Connect with us

Interviste

Woody Allen presenta a Roma To Rome with Love

Published

on

1

Oggi, 13 Aprile, è stato presentato a Roma in anteprima mondiale il nuovo film di Woody Allen dedicato alla città eterna. Parliamo di To Rome With Love, una commedia dal sapore italiano con un cast internazionale che include Penelope Cruz, Alec Baldwin, Jesse Eisenberg, Ellen Page, Roberto Benigni, Antonio Albanese e tanti altri. Dopo il successo Midnight in Paris, vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura, Allen dedica il suo nuovo progetto alla Capitale d’Italia e oggi, presso l’Hotel Parco dei Principi ha parlato del suo lavoro insieme a buona parte del cast in attesa della serata di beneficenza che avrà luogo stasera dalle 20 in poi presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, con red carpet seguito da proiezione del film.

Distribuito dalla Medusa To Rome With Love sarà distribuito in 600 copie e Giampaolo Letta in apertura di conferenza ha dichiarato che il progetto era nato nel corso degli anni del rapporto tra Medusa e Woody Allen, ma solo due anni fa sul set di Midnight in Paris è stata fatta una proposta concreta. “La produzione esecutiva di Cinecittà e la città di Roma tra uffici tecnici, vigili urbani e tutti gli altri sono stati molto disponibili e attenti, nonché i cittadini di Roma che hanno partecipato con affetto e interesse”.

1)     Quanto hai giudicato vera la tua parte e il rapporto quotidiano con l’essere famoso in pubblico?

Roberto BenigniNon ho ancora visto il film , ma l’ho letto. All’inizio mi hanno mollato il copione in mano e mi hanno detto ‘Leggilo in dieci minuti e non dire niente a nessuno ‘, infatti ho scoperto chi era il regista solo pochi giorni prima di girare. Sono emozionato, Woody Allen è come il Fitzgerald di Midnight in Paris e se tra qualche anno gireranno un remake di Midnight in Paris ci potrebbe essere lui come genio del passato…quindi ho detto subito sì, anche perchè Allen che gira un film in Italia è come un eclisse di luna, non capita spesso. Poi mi piaceva il nome Leopoldo Pisanello e il cast, ma anche per la mia bellezza. Tutti vogliono essere famosi, Eisenberg ne sa qualcosa con FB. Quello che accade nel film ha quella grazia, il tocco che solo Allen possiede, rende tutto reale e favolistico nello stesso momento. Alla Garbatella un giorno durante le riprese è passata un’ ambulanza vera accesa, e vedendomi ha frenato, ha fatto retromarcia per fare due foto e uno dei conducenti mi ha urlato “Mortacci tua Benigni, andiamo a pià un malato”!!!

2)     Questo film sembra un omaggio a Roma ma anche al cinema italiano e Fellini. C’è una citazione a Lo Sceicco Bianco?

Woody  Allen: Non consapevolmente. Sono cresciuto con il cinema italiano e anche in  America era impossibile crescere senza influenze del cinema italiano. E’ normale, viene fuori qualcosa che ho assorbito negli anni, anche se non ne sono consapevole. 

3)     Che immagine ha lei dell’Italia e che immagine ha raccontato dell’Italia  in questo film?

Woody Allen: Tutti gli americani sono affezionati all’Italia, per il suo contributo alla storia e alla cultura. E’ un bel  paese dove vivere,  i personaggi molto caldi e colorati, un’ immagine positiva dell’Italia, come me tutti gli americani. Pensano un paese ricco di calore, un luogo dove la gente si gode la vita e vive di tutto ciò che è positivo. Conoscono l’italia anche attraverso gli italo-americani che vivono negli Stati Uniti e sono tutti personaggi ingigantiti ma positivi, che amano la famiglia.

4)     Per lei sembrava impossibile fare film lontano da Manhattan, ma ora Parigi, Roma e forse Copenaghen. Quali stimoli creativi riceve da questi luoghi?

Woody Allen: Non ho mai parlato di Copenaghen e non so come sia venuta fuori questa notizia. E’ facile fare film in città come queste, perché sebbene hanno uno spirito che sembra diverso , in realtà  si tratta dello stesso spirito di New York. Non potrei mai fare film in una zona rurale o in un deserto, ma queste città hanno forse l’ estetica diversa ma la stessa energia e il fermento culturale di New York, dove è facile trovare storie da raccontare.

