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Interviste

Woody Allen presenta a Roma To Rome with Love

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Oggi, 13 Aprile, è stato presentato a Roma in anteprima mondiale il nuovo film di Woody Allen dedicato alla città eterna. Parliamo di To Rome With Love, una commedia dal sapore italiano con un cast internazionale che include Penelope Cruz, Alec Baldwin, Jesse Eisenberg, Ellen Page, Roberto Benigni, Antonio Albanese e tanti altri. Dopo il successo Midnight in Paris, vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura, Allen dedica il suo nuovo progetto alla Capitale d’Italia e oggi, presso l’Hotel Parco dei Principi ha parlato del suo lavoro insieme a buona parte del cast in attesa della serata di beneficenza che avrà luogo stasera dalle 20 in poi presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, con red carpet seguito da proiezione del film.

Distribuito dalla Medusa To Rome With Love sarà distribuito in 600 copie e Giampaolo Letta in apertura di conferenza ha dichiarato che il progetto era nato nel corso degli anni del rapporto tra Medusa e Woody Allen, ma solo due anni fa sul set di Midnight in Paris è stata fatta una proposta concreta. “La produzione esecutiva di Cinecittà e la città di Roma tra uffici tecnici, vigili urbani e tutti gli altri sono stati molto disponibili e attenti, nonché i cittadini di Roma che hanno partecipato con affetto e interesse”.

1)     Quanto hai giudicato vera la tua parte e il rapporto quotidiano con l’essere famoso in pubblico?

Roberto BenigniNon ho ancora visto il film , ma l’ho letto. All’inizio mi hanno mollato il copione in mano e mi hanno detto ‘Leggilo in dieci minuti e non dire niente a nessuno ‘, infatti ho scoperto chi era il regista solo pochi giorni prima di girare. Sono emozionato, Woody Allen è come il Fitzgerald di Midnight in Paris e se tra qualche anno gireranno un remake di Midnight in Paris ci potrebbe essere lui come genio del passato…quindi ho detto subito sì, anche perchè Allen che gira un film in Italia è come un eclisse di luna, non capita spesso. Poi mi piaceva il nome Leopoldo Pisanello e il cast, ma anche per la mia bellezza. Tutti vogliono essere famosi, Eisenberg ne sa qualcosa con FB. Quello che accade nel film ha quella grazia, il tocco che solo Allen possiede, rende tutto reale e favolistico nello stesso momento. Alla Garbatella un giorno durante le riprese è passata un’ ambulanza vera accesa, e vedendomi ha frenato, ha fatto retromarcia per fare due foto e uno dei conducenti mi ha urlato “Mortacci tua Benigni, andiamo a pià un malato”!!!

2)     Questo film sembra un omaggio a Roma ma anche al cinema italiano e Fellini. C’è una citazione a Lo Sceicco Bianco?

Woody  Allen: Non consapevolmente. Sono cresciuto con il cinema italiano e anche in  America era impossibile crescere senza influenze del cinema italiano. E’ normale, viene fuori qualcosa che ho assorbito negli anni, anche se non ne sono consapevole. 

3)     Che immagine ha lei dell’Italia e che immagine ha raccontato dell’Italia  in questo film?

Woody Allen: Tutti gli americani sono affezionati all’Italia, per il suo contributo alla storia e alla cultura. E’ un bel  paese dove vivere,  i personaggi molto caldi e colorati, un’ immagine positiva dell’Italia, come me tutti gli americani. Pensano un paese ricco di calore, un luogo dove la gente si gode la vita e vive di tutto ciò che è positivo. Conoscono l’italia anche attraverso gli italo-americani che vivono negli Stati Uniti e sono tutti personaggi ingigantiti ma positivi, che amano la famiglia.

4)     Per lei sembrava impossibile fare film lontano da Manhattan, ma ora Parigi, Roma e forse Copenaghen. Quali stimoli creativi riceve da questi luoghi?

