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Interviste

Intervista a Khaled Hosseini, autore de Il Cacciatore di Aquiloni e Mille Splendidi Soli

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Quando parliamo di Khaled Hosseini non possiamo non ricordare le emozioni che ci ha regalato con Il cacciatore di aquiloni (2003) e Mille splendidi soli (2007), due best seller di successo mondiale che hanno fatto conoscere al mondo i drammi vissuti in Afghanistan da donne e bambini a causa di guerre devastanti. Del primo romanzo abbiamo potuto apprezzare anche la versione cinematografica realizzata dalla casa di produzione Steven Spielberg, Dreamworks, per la regia di Marc Forster, traduzione delicata e fedele della storia narrata dallo scrittore. Una storia influenzata certamente dai ricordi di quell’infanzia vissuta a Kabul, dove il medico e scrittore afghano è nato nel 1965 e che ha lasciato nel 1970 per seguire il padre, diplomatico del Ministero degli Esteri, prima in Iran, dove ha vissuto fino al 1973, e poi a Parigi nel 1976. Nel 1980 la famiglia Hosseini chiede e ottiene asilo politico negli Stati Uniti, e Khaled rivedrà la sua Kabul soltanto 27 anni dopo, quando tornerà in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, un viaggio che lo segnerà profondamente. Di fronte a tanta povertà e desolazione decide di fare qualcosa di concreto per favorire il processo di reintegrazione di quegli 8 milioni di rifugiati costretti all’esilio in Pakistan e Iran per sfuggire al regime talebano, alla guerra e ancor prima all’invasione sovietica, e che al loro ritorno in Afghanistan non avevano più nulla, né casa, né acqua, né assistenza sanitaria, né tantomeno un lavoro.  Completamente senza voce. Così Khaled Hosseini, oltre a narrare le vicende afghane attraverso i suoi romanzi,  fa molto di più: attraverso la sua fondazione, la Khaled Hosseini Foundation, dà sostegno concreto ai rifugiati fornendo alloggi, assistenza sanitaria e istruzione e restituendo sogni e speranze a un popolo forte e tenace che, come lui stesso ci ha raccontato, non chiede l’elemosina ma vuole soltanto ricominciare a sperare in un futuro migliore dopo l’orrore della guerra.

 Come nasce la tua fondazione e in che modo sta aiutando la popolazione afghana?

La mia fondazione è stata ispirata da un viaggio che ho fatto in Afghanistan nel 2007 come inviato di Buona volontà  dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati. In quell’occasione, ho incontrato le famiglie dei rifugiati rimpatriati che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, trascorrono inverni in tende o in buche scavate sottoterra, ed i cui villaggi perdono regolarmente dai dieci ai quindici bambini ogni inverno. Sono padre anche io e sono rimasto sconvolto e affranto nel constatare una tale sofferenza. Quando sono tornato negli Stati Uniti ho deciso che volevo fare qualcosa per sostenere queste persone e per migliorare le loro condizioni di vita. I rifugiati che ho incontrato non chiedevano l’elemosina. Erano persone tenaci e intraprendenti che lavoravano duramente e desideravano ricostruire il loro paese lasciandosi l’oscuro passato alle spalle. Chiedevano soltanto di potere accedere ad alcune risorse di base, prime fra tutte un alloggio e un’istruzione, in modo da poter lavorare per realizzare sogni e speranze. L’obiettivo della mia fondazione  è quello di fornire ai gruppi più deboli in Afghanistan, donne, bambini e rifugiati, la possibilità di fare proprio questo. So che, fornendo loro alloggio e accesso all’istruzione, diamo loro la sensazione di poter gestire la loro vita e permettiamo loro di cominciare a ricostruire il loro paese a pezzi. Potete trovare maggiori informazioni sulla mia fondazione nel sito www.khaledhosseinifoundation.org.

Qual è la situazione attuale in Afghanistan in termini di sopravvivenza e di diritti umani?

Anche se ci sono molte agenzie che lavorano per rispondere alle esigenze umanitarie della popolazione afghana, le necessità sono enormi e fornire servizi senza una infrastruttura nazionale stabile e affidabile è difficile, nella migliore delle ipotesi. La realtà è che gli Afghani sono ancora disperatamente dipendenti dal sostegno della comunità internazionale per la loro sopravvivenza.

Puoi spiegarci cos’è il progetto S.O.S ?

