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Interviste

Intervista a Khaled Hosseini, autore de Il Cacciatore di Aquiloni e Mille Splendidi Soli

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Quando parliamo di Khaled Hosseini non possiamo non ricordare le emozioni che ci ha regalato con Il cacciatore di aquiloni (2003) e Mille splendidi soli (2007), due best seller di successo mondiale che hanno fatto conoscere al mondo i drammi vissuti in Afghanistan da donne e bambini a causa di guerre devastanti. Del primo romanzo abbiamo potuto apprezzare anche la versione cinematografica realizzata dalla casa di produzione Steven Spielberg, Dreamworks, per la regia di Marc Forster, traduzione delicata e fedele della storia narrata dallo scrittore. Una storia influenzata certamente dai ricordi di quell’infanzia vissuta a Kabul, dove il medico e scrittore afghano è nato nel 1965 e che ha lasciato nel 1970 per seguire il padre, diplomatico del Ministero degli Esteri, prima in Iran, dove ha vissuto fino al 1973, e poi a Parigi nel 1976. Nel 1980 la famiglia Hosseini chiede e ottiene asilo politico negli Stati Uniti, e Khaled rivedrà la sua Kabul soltanto 27 anni dopo, quando tornerà in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, un viaggio che lo segnerà profondamente. Di fronte a tanta povertà e desolazione decide di fare qualcosa di concreto per favorire il processo di reintegrazione di quegli 8 milioni di rifugiati costretti all’esilio in Pakistan e Iran per sfuggire al regime talebano, alla guerra e ancor prima all’invasione sovietica, e che al loro ritorno in Afghanistan non avevano più nulla, né casa, né acqua, né assistenza sanitaria, né tantomeno un lavoro.  Completamente senza voce. Così Khaled Hosseini, oltre a narrare le vicende afghane attraverso i suoi romanzi,  fa molto di più: attraverso la sua fondazione, la Khaled Hosseini Foundation, dà sostegno concreto ai rifugiati fornendo alloggi, assistenza sanitaria e istruzione e restituendo sogni e speranze a un popolo forte e tenace che, come lui stesso ci ha raccontato, non chiede l’elemosina ma vuole soltanto ricominciare a sperare in un futuro migliore dopo l’orrore della guerra.

 Come nasce la tua fondazione e in che modo sta aiutando la popolazione afghana?

La mia fondazione è stata ispirata da un viaggio che ho fatto in Afghanistan nel 2007 come inviato di Buona volontà  dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati. In quell’occasione, ho incontrato le famiglie dei rifugiati rimpatriati che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, trascorrono inverni in tende o in buche scavate sottoterra, ed i cui villaggi perdono regolarmente dai dieci ai quindici bambini ogni inverno. Sono padre anche io e sono rimasto sconvolto e affranto nel constatare una tale sofferenza. Quando sono tornato negli Stati Uniti ho deciso che volevo fare qualcosa per sostenere queste persone e per migliorare le loro condizioni di vita. I rifugiati che ho incontrato non chiedevano l’elemosina. Erano persone tenaci e intraprendenti che lavoravano duramente e desideravano ricostruire il loro paese lasciandosi l’oscuro passato alle spalle. Chiedevano soltanto di potere accedere ad alcune risorse di base, prime fra tutte un alloggio e un’istruzione, in modo da poter lavorare per realizzare sogni e speranze. L’obiettivo della mia fondazione  è quello di fornire ai gruppi più deboli in Afghanistan, donne, bambini e rifugiati, la possibilità di fare proprio questo. So che, fornendo loro alloggio e accesso all’istruzione, diamo loro la sensazione di poter gestire la loro vita e permettiamo loro di cominciare a ricostruire il loro paese a pezzi. Potete trovare maggiori informazioni sulla mia fondazione nel sito www.khaledhosseinifoundation.org.

Qual è la situazione attuale in Afghanistan in termini di sopravvivenza e di diritti umani?

Anche se ci sono molte agenzie che lavorano per rispondere alle esigenze umanitarie della popolazione afghana, le necessità sono enormi e fornire servizi senza una infrastruttura nazionale stabile e affidabile è difficile, nella migliore delle ipotesi. La realtà è che gli Afghani sono ancora disperatamente dipendenti dal sostegno della comunità internazionale per la loro sopravvivenza.

Puoi spiegarci cos’è il progetto S.O.S ?

