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Festa del Cinema di Roma

Festa del Cinema di Roma 2017: Hostiles conferenza stampa: “C’è bisogno di aprirsi ad altre culture!”

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La dodicesima edizione della Festa Internazionale del Cinema di Roma è iniziata con un intenso western, Hostiles, diretto da Scott Cooper ed interpretato da Christian Bale, Rosamund Pike e Wes Studi. Ambientato nel 1892 Hostiles racconta la storia di un ufficiale dell’esercito americano che accetta di scortare un capo Cheyenne e la sua famiglia fino alle terre del suo popolo. Un viaggio pericoloso ed imprevedibile dal New Mexico al Montana, nel corso del quale i due nemici dovranno unire le forze contro uno spietato paesaggio e le tribù Comanche che abitano quelle zone.

Rosamund Pike in un abito rosso pensato per le grandi occasioni ha tenuto la conferenza stampa del film, insieme all’attore Wes Studi e al regista Scott Cooper ed ecco di seguito cosa hanno raccontato.

Questa storia potrebbe essere ambientata anche in altri luoghi e altre epoche volendo. Cosa ne pensa della rilevanza nell’attualità di questo film?

Scott Cooper: La storia oggi è sicuramente ancora più rilevante di quando ho cominciato a scrivere la sceneggiatura. L’America sta vivendo una spaccatura razziale molto profonda che cresce giorno dopo giorno. Non è mai stata più polarizzata di come è adesso. Chi vive sulle coste degli Stati Uniti nota che c’è una grande interazione con varie persone di provenienza etnica diversa, ma nel resto del paese la situazione è diversa. Dopo le ultime elezioni questo si nota in modo impressionante. Spero che questo film possa avviare un dibattito sull’ inclusione, la riconciliazione e il rispetto dell’altro. Nel film assistiamo a due culture costrette a fare un viaggio molto duro che, sostanzialmente, si rivela un percorso dell’anima attraverso cui si rendono conto di essere umani, vivendo tutte le emozioni insieme.

Christian Bale in Hostiles

Wes Studi: Vivo in quegli Stati di cui parlava Scott e la mia realtà è una sorta di specchio di come è la società dei nativi nell’America di oggi. Viviamo un processo continuo di adattamento. Forse il mondo è diventato più mutevole dal punto di vista della società e dei rapporti razziali. Il film parla della realtà contemporanea ma anche della storia.

Cosa ha pensato quando le è stato proposto questo personaggio? Le donne nei film western sono trattate in maniera diversa di solito. Qui il tuo personaggio intraprende un percorso doloroso, ma è una figura insolita per un western?

Rosamund Pike: Mi hanno chiesto se mi sono basata su altre esperienze, ma Scott (Cooper) ha scritto una storia molto reale, quindi potevo ispirarmi solo alla vita. E’ una donna molto forte, fa un viaggio molto profondo, e vive una storia di perdita terribile, la più insopportabile. Quando il personaggio di Bale la incontra lei non vuole più vivere, e per me è stato interessante comprendere come una persona può trovare un motivo per vivere, che sia per la fede, o grazie ad un’altra persona che ha sofferto come lei, o rendersi conto che quando il responsabile viene ucciso sente comunque l’odio perché il marito e i suoi tre figli non tornano indietro. Non è una donna forte come quelle del cinema moderno, che usano le armi scimmiottando gli uomini. Lei molto femminile, comprende, vede, matura, è una sorta di controparte femminile del personaggio di Bale, per dimostrare che lui è un uomo buono in fondo. Solo lui riesce a portare lei fuori da una disperazione totale.

Scott Cooper: Io vengo dalla Virginia e vedere la violenza e l’odio verso le minoranze mi fa stare male. Per me e i miei figli che sono cresciuti durante gli anni di Obama, otto anni di speranza, vedere cosa succede oggi in America è difficile. Fatichiamo a capire e mettere insieme quegli otto anni vissuti e il presente. L’inclusione e l’ascolto del diverso da noi è necessario, abbiamo bisogno di apertura verso altre culture e abitudini.

Nel film è il suo personaggio che si avvicina di più all’altro. Le donne di solito sono più empatiche e aperte verso il diverso. Pensa che in questo senso l’apertura inizierà dalle donne?

Rosamund Pike: Recentemente siamo rimaste affascinate da quello che succede quando le donne si uniscono per far sentire la loro voce. All’inizio lei ha una sorta di ignoranza, i Comanche hanno attaccato la sua famiglia e la sua prima reazione è di terrore, non conosce le differenze tra le due culture, ma osserva quello che ha intorno. Vive un lutto profondo ma non ha nulla da dire. Non credo che il mio personaggio faccia una scelta.

