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Perchè ci piace il cinema di Mel Gibson regista

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È dal 1993, prima di diventare sinonimo di “scandalo” negli ambienti hollywoodiani, che Mel Gibson si concentra sulle seconde occasioni, con quel “man without a face” che riesce a riscattarsi dalla colpa di aver ucciso il suo studente pupillo in un incidente automobilistico, grazie al fortunato incontro con un nuovo allievo. Il perdono è uno degli elementi fondanti dell’ ideologia cristiana, e forse è anche per questo che il sessantunenne attore e regista americano è da anni che non nasconde il bisogno di raccontare la propria fede nelle sue incursioni cinematografiche. La fede di Mel è un cammino di sofferenza e redenzione, una febbre che grava sulle spalle dei personaggi che mette in scena, non qualcosa di garantito ma una devozione che chiede ogni giorno sacrificio e perseveranza.

Per tutto ciò sarebbe ingiusto classificare il suo nuovo La Battaglia di Hacksaw Ridge come semplice opera bellica. Il cinema di Mel Gibson è spesso bigotto, pomposamente patriottico, finanche razzista e discriminatorio in alcuni momenti, ma non è mai disonesto. Nè con se stesso, né con il proprio pubblico. Il cinema di Mel ha gli stessi “difetti” del suo autore, e i suoi protagonisti le qualità che vorrebbe avere. I personaggi gibsoniani sono sempre coraggiosi, non necessariamente eroi ma in grado di reggere i soprusi e le vessazioni in maniera stoica, siano esse le flagellazioni sul corpo martoriato di Cristo o i pestaggi notturni di un soldato preso di mira per le sue posizioni ideologiche.

Il cinema è il solo modo che Mel conosce per potersi riscattare dagli evidenti sbagli del proprio passato, con la volontà non di cancellare macchie (destinate invece a rimanere) ma di sperare in una resurrezione. E forse non è un caso che proprio questo sarà il tema del suo prossimo lungometraggio.

Un cinema fieramente americano 

Hacksaw Ridge è “cinema americano”, nella sua accezione più retorica e stucchevole: meno intellettuale di un Silence (altra opera incentrata sulla religione), meno coraggioso di un Platoon, ma sincero nei propri intenti e nelle proprie convinzioni. La “great” America è sempre al centro della narrazione di Mel Gibson, anche quando il protagonista è il figlio di Dio. Non è strano infatti che in tanti abbiano notato il parallelismo fra il corpo di Gesù trascinato per le strade di Gerusalemme ne La Passione con quelli mutilati dei soldati statunitensi trascinati per i vicoli di Fallujah nel 2004. E verrebbe da pensare, guardando il film, che la stessa venuta di Cristo sia in qualche modo finalizzata alla legittimazione di quell’ America nel nome del quale la guerra è giusta e “santa”, in una prospettiva ribaltata. Il messia è sceso in Terra per far fede alle parole di Maria, “rovesciare i potenti dai loro troni, elevando gli ultimi” (Luca 1:52), e per Mel Gibson i “lowly” sono proprio gli americani dopo quel tragico 11 settembre.

Il regista de La passione assolve il proprio Paese dai suoi crimini e dalle sue responsabilità, ma lo fa in maniera consapevole e senza vergognarsene. È quasi paradossale come personaggi come Pilato e la sua moglie siano rappresentati ne La Passione come quelli più vicini alla media borghesia americana, rappresentanti di un impero feroce come quello Romano ma in qualche modo legittimati nella guerra contro il popolo dei giudei. Non sarebbe troppo audace affermare che se Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini prendeva le parti di un povero contadino meridionale e denunciava in chiave metaforica le ingiustizie sociali nella Italia del 1960, La Passione di Mel Gibson è una pellicola schierata con il potere e il suo impero. E se il Cristo scorsesiano è “umano” nel suo sforzo di lottare contro i limiti della carne, quello di Gibson è a tutti gli effetti una entità divina. Da notare, infine, che se nel racconto biblico il “diavolo” tentatore non mostrava se stesso, nella trasposizione cinematografica “satana” ha un faccia (androgina e indecifrabile, perché il male è anche ambiguità sessuale). Il nemico deve essere visibile e riconoscibile, altrimenti non lo si può distruggere.

