro (fa il disegnatore ma nessuno gli commissiona più nulla), viene messo fuori casa anche dalla moglie (Fanny Ardant), che non riesce più a sopportarlo e, a sua insaputa, frequenta un altro uomo.  Antoine, imprenditore di una creativa società che mette in scena epoche diverse e permette ai propri clienti di calarsi nello spazio temporale da loro scelto per rivivere un dato momento storico o una specifica situazione del passato, gli offrirà però un’opportunità più unica che rara, ovvero la possibilità di rivivere un momento a scelta della propria vita. Senza tentennamenti, Victor sceglierà di tornare al 1974 per re-incontrare il suo grande amore, e riscoprire la donna di cui si era innamorato, così come i primi momenti di una storia durata ben quaranta anni.

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A interpretare la parte di sua moglie da giovane, però, Victor si troverà di fronte la bellissima Margot (Doria Tiller), legata ad Antonie da una relazione tempestosa. Eppure, le sensazioni dell’innamoramento torneranno  su quel singolare “set” con la stessa forza del tempo reale, determinando una serie di cambiamenti in tutti i coinvolti, e innescando una catarsi umana che trasformerà la crisi di Victor in una fase di rinnovata gioventù.

Il regista francese Nicolas Bedos (Gli infedeli, Un amore sopra le righe) porta alla Festa del Cinema di Roma 2019 La Belle Époque, un affresco toccante e sorprendente, marcato da un’ironia sincera e coinvolgente che parla delle stagioni della vita, dell’amore, della ricostruzione e della resilienza amorosa. Attraverso un gioco originale sui tempi, e sfruttando il mezzo artistico della rappresentazione quale modo per rivivere tempi andati e memorie del cuore come fossero madaleine proustiane del sentimento, La Belle Époque  ricostruisce all’interno del set dal nome omonimo e che dà il titolo al film la “bella epoca” della vita e dei sentimenti, ricuce insieme il tragitto iniziale fatto da una coppia sull’orlo dell’amore, indicando però anche poi come nel tempo e al mutare dell’approccio amoroso la bellezza resta comunque invariata sul fondo e, se cercata, può riemergere forte proprio come in principio. 

la belle époque 2

La Belle Époque (che uscirà in Italia distribuito da Wonder Pictures) rappresenta la commedia francese nella sua forma più alta e migliore, capace di divertire e convincere grazie a un soggetto che funziona, una scrittura brillante e un cast di attori armoniosamente in parte (Guillaume Canet, Doria Tillier, Pierre Arditi) capeggiato dalla malinconica e simpatica espressività di uno straordinario Daniel Auteuil che si confronta con il brio sincero e naturale della sempre bellissima Fanny Ardant. Un’opera che diverta e scalda il cuore, operando un confronto intelligente tra realtà e proiezione, verità e immagine del sentimento.  

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Scary Stories to tell in the Dark, la recensione dell’horror scritto da Guillermo Del Toro

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C’è chi per festeggiare Halloween condivide storie dell’orrore, inventate o ispirate a fatti realmente accaduti, davanti a un camino, mangiando dolcetti che potrebbero trasformarlo in una delle creature spaventose di Scary Stories to Tell in the Dark (quando vedrete il film capirete a chi ci riferiamo). Il film diretto da André Øvredal  e scritto e prodotto dal premio Oscar Guillermo Del Toro, è perfetto da vedere al cinema aspettando la celebre notte delle streghe. Si tratta di un adattamento dei famosi libri per ragazzi di Alvin Schwartz, presentato in anteprima alla 14° edizione della Festa Internazionale del Cinema di Roma e nelle sale italiane dal 24 Ottobre con Notorious Pictures.

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Durante la notte di Halloween del 1968 un gruppo di adolescenti visita un’antica casa abbandonata con un passato inquietante di dolore e violenza. Tornando a casa, portano con loro un libro sulle cui pagine, improvvisamente, cominciano ad apparire delle storie di morte che li riguardano. Diventa così indispensabile capire come risolvere il mistero che circonda quel fenomeno surreale che porta sangue nella loro piccola cittadina della Pennsylvania. Le illustrazioni originali di Stephen Grammel,contenute nei libri di Schwartz negli anni ’80 e ’90, hanno sicuramente contribuito alla visione di Del Toro, abituato a rendere sullo schermo mostri spaventosi e disgustosi. Nel corso del film, infatti, si alternano sulla scena creature che sembrano riprese dall’universo di Silent Hill e dai film dello stesso Del Toro come Il Labirinto del Fauno, che mantengono un loro realismo e riescono ad essere terrificanti e curiose.

Leggi anche: I mostri più spaventosi di Guillermo Del Toro

Non ci sono damigelle in pericolo, anzi la leader del gruppo, interpretata dalla giovane Zoe Margaret Colletti, è una ragazzina tosta e determinata che nel tempo libero si diverte a scrivere storie spaventose, proprio come il fantasma che la tormenta. La sua camera è ricca di cimeli anni ’80 per testimoniare la passione dell’industria televisiva e cinematografica attuale che, stregata dal successo di Stranger Things, non sembra voler abbandonare quell’immaginario nostalgico per cui il pubblico sembra avere un debole.

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Diciamo che il punto forte di Scary Stories to tell in the Dark non è l’originalità della sceneggiatura poiché l’idea di racconti che prendono vita già è stata ampiamente proposta sul grande schermo, basti pensare a La Storia Infinita o al recente Piccoli Brividi. Tuttavia la regia di Øvredal è brillante e ambiziosa nel convincere lo spettatore che non sono i personaggi a leggere il libro, ma è “il libro che legge te“. Originali però sono le sorti dei personaggi più sfortunati che vivono esperienze alquanto bizzarre e dolorose che danno vita a scene per stomaci forti che accontentano gli appassionati del genere horror. Esseri umani che si trasformano in spaventapasseri, creature in decomposizione in cerca di abbracci letali, infestazioni di ragni affamati, e tante altre minacce donano al film un ritmo dinamico e coinvolgente. La fotografia nebbiosa, umida e perfettamente in linea con il cinema horror del passato trasporta in una dimensione in cui si fondono il mistery e la fantascienza, ma anche il film d’avventura per ragazzi stile Goonies.

Curiosità: Goonies, 10 verità mai svelate sul cult anni ’80

Scary Stories to tell in the Dark è uno di quei film horror che divertono e intrattengono senza troppe pretese, giocando con i classici salti sulla poltrona e la costruzione graduale di una tensione che, seppur celata dietro una narrazione dall’anima teen, accompagna a casa facendo sviluppare una certa avversione per i lunghi corridoi e le stanze buie.

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