5)     L’Italia vista sullo schermo sembra superficiale, piena di escort, dove i giornalisti non parlano di niente, e gli italiani sembrano inesistenti? Il personaggio di Alec Baldwin va a finire sotto un taxi?

Woody Allen: Quello che dò nel film di una città è la mia personalissima impressione, cose che mi colpiscono divertenti da raccontare. Non conosco la politica e la cultura italiana profondamente, ma ho realizzato un film a Roma, di intrattenimento e per far divertire il pubblico. Alec Baldwin è un turista che ha vissuto lì a Roma anni prima ed è aperto a ogni tipo di interpretazione. Che Jesse sia una fantasia di Baldwin o il giovane Baldwin tra ricordi e passato.  Non so cosa sia esattamente, ma quando ho scritto la storia sentivo che i due insieme stavano bene e fosse giusto renderli così.

Alec Baldwin: Io stavo leggendo la sceneggiatura e ho letto che la Cruz faceva la prostituta in un hotel e ho detto subito sì. Ho pensato che io fossi un uomo che incontrava la Cruz in un albergo e ho accettato subito.

Penelope Cruz: E’ stata una bellissima esperienza perché adoro Woody , ha una personalità peculiare e un’ intelligenza e senso dell’umorismo superiore a tutti. Con me è sempre una persona molto calda, è importante per me. Mi piace stargli vicino e guardarlo, finchè dice qualche genialità che voglio scrivere subito per non scordarla. Ho già lavorato con lui, ma è sempre bello. E’ molto preciso con gli attori, sul dirigerti e dirti cosa fare. Potrei parlare di lui tutto il giorno, adoro essere diretta dal mio regista preferito e lo ringrazio per credere in me. E’ stata un’ opportunità grande. Le riprese sono durate tre settimane, ma il mio personaggio è un gioiello, gli ho fatto mille domande ma mi sono divertita molto a farlo e lui non mi ha mai detto no. Lui c’è sempre e ti dà tutto di cui hai bisogno.

Jesse Eisenberg: E’ un onore enorme lavorare per Woody Allen. Per me è un grande regista, sceneggiatore, attore, intrattenitore e osservarlo mentre lavora bellissimo e in più, ho recitato anche io nel film. Molto gentile, aperto con gli attori e talmente abituato a realizzare i film che capisce le emozioni degli attori sia nelle parti comiche che in quelle drammatiche.

6)     Da trent’anni a questa parte ha sempre mantenuto una media di un film all’anno. Fare film è per lei una terapia psicoanalitica?

Allen:  Fare un film all’anno mi consente di essere preso da problemi che sono in grado di risolvere o comunque non così negativi. Essere impegnato in un film mi consente di distrarmi e di non riflettere sui problemi della vita che non posso risolvere. E posso stare in compagnia di belle persone, invece di stare in un angolo a pensare a quanto è brutta la vita.

7)     Dopo Scoop aveva detto che non avrebbe più recitato in un suo film, cosa le ha fatto cambiare idea?

Allen: Io scrivo il film, e se c’è un ruolo per me lo faccio. Sono felice di farlo ma non mi impongo niente. Non posso fare il giovane innamorato.

8)     Allen è un genio e da qualche tempo facciamo molto riferimento al suo film Il dittatore dello Stato Libero di Bananas qui in Italia. La proiezione di questo suo ultimo film sembra molto azzeccata in questo periodo, soprattutto nel ruolo di Benigni.

Allen: E’ stato un accidente felice se è così. Ho pensato ad un ruolo divertente come uomo medio per Benigni, investito dalla fama e interessati alla sua opinione. Se l’idea divertente rispecchia lo spirito dei tempi sono contento.

Benigni: alla luce dei fatti di oggi, se uno presenta un famoso senza merito sembra la storia di Renzo Bossi , ma all’epoca non era così, c’erano le feste, Berlusconi etc… ora ci sono gli esondati etc…è cambiata molto la situazione. Ora potremmo citare “Prendi i soldi e scappa”. Un grande autore va sempre oltre la realtà e Woody è l’unico che unisce Bergman e Groucho Marx. Fare lo spiritoso davanti ad Allen è come suonare il piano davanti a Mozart. La sua direzione degli attori è come i grandi direttori d’orchestra, gli basta solo uno sguardo, è un grande talento, e mi ha confidato di voler fare un altro film con me, il suo sogno è di girare nel deserto o a Copenaghen e per ora c’è solo il finale “ Io vengo schiacciato da un taxi”.