Nazionalismo e patriottismo nella società americana

Anche questo suo nuovo Hacksaw Ridge è un’opera pregna di quei sentimenti, che trovano la loro incarnazione in un personaggio diviso fra i due cardini del cinema gibsoniano: la fede e la devozione verso la propria patria. Ma è quando la macchina da presa ci trascina sul campo di battaglia (sul finale, e non nei primi minuti come nel colosso di Spielberg) che viene fuori il talento innato di un regista che si trova a suo agio nelle coreografie più impensabili, nelle sequenze di azione più estreme e concitate. Perché nei quaranta minuti finali di Hacksaw Ridge spiccano alcune delle sequenze belliche più memorabili della storia cinematografica recente, dove non si ha timore di indugiare sulla violenza dello scontro.

I più critici dovranno farsene una ragione. Il cinema di Mel Gibson è vecchio di decenni nel modo in cui propone la sua narrazione e nella retorica che la accompagna. Ma il “nazionalismo” di cui è pregno è quanto mai attuale. E lo dimostra una America che ha deciso con queste elezioni di tornare indietro nel tempo, proprio in nome di quel sentimento nazionalista e protezionista. In nome della difesa a tutti i costi dal male, che è quasi sempre esterno e mai in seno alla propria nazione. E se il cinema di Mel Gibson fino a qualche anno fa poteva sembrare estremista, adesso è la rappresentazione più lucida della società americana.

Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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Decision to Leave: la spiegazione del finale | Assumersi le proprie responsabilità

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Una scena di Decision to Leave (fonte: IMDB)

Una scena di Decision to Leave (fonte: IMDB)

Decision to Leave, l’ultimo film di Park Chan-wook (Old Boy, Lady Vendetta) è da pochissimo uscito nelle sale italiane, dopo aver conquistato il pubblico di Cannes. Il suo nuovo film, a metà tra thriller e melodramma, ha lasciato però molti spettatori con diverse domande inevase. Cerchiamo di dare una risposta con l’aiuto dello stesso Park Chan-wook.

Park Chan-wook è un regista che, a differenza di quelli che preferiscono mantenere il mistero attorno alle proprie opere, parla sempre volentieri dei suoi film, offrendo spunti di riflessioni o nuove angolazioni da cui osservare le intricate storie che coinvolgono i personaggi.

È anche il caso di Decision to Leave, nuovissimo thriller che si muove avanti e indietro nel tempo e sceglie molto spesso l’ambiguità anziché la chiarezza. Lo avete già visto in sala e avete alcune domande sul finale? Cerchiamo di dare una risposta insieme allo stesso regista.

Una scena di Decision to Leave (fonte: IMDB)

Una scena di Decision to Leave (fonte: IMDB)

Dopo aver ucciso il suo secondo marito, Seo-Rae si reca su di una spiaggia, scava una fossa nella sabbia e ci si cala dentro, aspettando che la marea la ricopra, così da annegare.

È questa la sua definitiva “decisione di andarsene”. Hae-Jun, dopo aver seguito con attenzione tutti gli indizi, arriva finalmente su quella stessa spiaggia, ma trova soltanto l’auto vuota di Seo-Rae e il suo cellulare. Di lei nessuna traccia.

Seo-rae si uccide perché si è innamorata di Hae-jun – lo dice nel suo messaggio – ma capisce che non potranno mai stare insieme, essendo lei colpevole di omicidio. Allo stesso tempo, però, conoscendo la sua ossessione per i casi irrisolti, decide di lasciarlo con un mistero che non sarà mai in grado di svelare: scoprire esattamente cosa è successo a lei e al suo corpo.

A detta di Park Chan-wook, il suicidio di Seo-Rae è un modo di riconoscere la sua responsabilità come assassina. Il solo agire nei confronti di uno sbaglio che si è commesso assume per Park Chan-wook, quindi per Seo-Rae, una dimensione sacrale. Con l’assassinio del secondo marito, la donna ha protetto la reputazione dell’amato Hae-Jun, e quindi gli unici conti in sospeso da chiudere sono quelli che ha con se stessa.

Il finale di Decision to Leave secondo Park Chan-wook

“I personaggi dei miei film si assumono sempre la responsabilità delle loro azioni, che non sono sempre encomiabili. E per farlo sono disposti a gesti estremi, che qualcuno giudicherebbe anche eccessivi. Ma è proprio quella volontà ad agire nonostante tutto che può essere considerata sacra” ha spiegato Park Chan-wook in una recente intervista.