Lo Student Outreach Shelters (SOS) è un programma che abbiamo creato per consentire agli studenti di poter cambiare le condizioni di vita dei bambini e delle famiglie in Afghanistan. Il SOS consente agli studenti di salvare vite umane, raccogliendo fondi per costruire case per le famiglie afghane, in collaborazione con l’UNHCR. Questo progetto offre anche risorse gratuite per studenti e insegnanti che leggono i miei libri in modo che possono imparare di più sulla situazione del popolo afghano e su come poterlo aiutare. Le risorse disponibili comprendono programmi scolastici standard e includono lezioni, attività, video, proiezioni di diapositive, ecc che possono essere utilizzati in parte o interamente. Potete Trovare maggiori informazioni sul programma all’indirizzo: www.sos4tkhf.com

Ci puoi raccontare la tua esperienza come inviato volontario dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR?

Nel giugno 2006, ho tenuto un discorso in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, durante la cerimonia del 20 giugno a Washington DC,  e poco dopo l’UNHCR mi ha contattato per chiedermi se ero interessato a collaborare con loro come inviato di Buona volontà. Per me è stato, per molti versi, uno strumento perfetto per qualcosa che stavo cercando di fare da molto tempo e non ho esitato nemmeno un attimo ad accettare. Da allora ho viaggiato una volta in Africa e tre volte in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, nel 2007, 2009, 2010, e  ho colto tutte le opportunità a mia disposizione per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale al dramma dei rifugiati. Considero un grande privilegio dare voce a coloro che hanno vite difficili ma un grande coraggio.

La tua fondazione vende anche prodotti artigianali, quali bracciali e borse, realizzati da donne afgane che hanno subito tragedie familiari e sostentano le loro famiglie attraverso la vendita di questi prodotti. Ancora una volta, le donne sono  protagoniste e dimostrano di avere tanta forza. Può essere considerata una forma di emancipazione, un modo per riacquistare dignità?

Io la chiamerei un piccolo passo lungo il percorso, certo. Tutto ciò che permette alla donna di provvedere a se stessa e di ottenere l’autonomia, è un passo lungo il percorso verso l’emancipazione. Offriamo una vasta gamma di prodotti artigianali realizzati da  donne afghane nei campi profughi nella parte nord occidentale del Pakistan (Baghicha, Tajabad e nei campi di Haji) per raccogliere fondi per loro e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro condizione. Le donne di cui vendiamo i manufatti, lavorano per  la ZardoziMarkets  for Afghan Artisans, una organizzazione afgana non governativa. Tutti i proventi del commercio di Zardozi vengono reinvestiti per creare ulteriori opportunità di lavoro per le circa 1.500 donne che si trovano nella loro rete. Molte di queste donne non avrebbero avuto altrimenti l’opportunità di creare reddito per se stesse e per le loro famiglie. Il reddito che realizzano permette loro di fornire cibo, medicine, opportunità educative e di soddisfare altre esigenze delle loro famiglie.

Che cosa possiamo fare per aiutare queste donne?

Certamente vi incoraggio a sostenere la donne artigiane di  Zardozi acquistando i loro prodotti attraverso il nostro sito. Il 100% dei proventi di queste vendite viene inviato direttamente alla ONG in modo che sia un po’ come essere lì ad aiutarle di persona.

Il tuo percorso di vita ti ha portato a chiedere asilo negli Stati Uniti e sei tornato in Afghanistan soltanto dopo 27 anni. Cosa era cambiato in te e nel tuo paese? Hai provato un conflitto di identità?

C’è una riga nel libro in cui Amir dice alla sua guida, “Mi sento come un turista nel mio paese.” In buona parte mi sono sentito così quando sono tornato a Kabul. Dopo tutto, ero stato via per più di un quarto di secolo. Non ero lì per la guerra contro i sovietici, per la lotta dei mujahedeen  o per i talebani. Non avevo perso gli arti a causa delle mine e non dovevo vivere in un campo profughi. Nel mio ritorno c’è stato certamente un senso di colpa per essere sopravvissuto. Da un lato, ho sentito che quel posto mi apparteneva, tutti parlavano la mia lingua e condividevano la mia cultura. Dall’altro, mi sentivo come un estraneo, un estraneo molto fortunato, ma comunque un estraneo. Naturalmente molte cose erano cambiate in Afghanistan da quando ci vivevo io da ragazzo. Gran parte di Kabul, dove sono cresciuto, era stata abbandonata o distrutta. C’è un numero impressionante di vedove, orfani e persone che hanno perso gli arti a causa delle mine e delle bombe. E naturalmente c’è un numero enorme di profughi senzatetto. Vi è anche una grande varietà di armi e ho rilevato una cultura delle armi a Kabul, cosa che non mi ricordo affatto dal 1970. Ma la cosa più sorprendente per me è stata che, nonostante le atrocità, le indicibili brutalità e le difficoltà, gli Afghani hanno sopportato, non hanno perso la loro umiltà, la loro grazia, la loro ospitalità, e il loro senso della speranza. Me ne sono andato molto impressionato dalla loro capacità di resistere. Io certamente spero di tornare ancora lì, ma al momento non ci sono piani concreti per farlo.