9)     Cosa ne pensa del doppiaggio?

Allen: I sentimenti sono misti, non mi piace il doppiaggio come processo, trovo strano che qualcuno ti rubi la voce e metta la propria, infatti con i film che mando in Europa cerco la versione originale con sottotitoli ma alcuni spettatori europei preferiscono la versione doppiata. Il doppiatore che mi ha sempre dato la voce in Italia mi ha reso un eroe, ma la gente ha amato me, anche se il merito è suo. Grazie per i complimenti ma il segreto del regista è dotarsi di attori di talento che sappiano fare il loro lavoro. Il trucco è scegliere il cast e lasciarli essere se stessi.  Forse senza il doppiaggio oggi gli italiani non mi amerebbero come fanno oggi.  Madrid, Parigi, Londra un americano la capisce, ma a Roma diversi colori, visione e differentemente esotica. Il prossimo film lo girerò a NY e  San Francisco. Negli anni ’60 sono stato per la prima volta in Europa , ma te ne rendi conto solo quando vieni a  Roma. 

 

(Fonte foto: Rai News)

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Cinema

FEFF 24 | Baz Poonpiriya ci racconta “One for the Road” e il suo lavoro con Wong Kar-wai

Published

on

Dopo aver vinto il Premio del Pubblico del Far East Film Festival con Countdown (2012), il regista Baz Poonpiriya torna a Udine con la sua opera più personale: One for the Road, per la quale si è avvalso della collaborazione del leggendario Wong Kar-wai. Presentato in anteprima al Sundance International Film Festival, One for the Road è stato il primo film thailandese a vincere il World Cinema Dramatic Special Jury Award. Con solo tre lungometraggi all’attivo Nattawut è quindi oggi uno dei registi thailandesi più in voga e più richiesti sulla scena internazionale, grazie anche all’incredibile successo dell’heist movie Bad Genius, campione di incassi in Thailandia e in Cina.

One for the Road è un road movie che ha protagonista una coppia di amici. Boss (Tor Thanapob), emigrato a New York, riceve inaspettatamente una telefonata dal vecchio amico Aood (Ice Natara), che gli chiede di tornare a Bangkok per aiutarlo a realizzare il suo ultimo desiderio, prima che la malattia li costringa ad un doloroso addio. Ma qual è l’ultimo desiderio di Aood? Quello di avere Boss al suo fianco in un lungo viaggio per restituire a tutte le sue ex ragazze dei vecchi regali ricevuti o della roba dimenticata a casa sua prima della separazione. Una richiesta alquanto stravagante, che però nasconde delle motivazioni ben precise.

Abbiamo avuto modo di conversare con Baz Poonpiriya per farci raccontare la genesi del suo nuovo film e il lavoro fianco a fianco con Wong Kar-wai.

Qual è stato l’apporto di Wong Kar-wai a questo film e quanto è cambiata la sceneggiatura dalla prima versione che ti fece leggere all’inizio della vostra collaborazione?

L’obiettivo era quello di realizzare il mio film fino a questo momento più personale. E per raggiungerlo è stata fondamentale la presenza di Wong Kar-wai, che mi ha spinto a sperimentare qualcosa che da regista di film più commerciali non avevo mai potuto concedermi. Fare affidamento sulle mie emozioni, cercare una storia che avesse un significato per me. Lui è stato il principale motore di questo film e la sceneggiatura è cambiata parecchio dalla prima che mi fece leggere, che aveva in comune con quella finale solo il fatto di avere un protagonista malato con una lista di cose da fare prima di morire. Inizialmente abbiamo lavorato su storie diverse, ma ci rendevamo conto che mancava sempre qualcosa, che bisognava cercare qualcosa di diverso. Ci sono voluti mesi di lavoro, con incontri ad Hong Kong ogni quattro settimane, per venirne a capo.

La colonna sonora del film è un elemento fondamentale della narrazione. Come sono state scelte le canzoni e cosa hai cercato di veicolare attraverso esse?