Una scena di Decision to Leave (fonte: IMDB)

Una scena di Decision to Leave (fonte: IMDB)

Il modo in cui Seo-rae sceglie di espiare la colpa dei suoi omicidi attraverso il suicidio può lasciare gli spettatori malinconici o indispettiti, ma secondo il regista non è tanto il modo in cui il personaggio sceglie di accettare i propri errori ad essere cruciale, bensì il fatto che questo senta una necessità inderogabile su di sé, che non gli permetterebbe ugualmente di vivere.

Nel finale di Decision to Leave, secondo Park Chan-wook, emerge tutta la “differenza tra accettare la responsabilità delle proprie scelte e agire effettivamente in base a tale accettazione”.

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Ashton Kutcher attore part-time | Lui vuole così o Hollywood lo snobba?

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ashton kutcher newscinema

Ashton Kutcher – Newscinema.it

Ashton Kutcher un tempo era uno degli attori più richiesti di Hollywood. Da alcuni anni, però, non lavora più tanto come prima. Come mai?

Anche se è ancora molto famoso Ashton Kutcher non compare più al cinema o in televisione come faceva diverso tempo fa.

Ha ottenuto un’enorme popolarità interpretando il ruolo di Michael Kelso nella serie tv That 70’s Show e poco dopo ha iniziato a lavorare sempre di più nel mondo dello spettacolo. Da diverso tempo, però, non lo si vede più così spesso. Che cos’è successo? Ecco qualche teoria.

Ashton Kutcher in That’s 70’s Show

Anche se eravate più team Hyde che team Kelso, non si può non riconoscere che Ashton Kutcher fece un ottimo lavoro con il suo personaggio in That 70’s Show, serie andata in onda dal 1998 al 2006.

All’epoca l’attore era appena ventenne, ma lo show – soprattutto negli Stati Uniti – ebbe un successo enorme e presto lui diventò uno degli artisti più richiesti e apprezzati.

Da un giorno all’altro, quindi, il ragazzo cambiò totalmente vita, entrando in un mondo completamente diverso da quello a cui era abituato.

Anche dopo la cancellazione della serie, ha continuato a recitare, in tv e al cinema, ma la sua carriera ha avuto diversi alti e bassi.

Ashton Kutcher, gli errori nel mondo dello spettacolo

Ashton Kutcher sembrava essere destinato a diventare uno dei più grandi attori di sempre, ma curiosamente non è stato così.

Se in televisione non aveva fatto fatica ad affermarsi, al cinema è stata tutta un’altra storia. I suoi primi film – Fatti, strafatti e strafighe o Oggi sposi…niente sesso – piacquero abbastanza al pubblico, ma presto questo successo si arrestò.

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Ashton Kutcher in Due uomini e mezzo – Newscinema.it

A partire da The Butterfly Effect nel 2004 quasi tutti i suoi film hanno ricevuto poco consenso. Inoltre, sembra che il pubblico ormai si fosse abituao a vederlo in un ruolo “sempliciotto”, adatto solo a commedie o film leggeri.

Per questo, non ha avuto modo di far evolvere la sua carriera in quel senso, verso parti più impegnative e complesse. Si è visto in Jobs, nel 2013, dove interpretava appunto Steve Jobs e in Annie – La felicità è contagiosa, nel 2014, film che proprio non è piaciuto.

Neanche il suo ritorno in tv è stato particolarmente trionfante. Nel 2011 ha sostituito Charlie Sheen in Due uomini e mezzo, ma gli spettatori non hanno particolarmente apprezzato la sua performance.

Con The Ranch, sembrava che la sua carriera sarebbe tornata a decollare, ma le accuse di violenza sessuale che ha ricevuto nel 2017 da parte di numerose donne l’hanno di nuovo arrestata.

Inoltre, tra il 2011 e il 2017 ha commesso diverse gaffe con il suo comportamento sui social – la difesa di Joe Paterno, per esempio – che probabilmente non lo hanno reso molto attraente agli occhi di probabili registi o produttori. In più, è stato accusato di aver “un brutto carattere” dopo la sua reazione durante un’intervista con Sharon Osbourne, dopo che lei pronunciò male il suo nome.