Dopo questo viaggio hai scritto Il cacciatore di aquiloni. Cosa è scattato dentro di te?

In realtà, avevo già scritto Il cacciatore di aquiloni prima di andare in Afghanistan nella primavera del 2003. Il cacciatore di aquiloni è iniziato come un breve racconto che ho scritto dopo aver sentito che il volo degli aquiloni era stato vietato in Afghanistan dai Talebani. Quella storia è rimasta su uno scaffale nel mio garage per un bel po’, finché mia moglie mi ha convinto che poteva essere la base di un romanzo in grado di dare un volto umano all’Afghanistan. Mai mi sarei aspettato che il libro potesse avere tanto successo e la cosa più gratificante di questo successo è che molte persone in tutto il mondo sono venute a sapere di più sull’Afghanistan rispetto a quello che si legge sui giornali o si vede nei notiziari.

Da Il cacciatore di aquiloni è stato tratto un film di altrettanto successo. Come hai vissuto questa esperienza e che rapporto hai con il cinema?

Amo la pellicola come strumento, prima di tutto. Molti scrittori hanno una sfiducia intrinseca nel considerare il film una forma d’arte, io invece no. Ho preso atto del fatto che il cinema e la letteratura siano due diverse forme d’arte e penso che un adattamento cinematografico di un romanzo deve omettere le cose che sono care allo scrittore. Nel momento in cui mi sono staccato dall’idea che tutto ciò che avevo scritto doveva essere messo sullo schermo, ho potuto gustare il processo di lavorazione del film.  Essere sul set è stata un’esperienza surreale. Scrivere un romanzo è un’impresa intensamente personale e solitaria. Il cinema è innanzitutto un processo di collaborazione. Così è stato strano vedere decine di persone che andavano in giro e cercavano di trasformare questa mia creazione molto interiore in una esperienza visiva per tutti gli altri. E stata una esperienza unica essere testimone dell’interpretazione visiva dei miei pensieri. Ammiro molto il lavoro del regista e degli attori e sono molto grato che il film sia stato realizzato.

A cosa ti ispiri quando scrivi i tuoi libri?

Mi sono ispirato, come tutti gli scrittori, a quello che ho visto, sentito e vissuto.   La fonte di ispirazione fondamentale  per i miei primi due romanzi è stata la mia conoscenza del popolo afghano, la loro tenacia, il loro sacrificio, il loro coraggio, gli ostacoli che hanno dovuto superare negli ultimi 30 anni. Nella primavera del 2003, sono andato in Afghanistan e ho parlato a molte donne a Kabul. Le loro storie di vita erano veramente strazianti. Per esempio, una donna, madre di sei figli, mi ha detto che suo marito, un vigile urbano, guadagnava  40 $ al mese ma non veniva pagato da sei mesi. Aveva preso soldi in prestito da amici e parenti per sopravvivere, ma dal momento che non riusciva a restituirli, avevano smesso di prestarglieli. E così, ogni giorno inviava i suoi figli in diverse zone di Kabul a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Ho parlato con un’altra donna che mi ha detto che una sua vicina vedova, di fronte alla prospettiva di morire di fame, ha dato da mangiare ai suoi figli le briciole di pane che erano in mezzo al veleno per topi e poi le ha mangiate anche lei. Ho incontrato una bambina che aveva il padre paralizzato dalla vita in giù per una granata. Lei e sua madre chiedevano l’elemosina per le strade di Kabul dall’alba al tramonto. Quando ho iniziato a scrivere Mille splendidi soli, mi sono ritrovato a pensare più volte a quelle donne così forti e anche se nessuna di quelle che ho incontrato a Kabul ha ispirato Laila e Mariam, le loro voci, i loro volti e le loro incredibili storie di sopravvivenza erano sempre con me, e buona parte della mia ispirazione per questo romanzo è venuta dal loro spirito collettivo.

Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, pur nella loro drammaticità, hanno emozionato il mondo per la delicatezza e la profondità con cui sono stati trattati temi dolorosi come l’infanzia violata, le rivalità etniche, la sofferenza delle donne afgane. Quando ci regalerai una nuova emozione da leggere?

Attualmente sto lavorando ad un nuovo romanzo. Mi piacerebbe potervi dire quando sarà pubblicato,  ma al momento  posso soltanto dirvi che ci sto lavorando e che riguarda l’Afghanistan.

C’è tanto desiderio di cambiamento in Afghanistan, nonostante le comprensibili difficoltà.  Vediamo la freschezza e l’energia di artisti  come i Kabul Dreams e di molti altri artisti, anche di strada. Tutto ciò  era impensabile sotto i Talebani.  I giovani, gli artisti, la cultura, riusciranno di nuovo a far volare in alto gli aquiloni?

Non ho alcun dubbio. La forza del coraggio tra i giovani afgani è davvero impressionante. C’è brama di creare, esprimere, comunicare. L’Afghanistan è fondamentalmente una nazione giovane, il che significa che quasi il 65% della nazione è sotto i 25 anni. Sono una risorsa inutilizzata. Credo ci siano modi costruttivi per coinvolgere questi giovani, come l’arte, la tecnologia, l’istruzione, il lavoro, per permettere loro di realizzare le loro potenzialità e contribuire alla ricostruzione della loro patria tormentata. Torneranno a volare gli aquiloni? Andate in Afghanistan e vedrete che volano già.

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Cinema

RFF13: 7 sconosciuti a El Royale, conferenza stampa

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La tredicesima edizione della Festa del cinema di Roma ha ufficialmente preso il via questa mattina con l’anteprima del film 7 sconosciuti a El Royale diretto da Drew Goddard. Il regista, sceneggiatore e produttore televisivo, noto ai più per aver scritto diversi episodi della serie tv Buffy, l’ammazzavampiri, Lost e Alias, ha portato a Roma il suo secondo film da regista.

Ambientato nel 1969, il motel El Royale, situato a cavallo tra il Nevada e la California, è la location dove 7 personaggi, dovranno regolare dei conti rimasti in sospeso con il proprio passato.

Durante la conferenza stampa, oltre al regista Drew Goddard ha preso parte anche l’attrice Cailee Spaeny (la giovane e complicata Rosie soprannominata  Stivaletti ) rispondendo alle diverse domande inerenti al film e non solo…

Cosa rappresenta El Royale e come ci ha lavorato?

Andrew Goddard: Il motel posto a cavallo tra i due stati, riflette le dualità presenti nei sette personaggi, compresi i loro segreti. Amo i personaggi diversi, lavoro molto sull’empatia che si viene a creare sul set. Lavoro con Hemsworth da dieci anni, volevo fargli fare qualcosa di diverso, che non aveva mai fatto prima.

Che esperienza è stata per te?

Cailee Spaeny: È stata una bellissima esperienza, perché è stato eccitante fare lo switch dei due personaggi, tra quello dolce e quello più feroce. Mi ha aiutato molto il fatto che il mio personaggio fosse innamorato.

Come ha costruito la sceneggiatura, con i diversi punti di vista dei personaggi?

Drew Goddard: Amo i diversi personaggi ed è stato complicato mostrare i diversi punti di vista all’intrno della storia. Chris è un talento speciale ed è stato perfetto per interpretare questo personaggio, mettendo in luce un inaspettato lato oscuro.

Drew Goddard e Cailee Spaeny

Quale tipo di possibilità o limite è stato girare in un solo luogo?

Drew Goddard: Le riprese sono durate diversi mesi. Il film è stato girato cronologicamente, e ogni scena e decisione che avveniva, automaticamente influenzava la scena successiva.

Come mai ha scelto di girare in pellicola e non in digitale?

Drew Goddard: Non è stato casuale. È legata ad una scelta emotiva, per creare un effetto che solo la pellicola è in grado di poter fare e perché volevo vedere il girato in un’unica volta.

Ci sono diversi riferimenti a registi come Tarantino, ha preso ispirazione dal suo modo di fare cinema?