Penso che anche questo aspetto sia stato influenzato notevolmente dal lavoro con Wong Kar-wai, nei cui film la musica è sempre molto presente e spesso detta il tono delle scene. Ma le canzoni le ho selezionate io anche in base ai miei ricordi di quando era ragazzino, quando mi capitava di ascoltare in radio con mio padre molte canzoni internazionali, magari durante un viaggio in auto. Spesso non capivo le parole di quelle canzoni, sicuramente non conoscevo tutti i cantanti che le cantavano. Ma molte di esse le associo a dei ricordi precisi, riuscivano comunque a comunicarmi uno stato d’animo preciso. Ed è quello che ho cercato di fare nel film, utilizzandole per suggerire ogni volta un’emozione differente.

Il film, anche grazie alla formula del “road movie”, mostra tantissime città diverse della Thailandia. Come hai scelto le location e ci sono città che ti sono care per esperienza personale?

Sì, nel film ci sono molte città che mi sono care… ma non sempre per motivi che non posso svelare (ride, ndr). Ma hai ragione, questo film è una lettera d’amore a tutte le persone che ho conosciuto e quindi ovviamente al mio Paese d’origine. 

One for the road è dedicato alla memoria di un tuo amico recentemente scomparso. Che ruolo ha avuto nella realizzazione del film?

È stata una cosa che è avvenuta per caso e che vorrei non fosse mai accaduta. Avevo terminato di scrivere la sceneggiatura da qualche settimana quando ho saputo che il mio amico Lloyd aveva il cancro. Lo stesso tipo di cancro del protagonista del film che avevo appena finito di scrivere. È un caso in cui la realtà si trasforma in ciò che stai inventando. Sono andato a trovarlo in ospedale, una volta risvegliatosi dal coma, e gli ho detto che sarebbe stata la mia musa per il film, la principale fonte di ispirazione per il personaggio di Ice. Quando abbiamo cominciato a girare, è stato lui a decidere di venire con noi. Ha scelto di aiutare gli attori, di dare loro consigli su come vestirsi, su come camminare. Speravamo di poter finire il film in tempo perché lo vedesse, ma sfortunatamente se n’è andato via prima. Ecco perché gli abbiamo dedicato questo film.

Come hai lavorato con gli attori? C’era spazio per l’improvvisazione sul set o tutto era già previsto in sceneggiatura?

Tutti gli attori principali di questo film sono degli assoluti fuoriclasse, sono tra gli attori più ricercati e in voga oggi in Thailandia. Quindi sono stato molto felice di averli con me per questo progetto. Ed è stato un grande lavoro di squadra, basato sulla fiducia. E la fiducia permette anche un po’ di improvvisazione. È sempre bello quando capita qualcosa di inaspettato, che funziona e magari è persino meglio di ciò che avevi inizialmente in mente. 

Per questo film, sono tornate a lavorare con te molte delle persone coinvolte nel precedente Bad Genius, tra cui il direttore della fotografia, lo scenografo, il montatore e il compositore. Hai creato una squadra con cui pensi di continuare a lavorare anche in futuro e che tipo di relazione c’è tra di voi sul set?

In passato ho lavorato per molte pubblicità e per molti videoclip musicali. Alcune delle persone che hai menzionato le ho conosciute in quel periodo e da allora abbiamo sempre lavorato insieme. È la mia famiglia, adesso. E sono sempre pronti per nuovi progetti. Sicuramente è più facile lavorare con persone di cui ti fidi e con cui hai una connessione immediata.

Qual è il consiglio più prezioso che Wong Kar-wai ti ha dato come regista? 

È difficile dirlo. Perché Wong Kar-wai non è mai esplicito. Non dice mai le cose ad alta voce. Non ti dà consigli, non ti fa vedere come vanno fatto le cose. Bisogna imparare a cogliere i suoi suggerimenti, a farli propri, leggendo tra le righe. Ma sicuramente mi ha fatto capire che non ci sono limiti quando si fanno film. Ed è questo il motivo per cui tutti lo amiamo.  

Continue Reading

Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

Published

on

Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

Continue Reading

Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

Published

on

Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

Continue Reading
Advertisement

Iscriviti al canale Youtube MADROG CINEMA

Facebook

Recensioni

Popolari