Lo Student Outreach Shelters (SOS) è un programma che abbiamo creato per consentire agli studenti di poter cambiare le condizioni di vita dei bambini e delle famiglie in Afghanistan. Il SOS consente agli studenti di salvare vite umane, raccogliendo fondi per costruire case per le famiglie afghane, in collaborazione con l’UNHCR. Questo progetto offre anche risorse gratuite per studenti e insegnanti che leggono i miei libri in modo che possono imparare di più sulla situazione del popolo afghano e su come poterlo aiutare. Le risorse disponibili comprendono programmi scolastici standard e includono lezioni, attività, video, proiezioni di diapositive, ecc che possono essere utilizzati in parte o interamente. Potete Trovare maggiori informazioni sul programma all’indirizzo: www.sos4tkhf.com

Ci puoi raccontare la tua esperienza come inviato volontario dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR?

Nel giugno 2006, ho tenuto un discorso in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, durante la cerimonia del 20 giugno a Washington DC,  e poco dopo l’UNHCR mi ha contattato per chiedermi se ero interessato a collaborare con loro come inviato di Buona volontà. Per me è stato, per molti versi, uno strumento perfetto per qualcosa che stavo cercando di fare da molto tempo e non ho esitato nemmeno un attimo ad accettare. Da allora ho viaggiato una volta in Africa e tre volte in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, nel 2007, 2009, 2010, e  ho colto tutte le opportunità a mia disposizione per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale al dramma dei rifugiati. Considero un grande privilegio dare voce a coloro che hanno vite difficili ma un grande coraggio.

La tua fondazione vende anche prodotti artigianali, quali bracciali e borse, realizzati da donne afgane che hanno subito tragedie familiari e sostentano le loro famiglie attraverso la vendita di questi prodotti. Ancora una volta, le donne sono  protagoniste e dimostrano di avere tanta forza. Può essere considerata una forma di emancipazione, un modo per riacquistare dignità?

Io la chiamerei un piccolo passo lungo il percorso, certo. Tutto ciò che permette alla donna di provvedere a se stessa e di ottenere l’autonomia, è un passo lungo il percorso verso l’emancipazione. Offriamo una vasta gamma di prodotti artigianali realizzati da  donne afghane nei campi profughi nella parte nord occidentale del Pakistan (Baghicha, Tajabad e nei campi di Haji) per raccogliere fondi per loro e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro condizione. Le donne di cui vendiamo i manufatti, lavorano per  la ZardoziMarkets  for Afghan Artisans, una organizzazione afgana non governativa. Tutti i proventi del commercio di Zardozi vengono reinvestiti per creare ulteriori opportunità di lavoro per le circa 1.500 donne che si trovano nella loro rete. Molte di queste donne non avrebbero avuto altrimenti l’opportunità di creare reddito per se stesse e per le loro famiglie. Il reddito che realizzano permette loro di fornire cibo, medicine, opportunità educative e di soddisfare altre esigenze delle loro famiglie.

Che cosa possiamo fare per aiutare queste donne?

Certamente vi incoraggio a sostenere la donne artigiane di  Zardozi acquistando i loro prodotti attraverso il nostro sito. Il 100% dei proventi di queste vendite viene inviato direttamente alla ONG in modo che sia un po’ come essere lì ad aiutarle di persona.

Il tuo percorso di vita ti ha portato a chiedere asilo negli Stati Uniti e sei tornato in Afghanistan soltanto dopo 27 anni. Cosa era cambiato in te e nel tuo paese? Hai provato un conflitto di identità?

C’è una riga nel libro in cui Amir dice alla sua guida, “Mi sento come un turista nel mio paese.” In buona parte mi sono sentito così quando sono tornato a Kabul. Dopo tutto, ero stato via per più di un quarto di secolo. Non ero lì per la guerra contro i sovietici, per la lotta dei mujahedeen  o per i talebani. Non avevo perso gli arti a causa delle mine e non dovevo vivere in un campo profughi. Nel mio ritorno c’è stato certamente un senso di colpa per essere sopravvissuto. Da un lato, ho sentito che quel posto mi apparteneva, tutti parlavano la mia lingua e condividevano la mia cultura. Dall’altro, mi sentivo come un estraneo, un estraneo molto fortunato, ma comunque un estraneo. Naturalmente molte cose erano cambiate in Afghanistan da quando ci vivevo io da ragazzo. Gran parte di Kabul, dove sono cresciuto, era stata abbandonata o distrutta. C’è un numero impressionante di vedove, orfani e persone che hanno perso gli arti a causa delle mine e delle bombe. E naturalmente c’è un numero enorme di profughi senzatetto. Vi è anche una grande varietà di armi e ho rilevato una cultura delle armi a Kabul, cosa che non mi ricordo affatto dal 1970. Ma la cosa più sorprendente per me è stata che, nonostante le atrocità, le indicibili brutalità e le difficoltà, gli Afghani hanno sopportato, non hanno perso la loro umiltà, la loro grazia, la loro ospitalità, e il loro senso della speranza. Me ne sono andato molto impressionato dalla loro capacità di resistere. Io certamente spero di tornare ancora lì, ma al momento non ci sono piani concreti per farlo.