Drew Goddard: Ci sono diversi omaggi al cinema di Tarantino e ai Fratelli Coen, perché sono stati dei punti di riferimento nella mia carriera cinematografica. Per questo ho voluto sperimentare, per la prima volta, qualcosa di diverso.

Scrivere per sette personaggi non è facile. In fase di scrittura, già sapevi quali attori avrebbero interpretato questi ruoli?

Drew Goddard: Non ho mai pensato agli attori che avrebbero preso parte al film, anche perché non sapevo il budget che avremmo avuto a disposizione. Pensavo solo alla storia da dover scrivere e successivamente abbiamo pensato a come comporre il cast.

 

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Cinema

Robin Hood: nuova clip di Taron Egerton alle prese con l’arco e le frecce

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Lionsgate ha rilasciato una clip molto interessante e divertente del dietro le quinte dell’imminente film Robin Hood nella quale il regista Otto Bathurst e la star Taron Egerton hanno parlato di alcune scelte apportate alla storia classica e della preparazione atletica alla quale, il giovane Egerton ha dovuto sottoporsi. Il video mostra come il nuovo Robin Hood si è allenato al tiro con l’arco insieme all’arciere danese Lars Andersen per rendere più fluide e credibili le sequenze di combattimento, con acrobazie comprese.

Robin Hood segue la storia di un crociato indurito dalla guerra e un comandante audace di una rivolta contro la corrotta corona inglese in un’avventura emozionante. L’arciere che rubava ai ricchi per darlo ai poveri, una volta tornato nella foresta di Sherwood, si rende conto che la corruzione e la malvagità appartengono a Re Giovanni. Per questo motivo, decide di iniziare a collaborare con una banda di fuorilegge, per sistemare le cose e far tornare nuovamente la serenità a Nottingham.

Gli ingredienti di questo film? Grintose imprese sul campo di battaglia, una coreografia combattiva strabiliante e una storia d’amore senza tempo.

Il cast include Taron EgertonKingsman,  Eddie the Eagle ) come Robin Hood, Jamie Foxx Django Unchained,  Ray ) nei panni di Little John, Jamie DornanCinquanta sfumature di grigio ) nei panni di Will Scarlet, Eve HewsonIl ponte delle spie) come Lady Marion, Tim MinchinCalifornication ) come Frate Tuck, e Paul Anderson ( Peaky Blinders ,  The Revenant ) come Guy of Gisborne.

Robin Hood diretto da Otto Bathurst ( Peaky Blinders ,  Black Mirror ) è tratto da una sceneggiatura di Joby Harold ( Awake ,  King Arthur: Legend of the Sword ). Il film è stato prodotto da Leonardo DiCaprio, Jennifer Davisson Killoran, Basil Iwanyk, Tory Tunnell e Joby Harold.

Robin Hood  arriverà nelle sale il 21 novembre 2018.

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Cinema

Festa del Cinema di Roma 2018: il programma completo tra ricordi, glamour e pink power

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Donna, memoria e cinema del reale sono le parole chiave della 13° edizione della Festa del Cinema di Roma, secondo il Direttore Artistico Antonio Monda che, insieme alla giornalista Laura Della Colli, ha presentato ufficialmente il programma della kermesse che si svolgerà dal 18 al 28 Ottobre 2018 all’Auditorium Parco della Musica e in altri luoghi della capitale.

Nonostante la scelta dell’ironica icona maschile, Peter Sellers, per il manifesto ufficiale, Monda ha sottolineato il pink power della Festa con la partecipazione di ben dodici registe donne e incontri ravvicinati con dive del grande schermo come Isabelle Huppert, Cate Blanchett, le sorelle Rohrwacher e altre importanti personalità. “Moltissimi talent vengono al nostro festival anche se non hanno niente da promuovere, ma solo per passare qualche ora in nostra compagnia e parlare di cinema” ha dichiarato Monda, annunciando la presenza, tra gli ospiti, anche di Martin Scorsese, Michael Moore, Dakota Johnson, Barry Jenkins. I nomi delle altre star che sfileranno sul red carpet verranno resi noti solo nei prossimi giorni.