Ha prestato servizio in Vietnam negli anni 60, è stata un’esperienza utile per questo film?

Wes Studi: Posso dire di sì. Ci sono stati dei momenti in cui dei vietnamiti o nostri alleati mi dicevano: “tu sei come un vietnamita?” In effetti tanti anni fa gli americani inseguivano me nei boschi e nelle pianure, quindi mi sono identificato in quel momento in loro, trovandomi in quella posizione politica speficia. Ho attinto a questo per tutta la mia carriera.

L’America ha sempre bisogno di un nemico, perchè?

Wes Studi: Penso che l’America abbia bisogno di amici ovunque, all’interno non solo esterno. Penso ai terroristi interni per esempio, che fanno più danni dei personaggi politici fuori dai nostri confini. L’America ha bisogno di nemici per motivi economici, ma sono pessimista su questo.

Il suo rapporto con il genere western?

Scott Cooper: Non passano mai di moda in America i western, ma io amo anche Sergio Leone. Personaggi tracciati in bianco e nero, buoni e cattivi, uomini e donne che seguono un codice di vita, il paesaggio e il desiderio di qualcosa di meglio per il proprio destino, il bisogno di un nemico che nei western sono sempre i nativi raccontati sempre in modo negativo. Questo film per me è un western solo per epoca e luoghi, ma in realtà un film sull’ umanesimo oltre i generi, per un’esperienza di comprensione del dolore, della tragedia, del lutto, e di un risanamento dell’anima che raramente si trova nei vecchi western americani.

 

 

 

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Alice nella Città

Alice nella città: tutto pronto per gli EFA Young Audience Award del 5 maggio 2019 a Roma

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alice nella città

Giornata dedicata al cinema quella di domenica 5 maggio attraverso Alice nella città, la quale organizzerà per il terzo anno consecutivo l’edizione dell’EFA Young Audience Award a Roma presso il Cinema Lux proseguendo la collaborazione di successo con il circuito European Film Award.

L’ EFA Young Audience Award è un progetto che ogni anno presenta in varie città d’Europa tre film europei pensati per un pubblico di ragazzi tra gli 11 e i 14 anni. Un modo per promuovere tra i ragazzi i film europei di qualità che spesso non arrivano in sala. L’edizione 2019 ha raggiunto il record di ben 56 città coinvolte in 35 Paesi.

Durante l’evento, una giuria di 60 ragazzi selezionata da Alice nella città ad Aprile  e composta da ragazzi tra gli 11 e i 14 anni si riunirà per vedere i 3 film europei nominati dal comitato internazionale rappresentativo dell’ EFA Board Members (del quale è parte Fabia Bettini Direttore Artistico di Alice nella Città), per poi discuterne insieme, votare e decretare così il vincitore insieme alle giurie degli altri Paesi partecipanti. I tre titoli di quest’ anno sono: Los Bando, il road movie scandinavo  di Christian Lo che sarà introdotto dalla giornalista Michela Greco; la coproduzione anglo-svedese Old boys di Toby MacDonald, una storia di crescita ispirata a Cyrano de Bergerac introdotto dalla giornalista e critica Emanuela Genovese; ed infine il lungometraggio belga Fight Girl di Johan Timmers, una storia di riscatto e crescita attraverso lo sport presentato dalla giornalista Ilaria Ravarino.

Queste giornaliste saranno di supporto ai giovani giurati sia con un’introduzione al film sia per un breve confronto al termine della proiezione e prima della votazione. “Pensiamo che gli EFA Young audience award sia un’esperienza entusiasmante e formativa, un’opportunità per sentirsi europei e per aprirsi agli altri utilizzando come linguaggio e terreno di confronto il cinema“. Commentando Fabia Bettini e Gianluca Giannelli Direttori artistici di Alice nella città.

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L’evento avrà luogo in contemporanea nei 35 Paesi che vedranno i tre film e che al termine dialogheranno tramite un collegamento live coordinato da Erfurt (Germania). Una volta convogliati i risultati nazionali e annunciati tramite videoconferenza dai rappresentanti di tutte le giurie, si svolgerà una cerimonia di premiazione, visibile in diretta in streaming sul sito yaa.europeanfilmawards.eu.  

Le schede didattiche e gli approfondimenti filmici sono curati da Alice nella Città.

I tre film nominati per l’edizione 2019:

Los Bando diretto da Christian Lo, nel cast vede la presenza di Tage Hogness (Grim), Jakob Dyrud (Aksel), Tiril Marie Høistad Berger (Thilda), Jonas Hoff Oftebro (Martin). La sinossi: un rocambolesco road movie con protagonista una giovane band norvegese, che attraversa il paese in una folle corsa contro il tempo, la polizia e i genitori per partecipare al Campionato Nazionale di Rock.

