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Suburra – La Serie in anteprima a Venezia 74: “Violentissimo ma bellissimo!”

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Dal 6 Ottobre andrà in onda su Netflix Suburra la Serie, primo prodotto italiano della celebre piattaforma streaming in collaborazione con Cattleya, che ha scelto di presentare in anteprima i primi due episodi diretti da Michele Placido alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi hanno diretto gli episodi seguenti, portando sul piccolo schermo un crime thriller ambientato a Roma che racconta le molteplici forme di potere divise tra la Chiesa, lo Stato e la criminalità organizzata. Queste realtà si scontrano all’interno della Capitale, confondendo i limiti della legalità e dell’illecito nella loro feroce ricerca del successo.

Alessandro Borghi interpreta Numero 8, mentre il giovane Giacomo Ferrara, che abbiamo visto poco tempo fa al cinema ne Il Permesso – 48 Ore Fuori di Claudio Amendola, interpreta lo zingaro Spadino ed Eduardo Valdarnini è Lele. Tre ragazzi diversi per origine, ambizioni e passioni, che saranno chiamati a fare alleanze per realizzare i loro più profondi desideri. Gli altri personaggi includono Sara Monaschi (Claudia Gerini), Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), Samurai (Francesco Acquaroli) e Manfredi Anacleti (Adamo Dionisi). Abbiamo incontrato al Lido i protagonisti di Suburra – La Serie ed ecco cosa ci hanno raccontato di questa esperienza immersa nel lato oscuro di Roma.

Come avete avuto l’idea di fare una serie prequel del film?

Barbara Petronio: Nasce dal desiderio di essere liberi di raccontare questi personaggi in un modo distaccato rispetto al film. Sono un po’ più giovani rispetto al film, sono ragazzi nati in una città particolare come Roma e la serie è un racconto di formazione. Abbiamo provato a trovare il modo di raccontare un personaggio che deve sopravvivere e diventare adulto a Roma.

Suburra rientra in una nuova serialità italiana che appare molto diversa dai prodotti di una volta, che ne pensa Michele Placido?

Michele Placido: La sfida è questa. Quando ho accettato di fare Romanzo Criminale e siamo stati accolti male a Venezia, abbiamo capito che forse dovrebbe cambiare una certa mentalità. La tv italiana sta cambiando e una signora oggi mi ha fatto i complimenti per Suburra definendolo “violentissimo ma bellissimo”. Noi registi dobbiamo lavorare con i produttori secondo una mentalità diversa.

La serie analizza l’attualità della città di Roma?

Barbara Petronio: La realtà di Roma l’abbiamo letta, studiata e immagazzinata ma poi messa da parte per raccontare questi personaggi in un contesto complesso che dà vita ad una serie di conflitti incredibili. Ci siamo divertiti a mettere uno zingaro con un ragazzo di Ostia come nemico, e abbiamo alimentato una linfa creativa che spero possa divertire anche il pubblico.

Claudia Gerini la vediamo in un ruolo diverso dal solito, come è stato interpretare questo personaggio?

Claudia Gerini: Ho combattuto per avere questo ruolo per diversificare la mia carriera. Sono orgogliosa di far parte di questo cast e di aver lavorato con dei registi così. Sara Monaschi è una donna molto ambiziosa e Suburra è la storia di formazione di ogni personaggio, come un viaggio emozionale per tutti noi. Lei fa il revisore conti del Vaticano, è una donna in Vaticano, quindi qualcosa di raro. Sa benissimo di essere molto vicina al Presidente della Commissione della Santa Sede e ha un ruolo chiave anche perché è sposata cn un uomo molto importante. Il nuovo piano di espansione di Roma la tocca come gli appetiti e la promessa di milioni di euro. Fa vedere la Roma dei salotti, fa parte della Roma che conta, quella che conosce i segreti finanziari della Santa Sede e dell’elemento corrotto di un membro di questa realtà come monsignore. Il potere è il macrotema di Suburra, e sono contenta del risultato. Si tratta di un crime drama action molto forte e con un linguaggio irriverente e nuovo.

Alessandro Borghi alla conferenza stampa di Suburra la serie

Roma è davvero così? Sesso, droga e Vaticano?

Giancarlo De Cataldo: E’ una Roma con elementi di realismo, ma soprattutto la Roma della fiction e del racconto. Non è un reportage giornalistico, quindi ogni racconto è una metafora e ogni metafora è un’interpretazione e ogni interpretazione è sempre racconto e fiction.

Cosa ci puoi dire del tuo personaggio Alessandro (Borghi)?

Alessandro Borghi: Abbiamo dovuto smontare Numero 8 come lo conosciamo dal film e ricostruirne un’altra versione. Partiamo da anni prima del film e Suburra la serie racconta la partenza di un processo che lo porta ad essere quello del film più tardi. Il punto chiave è trovare un posto ancora non ben definito nel mondo ed egli si relaziona con molti mondi diversi a cui non era abituato ad appartenere.

Come è fare una serie tv con Netflix?

Riccardo Tozzi: Ogni committente è diverso, Netflix è globale, non solo internazionale, quindi richiede un prodotto forte e autentico con una potenza narrativa che parli anche a tutto il mondo contemporaneamente. E’ stato un lavoro molto intenso ma anche istruttivo per noi, e ti spinge verso un linguaggio vero a livello globale. La nuova serialità è ancorata ai fondamentali del racconto per immagini. Lo spunto della realtà ti arricchisce.

Come è il vostro rapporto con la politica che comunque si avverte molto nella sceneggiatura di Suburra la Serie?

Barbara Petronio: La politica la leggiamo, la studiamo e ne parliamo per trarre ispirazione, ma poi metterla al servizio del racconto. Ci spaventa come cittadini ma non come scrittori. Come scrittori sentiamo di poterla cavalcare.

 

 

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

TFF 37: un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc

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torino film

Il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre) annuncia un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc dal titolo “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo”, composto da quattro documentari e dalla conversazione con lo scrittore e filosofo Franco “Bifo” Berardi.

Si tratta di un’ulteriore riflessione rispetto a quanto affrontato lo scorso anno nel focus TFFdoc/apocalisse: in questo periodo connotato dall’attesa della catastrofe e angosciato dall’ urgenza di evitarla, TFFdoc ha deciso di concedersi il tempo di fermarsi a contemplare ciò che abbiamo intorno, di godere del piacere dello stare nel mondo.

“L’esaurimento non concerne solo le risorse fisiche ma anche l’energia nervosa della popolazione il cui cervello tende all’ esplosione psicotica” (Franco “Bifo” Berardi, L’esaurimento, Nero Magazine, 2019); noi riteniamo che la bellezza, sottraendoci alla logica dell’accumulo, ci possa salvare.

Incontro con Franco “Bifo” Berardi 

Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019), terrà un incontro abbinato alla proiezione del documentario di Christian LabhartPassion – Beetwen Revolt and Resignation, con l’obiettivo di guidare lo spettatore e aiutarlo a orientarsi nella follia del mondo contemporaneo, travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta, che provocano le diseguaglianze globali.

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Comme si, comm ça diretto da Marie-Claude Treilhou

Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta, il documentario si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

Time and Tide diretto da Marleen Van Der Werf

La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

Últimas Ondas diretto da Emmanuel Piton

Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ultimu sognu diretto da Lisa Reboulleau

Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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honey boy recensione

Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

honey boy lucas hedges

Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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