Woody Allen: Non ho mai parlato di Copenaghen e non so come sia venuta fuori questa notizia. E’ facile fare film in città come queste, perché sebbene hanno uno spirito che sembra diverso , in realtà  si tratta dello stesso spirito di New York. Non potrei mai fare film in una zona rurale o in un deserto, ma queste città hanno forse l’ estetica diversa ma la stessa energia e il fermento culturale di New York, dove è facile trovare storie da raccontare.

5)     L’Italia vista sullo schermo sembra superficiale, piena di escort, dove i giornalisti non parlano di niente, e gli italiani sembrano inesistenti? Il personaggio di Alec Baldwin va a finire sotto un taxi?

Woody Allen: Quello che dò nel film di una città è la mia personalissima impressione, cose che mi colpiscono divertenti da raccontare. Non conosco la politica e la cultura italiana profondamente, ma ho realizzato un film a Roma, di intrattenimento e per far divertire il pubblico. Alec Baldwin è un turista che ha vissuto lì a Roma anni prima ed è aperto a ogni tipo di interpretazione. Che Jesse sia una fantasia di Baldwin o il giovane Baldwin tra ricordi e passato.  Non so cosa sia esattamente, ma quando ho scritto la storia sentivo che i due insieme stavano bene e fosse giusto renderli così.

Alec Baldwin: Io stavo leggendo la sceneggiatura e ho letto che la Cruz faceva la prostituta in un hotel e ho detto subito sì. Ho pensato che io fossi un uomo che incontrava la Cruz in un albergo e ho accettato subito.

Penelope Cruz: E’ stata una bellissima esperienza perché adoro Woody , ha una personalità peculiare e un’ intelligenza e senso dell’umorismo superiore a tutti. Con me è sempre una persona molto calda, è importante per me. Mi piace stargli vicino e guardarlo, finchè dice qualche genialità che voglio scrivere subito per non scordarla. Ho già lavorato con lui, ma è sempre bello. E’ molto preciso con gli attori, sul dirigerti e dirti cosa fare. Potrei parlare di lui tutto il giorno, adoro essere diretta dal mio regista preferito e lo ringrazio per credere in me. E’ stata un’ opportunità grande. Le riprese sono durate tre settimane, ma il mio personaggio è un gioiello, gli ho fatto mille domande ma mi sono divertita molto a farlo e lui non mi ha mai detto no. Lui c’è sempre e ti dà tutto di cui hai bisogno.

Jesse Eisenberg: E’ un onore enorme lavorare per Woody Allen. Per me è un grande regista, sceneggiatore, attore, intrattenitore e osservarlo mentre lavora bellissimo e in più, ho recitato anche io nel film. Molto gentile, aperto con gli attori e talmente abituato a realizzare i film che capisce le emozioni degli attori sia nelle parti comiche che in quelle drammatiche.

6)     Da trent’anni a questa parte ha sempre mantenuto una media di un film all’anno. Fare film è per lei una terapia psicoanalitica?

Allen:  Fare un film all’anno mi consente di essere preso da problemi che sono in grado di risolvere o comunque non così negativi. Essere impegnato in un film mi consente di distrarmi e di non riflettere sui problemi della vita che non posso risolvere. E posso stare in compagnia di belle persone, invece di stare in un angolo a pensare a quanto è brutta la vita.

7)     Dopo Scoop aveva detto che non avrebbe più recitato in un suo film, cosa le ha fatto cambiare idea?

Allen: Io scrivo il film, e se c’è un ruolo per me lo faccio. Sono felice di farlo ma non mi impongo niente. Non posso fare il giovane innamorato.

8)     Allen è un genio e da qualche tempo facciamo molto riferimento al suo film Il dittatore dello Stato Libero di Bananas qui in Italia. La proiezione di questo suo ultimo film sembra molto azzeccata in questo periodo, soprattutto nel ruolo di Benigni.

Allen: E’ stato un accidente felice se è così. Ho pensato ad un ruolo divertente come uomo medio per Benigni, investito dalla fama e interessati alla sua opinione. Se l’idea divertente rispecchia lo spirito dei tempi sono contento.