Old Boys è il film diretto da Toby MacDonald nel quale figurano Alex Lawther (Amberson), Jonah Hauer-King (Winchester), Pauline Etienne (Agnes), Joshua McGuire (Huggins), Denis Ménochet(Babinot). La sinossi: Come in Cyrano de Bergerac, un ragazzo timido e fantasioso aiuta un ragazzo molto in vista della scuola a conquistare la figlia del professore di francese.

Fight Girl è il terzo film prescelto, diretto da Johan Timmers con Aiko Beemsterboer (Bo), Bas Keizer (Dani), Noa Farinum (Joy), Hilde De Baerdemaeker (Esther), Ali Ben Horsting (Alex), Dioni Jurado-Gomez (Jesse), Imanuelle Grives(Cecilia). La sinossi: Bo è una ragazza di 12 anni che fa boxe. Ha molto talento ma deve affrontare soprattutto una battaglia emotiva a causa del divorzio dei suoi genitori.

 

 

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Cinema

Green Book, la recensione del film con Viggo Mortensen

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Green Book Recensione

Cosa succede quando nel 1962 un italo americano e un uomo di colore, si incontrano per ragioni lavorative e sono costretti a condividere 8 settimane insieme? La risposta è presto detta, nel film Green Book diretto da Peter Farrelly e interpretato da una coppia eccezionale composta da Viggo Mortensen e Mahershala Ali. 

New York. Tony ‘Lip’ Vallelonga è un uomo di origini italiane, marito affettuoso di Dolores (Linda Cardellini) e padre di due figli. A causa della chiusura improvvisa del night club in cui lavora, si ritrova disoccupato e con una famiglia da mandare avanti. Tony è un brav’uomo, è in grado di farsi rispettare – alcune volte anche in maniera violenta – ma non vede di buon’occhio le persone di colore, contrariamente alla moglie. La vita lo mette davanti a un bivio quando riceve la chiamata di un amico che gli propone di andare a fare un colloquio di lavoro come autista per un Dottore. Tra le poche informazioni che gli vengono date in merito all’impiego, non viene specificato che il suo capo sarà un uomo di colore chiamato “Dottore”, ma in realtà pianista di musica classica. Dopo un iniziale tentennamento, Don Shirley decide di assumerlo per iniziare la tournée nel sud degli Stati Uniti. Le questioni razziali tra bianchi e neri in quegli anni esasperavano gli animi degli americani, tanto da trascinare con sé, episodi di violenza e umiliazioni pubbliche. Per tale ragione, prima della partenza con il resto del trio, la casa discografica del musicista consegna a Tony il famoso Green Book, una guida all’interno della quale, sono inseriti i locali, i negozi e gli alberghi che accettano l’ingresso delle persone di colore, per non creare inutili scompigli.

La convivenza forzata di questi due uomini, caratterialmente e fisicamente agli antipodi, mostrerà che la vera amicizia va ben oltre il valore economico e il colore della pelle. Come due fratelli si aiuteranno a vicenda. Shirley aiuterà Tony con la scrittura di lettere d’amore poetiche per la sua Dolores; mentre Tony, forzando anche un po’ la mano, farà in modo che a ogni concerto ci sia l’amato pianoforte Stainway ad aspettare Don sul palco. La vicenda narrata in Green Book è basata su eventi realmente accaduti al capo della famiglia Vallelonga. Infatti alcuni aneddoti sono stati inseriti in fase di scrittura da Nick Vallelonga, figlio di Tony, e da altri componenti della famiglia. Divertente è l’aneddoto raccontato da Viggo Mortensen sulla prima volta che conobbe la famiglia Vallelonga nel ristorante di famiglia ‘Tony Lip’. Se siete curiosi di sapere la storia, leggete cosa ha dichiarato l’attore durante la conferenza stampa.

Tony Lip (Viggo Mortensen) e Don Shirley ( Mahershala Ali) in una scena del film Green Book.

La chimica tra questi due attori è sensazionale. Come in un gioco degli opposti, Ali rappresenta il mondo di un uomo solo, pieno di oggetti per cercare di colmare il vuoto degli affetti, sempre elegante, acculturato e riluttante a usare la violenza per farsi rispettare, anche quando è oggetto di vessazioni e atti di violenza da parte dei bianchi. Mentre Mortensen professa un amore verso la lingua italiana. Per patriottismo è giusto sottolineare che viene data giustizia alla caratteristica della popolazione italiana: il calore con la quale si trattano gli ospiti.