Dopo questo viaggio hai scritto Il cacciatore di aquiloni. Cosa è scattato dentro di te?

In realtà, avevo già scritto Il cacciatore di aquiloni prima di andare in Afghanistan nella primavera del 2003. Il cacciatore di aquiloni è iniziato come un breve racconto che ho scritto dopo aver sentito che il volo degli aquiloni era stato vietato in Afghanistan dai Talebani. Quella storia è rimasta su uno scaffale nel mio garage per un bel po’, finché mia moglie mi ha convinto che poteva essere la base di un romanzo in grado di dare un volto umano all’Afghanistan. Mai mi sarei aspettato che il libro potesse avere tanto successo e la cosa più gratificante di questo successo è che molte persone in tutto il mondo sono venute a sapere di più sull’Afghanistan rispetto a quello che si legge sui giornali o si vede nei notiziari.

Da Il cacciatore di aquiloni è stato tratto un film di altrettanto successo. Come hai vissuto questa esperienza e che rapporto hai con il cinema?

Amo la pellicola come strumento, prima di tutto. Molti scrittori hanno una sfiducia intrinseca nel considerare il film una forma d’arte, io invece no. Ho preso atto del fatto che il cinema e la letteratura siano due diverse forme d’arte e penso che un adattamento cinematografico di un romanzo deve omettere le cose che sono care allo scrittore. Nel momento in cui mi sono staccato dall’idea che tutto ciò che avevo scritto doveva essere messo sullo schermo, ho potuto gustare il processo di lavorazione del film.  Essere sul set è stata un’esperienza surreale. Scrivere un romanzo è un’impresa intensamente personale e solitaria. Il cinema è innanzitutto un processo di collaborazione. Così è stato strano vedere decine di persone che andavano in giro e cercavano di trasformare questa mia creazione molto interiore in una esperienza visiva per tutti gli altri. E stata una esperienza unica essere testimone dell’interpretazione visiva dei miei pensieri. Ammiro molto il lavoro del regista e degli attori e sono molto grato che il film sia stato realizzato.

A cosa ti ispiri quando scrivi i tuoi libri?

Mi sono ispirato, come tutti gli scrittori, a quello che ho visto, sentito e vissuto.   La fonte di ispirazione fondamentale  per i miei primi due romanzi è stata la mia conoscenza del popolo afghano, la loro tenacia, il loro sacrificio, il loro coraggio, gli ostacoli che hanno dovuto superare negli ultimi 30 anni. Nella primavera del 2003, sono andato in Afghanistan e ho parlato a molte donne a Kabul. Le loro storie di vita erano veramente strazianti. Per esempio, una donna, madre di sei figli, mi ha detto che suo marito, un vigile urbano, guadagnava  40 $ al mese ma non veniva pagato da sei mesi. Aveva preso soldi in prestito da amici e parenti per sopravvivere, ma dal momento che non riusciva a restituirli, avevano smesso di prestarglieli. E così, ogni giorno inviava i suoi figli in diverse zone di Kabul a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Ho parlato con un’altra donna che mi ha detto che una sua vicina vedova, di fronte alla prospettiva di morire di fame, ha dato da mangiare ai suoi figli le briciole di pane che erano in mezzo al veleno per topi e poi le ha mangiate anche lei. Ho incontrato una bambina che aveva il padre paralizzato dalla vita in giù per una granata. Lei e sua madre chiedevano l’elemosina per le strade di Kabul dall’alba al tramonto. Quando ho iniziato a scrivere Mille splendidi soli, mi sono ritrovato a pensare più volte a quelle donne così forti e anche se nessuna di quelle che ho incontrato a Kabul ha ispirato Laila e Mariam, le loro voci, i loro volti e le loro incredibili storie di sopravvivenza erano sempre con me, e buona parte della mia ispirazione per questo romanzo è venuta dal loro spirito collettivo.

Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, pur nella loro drammaticità, hanno emozionato il mondo per la delicatezza e la profondità con cui sono stati trattati temi dolorosi come l’infanzia violata, le rivalità etniche, la sofferenza delle donne afgane. Quando ci regalerai una nuova emozione da leggere?

Attualmente sto lavorando ad un nuovo romanzo. Mi piacerebbe potervi dire quando sarà pubblicato,  ma al momento  posso soltanto dirvi che ci sto lavorando e che riguarda l’Afghanistan.

C’è tanto desiderio di cambiamento in Afghanistan, nonostante le comprensibili difficoltà.  Vediamo la freschezza e l’energia di artisti  come i Kabul Dreams e di molti altri artisti, anche di strada. Tutto ciò  era impensabile sotto i Talebani.  I giovani, gli artisti, la cultura, riusciranno di nuovo a far volare in alto gli aquiloni?

Non ho alcun dubbio. La forza del coraggio tra i giovani afgani è davvero impressionante. C’è brama di creare, esprimere, comunicare. L’Afghanistan è fondamentalmente una nazione giovane, il che significa che quasi il 65% della nazione è sotto i 25 anni. Sono una risorsa inutilizzata. Credo ci siano modi costruttivi per coinvolgere questi giovani, come l’arte, la tecnologia, l’istruzione, il lavoro, per permettere loro di realizzare le loro potenzialità e contribuire alla ricostruzione della loro patria tormentata. Torneranno a volare gli aquiloni? Andate in Afghanistan e vedrete che volano già.

Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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Cinema

Venezia 78 | Old Henry, video intervista a Tim Blake Nelson, Scott Haze e il regista Ponciroli

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Con il nuovo Old Henry, presentato fuori concorso a Venezia 78, Potsy Ponciroli confeziona un rigoroso western minimalista, o un microwestern, come amano chiamarlo i suoi interpreti, segnato dall’eccezionale contributo attoriale di Tim Blake Nelson – capace di dire tutto sul suo personaggio anche solo attraverso il modo in cui impugna la pistola – e dal tentativo di aggiornare il rapporto fra realtà e leggenda, ampliando una mitologia western cinematograficamente antichissima (un’operazione cercata di recente solo da Andrew Dominik con L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford).

Abbiamo avuto l’occasione di parlare del film con gli interpreti Tim Blake Nelson e Scott Haze e con il regista Potsy Ponciroli.

Ponciroli riesce a trarre vantaggio dalle ristrettezze di budget per realizzare un western in cui si sparano le ultime pallottole di un genere ormai al tramonto: in cui si possono contare i colpi esplosi dalle pistole e si riesce a tenere traccia di quanti ancora ne rimangono nel tamburo.

Non c’è nessuna voglia di spettacolarizzazione, nessun desiderio di mettere in scena l’ennesimo action caotico e frastornante: Old Henry aggiorna una trama classica – l’irruzione di uno straniero in casa che rompe gli equilibri di una famiglia e riporta a galla eventi rimossi del passato – e allo stesso tempo riesce a dire qualcosa di estremamente interessante sul genere di riferimento.

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Cinema

Venezia 78 | Il Silenzio Grande, video intervista ad Alessandro Gassmann

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Dopo aver diretto con successo il testo di Maurizio De Giovanni a teatro, Alessandro Gassmann ne propone adesso una rinnovata versione per il grande schermo, conservandone l’impianto ma sfruttando tutti gli strumenti a disposizione del regista cinematografico per ampliarne il senso e arricchire la sceneggiatura di nuove sfumature.

Abbiamo avuto modo di parlare con Alessandro Gassmann del suo terzo film da regista, delle sfide affrontate nel processo di trasposizione del testo dal teatro al cinema e di come immagina il suo prossimo futuro nel cinema.

Il Silenzio Grande: intervista ad Alessandro Gassman

Il Silenzio Grande, presentato come evento speciale delle Giornate degli Autori nel corso della 78esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, permette a Gassmann di utilizzare una dimora reale come scenografia della sua Villa Primic – non solo ambiente, ma personaggio fondamentale del racconto – e di lavorare sulla fotografia per suggerire visivamente allo spettatore cose che il testo solo parzialmente suggerisce. 

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