Benigni: alla luce dei fatti di oggi, se uno presenta un famoso senza merito sembra la storia di Renzo Bossi , ma all’epoca non era così, c’erano le feste, Berlusconi etc… ora ci sono gli esondati etc…è cambiata molto la situazione. Ora potremmo citare “Prendi i soldi e scappa”. Un grande autore va sempre oltre la realtà e Woody è l’unico che unisce Bergman e Groucho Marx. Fare lo spiritoso davanti ad Allen è come suonare il piano davanti a Mozart. La sua direzione degli attori è come i grandi direttori d’orchestra, gli basta solo uno sguardo, è un grande talento, e mi ha confidato di voler fare un altro film con me, il suo sogno è di girare nel deserto o a Copenaghen e per ora c’è solo il finale “ Io vengo schiacciato da un taxi”.

9)     Cosa ne pensa del doppiaggio?

Allen: I sentimenti sono misti, non mi piace il doppiaggio come processo, trovo strano che qualcuno ti rubi la voce e metta la propria, infatti con i film che mando in Europa cerco la versione originale con sottotitoli ma alcuni spettatori europei preferiscono la versione doppiata. Il doppiatore che mi ha sempre dato la voce in Italia mi ha reso un eroe, ma la gente ha amato me, anche se il merito è suo. Grazie per i complimenti ma il segreto del regista è dotarsi di attori di talento che sappiano fare il loro lavoro. Il trucco è scegliere il cast e lasciarli essere se stessi.  Forse senza il doppiaggio oggi gli italiani non mi amerebbero come fanno oggi.  Madrid, Parigi, Londra un americano la capisce, ma a Roma diversi colori, visione e differentemente esotica. Il prossimo film lo girerò a NY e  San Francisco. Negli anni ’60 sono stato per la prima volta in Europa , ma te ne rendi conto solo quando vieni a  Roma. 

 

(Fonte foto: Rai News)

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

Le Mans ’66, James Mangold parla del suo nuovo film a Roma

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Il regista James Mangold (Walk The Line, Logan – The Wolverine) ha presentato  a Roma il suo ultimo film Le Mans ’66, ambientato nel mondo delle corse automobilistiche al tempo della spietata concorrenza tra Ford e Ferrari, e ispirato alla vera storia dell’amicizia tra Carroll Shelby e Ken Miles, rispettivamente interpretati dai due formidabili attori Matt Damon e Christian Bale. Alla presenza della stampa, e insieme a Remo Girone (che nel film interpreta Enzo Ferrari) il regista Mangold ha spiegato com’è nato questo film e cos’è per lui il cinema.

Signor Mangold, le volevo chiedere se è vero che da un grande storyteller (narratore di storie) derivano grandi responsabilità? 

J. Mangold: in verità io non so se sono un grande storyteller, ma di sicuro so di prendermi le mie responsabilità facendo film. La cosa più semplice che mi viene da dire è che in effetti spesso i film che vediamo possono essere noiosi o non appassionanti, e quindi dal momento che io amo fare film, se avessi mai davvero pensato di far annoiare le persone o di “addormentarle” lascerei proprio perdere il mestiere di regista.

Signor Girone, che indicazioni ha ricevuto sul set da James Mangold?

R. Girone: James Mangold è un grande direttore di attori e io credo che mi abbia insegnato molte cose. Lui ha un occhio molto attento e si accorge subito se un attore dà l’impressione di recitare e se lavora solo in favore della macchina da presa senza essere veramente calato nel personaggio. 

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D: Questo film è una metafora del filmmaking moderno, o della società moderna? Le corporation da un lato e dall’altro il talento e l’arte?

Certamente io mi rivedo molto in Shelby e Miles e in tutto questo ambiente anche se per il cinema non è esattamente la stessa cosa. Da una parte è pur vero che per fare film devi avere soldi, idee, sponsor, e devi convincere le persone della realtà dei tuoi sogni. Lo sforzo, in generale, che dobbiamo fare tutti in questo mondo per realizzare le nostre idee è quello di convincere, e quindi se la domanda è sì o no, la mia risposta è sì! Poi c’è anche da dire che lo sport negli anni in cui è ambientato il film era senz’altro un qualcosa di più puro, innocente, adesso invece è molto più simile a una corporazione, una questione di profitti e interessi, ed è un sistema che è molto peggiorato negli anni. Anche nel cinema senza dubbio devi trovare un equilibrio tra arte e commercio, ma è il motivo anche per cui amo fare film, ed è sempre una scelta quella di entrare nell’arena o meno.