Tra un pollo fritto in Kentucky e la delusione a “Tits-burgh”, la storia di Tony e Shirley colpisce al cuore, perché smuove emotivamente lo spettatore suscitando reazioni contrastanti tra sorrisi, lacrime e rabbia con la quale questi uomini onesti venivano trattati, colpevoli di avere un colore diverso di pelle. Come ha specificato Mortensen in  conferenza, questo è un film che vuole solo far riflettere il pubblico su una tematica terribilmente contemporanea in tutto il mondo.

Green Book sarà nelle sale dal 31 gennaio 2019.

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Cinema

Green Book, la conferenza stampa

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green book

Green Book è un film che fa bene al cuore. L’amicizia nata nel 1962 tra un uomo di colore e un uomo bianco, sono al centro del film diretto da Peter Farrelly, con Viggo Mortensen e Mahershala Ali. In questi 130 minuti dove a regnare sono le tante risate e i momenti di riflessione, i due protagonisti dimostrano che il sentimento come l’amicizia, non si ferma davanti a differenze di sesso e di razza. Durante la conferenza stampa, l’attore Viggo Mortensen ha stupito l’intera platea ascoltando le domande dei giornalisti in Sala Petrassi totalmente privo di cuffiette per le traduzioni, e risposto in maniera esaustiva alle domande con un italiano a tratti maccheronico.

Questo film è tratto da una storia vera. Come hai reso tuo questo personaggio?

Quando ho letto la sceneggiatura ho capito subito che era tra le più complete che avessi mai ricevuto. Ho trovato una storia vera basata su eventi veri, che fanno ridere e piangere. Io non sono italiano ma ho lavorato con attori italo-americani davvero bravi. L’importante era non farne una caricatura. Mi ha aiutato molto avere a che fare con la famiglia Vallelunga. È stato un film davvero importante. Green Book non ti dice cosa fare, cosa pensare, cosa dire o pensare. È un viaggio che ti fa ridere, piangere e riflettere allo stesso tempo. È una storia del passato che fa riflettere sul presente.

Per la prima volta dirigerai un film. Che tipo di regista sei?

Nella mia carriera ho trovato dei grandissimi registi. Tutti hanno delle tecniche di regia diverse, ma l’importante è fare lavoro di squadra. Non voglio fingere di fare tutto, ma voglio fare questo film ed ho bisogno dell’aiuto di tutta la squadra. Infatti ho detto al mio staff che se hanno idee per il film, devono parlarmene, senza avere paura di farlo. Potrebbe sembrare una storia noiosa il viaggio di due persone in una macchina, ma con il lavoro di squadra si è trasformato in qualcosa di formidabile.

Questo è un film importante, soprattutto per gli ultimi tempi. Cosa ne pensi?

Onestamente questo film non è importante solo per questi tempi. Storie come questa, aiutano ad essere meno ignoranti. Non è un problema che riguarda solo l’Italia o l’America ma tutto il resto del mondo. La cosa peggiore è che ci sono leader politici che dovrebbero essere informati ma in realtà, spesso sono quelli più ignoranti o a volte fingono di esserlo per restare al potere. Per questo ci si chiede: ma cosa votiamo a fare, se non abbiamo voce in capitolo per cambiare le cose? Basta poco anche uno “scusa” per avere un po’ di umanità verso il prossimo. Questa è una storia che ti invita a riflettere ed è un esempio per i giovani.

Per interpretere Tony Lip hai dovuto ingrassare e parlare italiano. Che tipo di preparazione hai effettuato?

Ho preso 20kg per questo ruolo. È stato più facile ingrassare che dimagrire, in questo anno, soprattutto per la mia età. Per quanto riguarda l’italiano, è una lingua che conosco e quando sul copione era scritto di parlarci, improvvisavo. Stando a contatto con la famiglia Vallelonga ho scoperto un mix tra italiano e dialetto calabrese. D’altronde si capisce che la famiglia appartiene al sud Italia. Divertente è stato l’aneddoto al ristorante della famiglia di Tony Lip, dove il figlio del protagonista ha iniziato a portarmi portate diverse, come quattro piatti di pasta che ho dovuto mangiare per non offenderli, entrando nel mood della tipica famiglia italiana. Il cibo mi ha schiacciato, ma per me è stata una sfida. Ho anche fatto delle ricerche sulla loro famiglia.

Visto che conosci l’italiano, ti piacerebbe lavorare con un regista italiano?

Sarebbe una bella sfida. Ho fatto una volta un film con un regista francese pur non conoscendo approfonditamente la lingua. Conosco anche l’arabo. Il cinema italiano ha ottimi registi. Da quando sono qui ho conosciuto solo Tornatore, ma nonostante questo, non mi sento di fare un nome con la quale lavorare. Vedremo…

 

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