Ashton Kutcher imprenditore e filantropo

Proprio perché la sua presenza nel mondo dello spettacolo iniziava a diminuire, Ashton Kutcher ha iniziato una nuova carriera nella tecnologia. Ha finanziato diversi progetti nella Silicon Valley e si dice che abbia aumentato il fatturato di aziende come Uber, Airbnb e Spotify.

Nel frattempo, ha anche fondato un’organizzazione con l’ex moglie Demi Moore per aiutare i bambini vittime di traffico sessuale. Queste due attività lo hanno tenuto lontano dai set negli ultimi anni.

Nel 2023 l’attore è tornato a recitare nella commedia Netflix Da me o da te, al fianco di Reese Whiterspoon: riuscirà a riconquistare i fan e a tornare sulle scene con più regolarità?

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“Disgustoso, questo non lo faccio” | 5 attori che si rifiutano di girare scene gay

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chiamami col tuo nome newscinema

Una scena di Chiamami col tuo nome – Newscinema.it

Ancora oggi, tantissimi attori – anche molto famosi – si rifiutano di interpretare personaggi omosessuali se nel copione sono previsti baci o scene esplicite. Eccone cinque.

Non è raro che in film o in serie tv gli attori si ritrovino a interpretare personaggi o scene che non gli piacciono.

Pochi giorni fa è andato in onda il terzo episodio di The Last Of Us che ha raccontato con coraggio e rispetto proprio un amore omosessuale tra due uomini sopravvissuti all’apocalisse, senza paura di mostrare scene di effusioni e coccole tra i due.

Molto spesso, la maggior parte decide di continuare comunque e arrivare fino in fondo, altri invece fanno un passo indietro. Questi cinque attori si sono rifiutati di baciare un collega dello stesso sesso sul set.

samuel l jackson newscinema

Samuel L. Jackson – Newscinema.it

Samuel L. Jackson

Samuel L. Jackson ha sempre dimostrato di essere un attore versatile, ma ha sempre chiarito che non interpreterà mai un ruolo omosessuale.

In un’intervista a Playboy nel 2013, alla domanda “Che cosa non faresti mai in un film?” ha risposto: “Probabilmente vestirmi da donna o baciare un uomo“.

Ha chiarito che non è per omofobia, ma che non crede che “il suo pubblico voglia vederglielo fare“.

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Eddie Murphy – Newscinema.it

Eddie Murphy

Nel 1990, anche lui intervistato da Playboy, Eddie Murphy ha dichiarato: “Perché dovrei interpretare un omosessuale? Faccio commedie… Non penso potrei fare film dove bacio ragazzi o faccio altre stronza*e simili“.

In più, paragonò baciare un uomo a “una cosa disgustosa come mangiare insetti“. Nel 2019, tuttavia, l’attore si è scusato, pentendosi di queste frasi e definendo quell’intervista cringe.

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Tom Hanks – Newscinema.it

Tom Hanks

Sembrerà assurdo, considerando che Tom Hanks, nel 1993, ha recitato in Philadelphia, uno dei film dalla tematica omosessuale più struggenti e apprezzati di sempre.

L’attore era uno dei protagonisti, ma Antonio Banderas – che interpretava il suo fidanzato – ha detto che si rifiutò di baciarlo sul set.

Il regista del film, Jonathan Demme, in un’intervista a Rolling Stone ha confermato la versione, spiegando che Tom Hanks era molto a disagio all’idea.

al pacino newscinema

Al Pacino – Newscinema.it

Al Pacino

Qualcosa di simile è accaduto anche tra Al Pacino e Chris Sarandon sul set di Quel pomeriggio di un giorno da cani nel 1975.

Qui Al Pacino interpreta Sonny, un ragazzo che aiuta la sua fidanzata transgender a ottenere un’operazione per completare il processo di transizione.

Tra i due attori, tuttavia, ci sarebbe dovuto essere un bacio seguendo il copione originale, ma pare che Al Pacino si rifiutò. Secondo lui, infatti, negli anni ’70 il pubblico non era pronto per una scena del genere.

will smith newscinema

Will Smith – Newscinema.it

Will Smith

Nel 1993 Will Smith recitò in 6 gradi di separazione, dove interpretava il giovane Paul. Ian McKellen, co-protagonista del film, ha rivelato che il copione prevedeva anche la scena di un bacio tra Smith e Anthony Michael Hall, ma Smith si rifiutò, al punto che fu usata una controfigura. Anni dopo l’attore ha rivelato di essersi pentito.

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