Cate Blanchett tra gli ospiti della Festa del Cinema di Roma 2018

Tuttavia la 13° edizione della Festa del Cinema di Roma, sulla carta, sembra un evento ricco di film, ospiti, rassegne e incontri esclusivi, con prodotti provenienti da 31 nazioni diverse, anche se è stato concesso molto spazio al cinema italiano per scelta di Laura Delli Colli che ci ha tenuto a precisare che “questa festa è insieme popolare, raffinata, internazionale e per la città”, richiamando alla memoria il commento di Alberto Barbera che, in una recente intervista per Vanity Fair, ha definito l’evento romano un “festival locale“. A tale provocazione Antonio Monda ha risposto:  “Stupisce che uno come lui abbia fatto una scivolata di cattivo gusto come questa. Se è locale un evento con Cate Blanchett, Martin Scorsese, Meryl Streep, Tom Hanks e altri artisti di questo calibro, non so…credo che sia in confusione e forse ha detto quello che lui volesse che fosse, non quello che è veramente. Tutto si può dire di Roma, tranne che è locale”.

Come suggerisce il manifesto ufficiale il fil rouge della Festa del Cinema di Roma 2018 è il cinema noir, per cui al posto della classica sigla da festival, prima di ogni film in concorso sarà proiettata una clip di uno dei 12 film di questo genere, selezionati dagli addetti ai lavori. All’insegna della memoria il programma ricorderà molti momenti della nostra storia con documentari emozionanti, drammatici e necessari, mentre alcune Retrospettive e Omaggi celebreranno artisti scomparsi come Ermanno Olmi, Vittorio Taviani e Vittorio Gassman. Oltre alle due grandi anteprime mondiali come Quello che non Uccide e Mia e il Leone Bianco, tanti i titoli in concorso e nella nuova sezione Tutti ne Parlano. Di seguito potete consultare la lista completa.

Festa del Cinema di Roma 2018: film in concorso

American Animals di Bart Layton

Bayoneta di Kyzza Terrazas

7 sconosciuti a El Royale (Bad Times at the El Royale) di Drew Goddard

Three identical strangers di Tim Wardle

Stan and Ollie di Jon S. Baird

They shall not Grow Old di Peter Jackson

The little Drummer Girl di Park Chan-wook | serie tv

Mia e il leone bianco di Gilles de Maistre

Beautiful boy di Felix Van Groeningen

Green Book di Peter Farrelly

Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk) di Barry Jenkins

Millennium: Quello che non uccide di Fede Alvarez

Fahrenheit 9/11 di Michael Moore

Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis

Watergate di Charles Ferguson

Corleone il potere ed il sangue di Mosco Levi Boucault

Corrento Atras di Jeferson De Brasile

Diario di Tonnara di Giovanni Zoppeddu

Eter di Krzysztof Zanussi

For Frosten di Michael Noer

Funan di Denis Do

Halloween di David Gordon Green

The Hate u Give Me di George Tillman

Hermanos di Pablo Gonzales

Il mistero della Casa del Tempo di Eli Roth

An Impossible Small Object di David Verbeek

Jan Palach di Robert Sedlacek

Kursk di Thomas Vintenberg

Light as Feathers di Rosanne Pel

My Dear Prime Minister di Rakeysh Omprakash

Monsters and Men di Reinaldo Marcus Green

La Negrada di Jorge Perez Solano

Las Ninas Bien di Alejandra Marquez Abella

The Old Man and The gun di David Lowery

A Private War di Matthew Heineman

Sangre Blanca di Barbara Sarasola-Day

Powrot di Magdalena Lazarkiewicz

Three Identical Strangers di Tim Wardle

Titixe di Tania Hernandez Velasco

Tutti Ne Parlano

Boy Erased di Joel Edgerton

An elephant sitting still di Bo Hu

The Miseducation of Cameron Post di Desiree Akhavan

Dead in a week: on your money back di Tom Edmunds

Incontri Ravvicinati 2018

Martin Scorsese | Premio alla Carriera
Isabelle Huppert | Premio alla Carriera
Cate Blanchett
Sigourney Weaver
Alice e Alba Rohrwacher
Dakota Johnson
Shirin Neshat
Giuseppe Tornatore
Thierry Frémaux
Michael Moore
Jonathan Safran Foer
Luca Bigazzi e Arnaldo Catinari
Giogiò Franchini e Esmeralda Calabria

Eventi Speciali

Notti Magiche di Paolo Virzì

Who Will Write our History di Roberta Grossman

Faccio quello che voglio – Conversazione con Fabio Rovazzi

Il Flauto Magico di Piazza Vittorio di Mario Tronco e Gianfranco Cabiddu

Noi Siamo Afterhours di Giorgio Testi

Vero dal Vivo. Francesco de Gregori di Daniele Barraco

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