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D: Com’è stato lavorare con due superstar come Matt Damon e Christian Bale?

J. Mangold: Come sa anche Remo, Matt e Christian sono due attori davvero “facili”, nel senso che hanno la testa sulle spalle e amano il loro mestiere, amano recitare. E non si considerano delle grandi superstar ma quando sono sul set si considerano semplicemente degli attori al lavoro, e poi io non sono molto paziente con chi non approccia il mestiere di attore in questo modo. In questo film ci sono davvero tanti grandi attori e in ogni caso io sul set mi sento sempre un po’ il papà di tutti loro e non posso spendere tutto il mio tempo solo con due attori, ho bisogno che ci sia un team e che collabori. Matt e Christian sono esattamente così, sono generosi, sempre disponibili con i loro colleghi. Io li conosco entrambi da oltre vent’anni e quindi mi è sembrato davvero come se stessi girando un film con degli amici.

D: Remo, in questo film Enzo Ferrari è visto un po’ come l’uomo da battere. Com’è stato interpretare questo personaggio che per il nostro Paese ha rappresentato davvero tanti successi?

R. Girone: É stato davvero bello interpretare Enzo perché si tratta di un personaggio conosciuto universalmente oltre che di un uomo di fondamentale importanza per la storia italiana. Sul set tutte le macchine sono a grandezza naturale, ricostruite, ed erano tutte portate da un team di tecnici che non mi conoscevano come attore, ma quando hanno visto che io ero quello che faceva Ferrari hanno tutti voluto fare una foto con me. 

D: Quanto è stato importante la ricerca di materiale per il film?

J. Mangold: Beh in un film come questo si tratta di uno sforzo monumentale di ricerca. Avevamo un intero team di persone a fare ricerche perché bisognava raccogliere davvero tante informazioni. Non solo libri e lettere ma anche documentari da visionare, materiale d’archivio, e c’erano davvero tante registrazioni interessanti di eventi, foto, film. Abbiamo visionato tutto e devo dire che per quanto mi riguarda gli elementi più intimi dei personaggi sono sempre quelli che mi interessano di più. E c’è un aneddoto relativo a una scena e al rapporto con Miles e suo figlio Peter: la scena in cui sta tramontando il sole e loro sono all’aeroporto e Miles descrive il suo punto di vista, la sua filosofia in merito alle corse e a tutto quel mondo. Ecco, quel dialogo è stato diciamo tratto da un’intervista radiofonica di Ken Miles che noi abbiamo poi inserito nella sceneggiatura. In quel dialogo è spiegato bene quello che Miles concepiva come una sorta di “matrimonio” che deve instaurarsi tra il pilota e la macchina da corsa, in maniera da capire nei minimi dettagli e nelle sfumature fin dove una macchina può spingersi o meno, guidando con la consapevolezza di quei limiti. 

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R. Girone: Oggi per un attore è anche un po’ più facile reperire informazioni perché grazie a internet si possono trovare tante cose. Io per esempio ho visto le interviste di Enzo Biagi a Ferrari, i video degli amici e dei collaboratori che parlano di lui. Documentarsi oggi come attore è senz’altro più a portata di mano e ti permette di accedere a tanti dettagli ed elementi che magari prima era davvero difficile avere. 

D: Quanto conta il lavoro estetico e di fotografia in questo film?

J. Mangold: Io e il mio direttore della fotografia Phedon Papamichael abbiamo un rapporto davvero stretto. Ci conosciamo da tanto tempo e la cosa che più ci unisce è il fatto che quando siamo su un set entrambi cerchiamo l’interiorità dei personaggi, la loro vita intima e più profonda. Io vedo il mio lavoro in maniera molto semplice e questo da un lato mi aiuta anche a realizzare film più complessi.  D’altronde, secondo me l’effetto più speciale che si può ottenere in un film è quello di riuscire a fotografare il volto umano e carpirne i pensieri, i sentimenti, percepirne le emozioni. Il mio obiettivo ultimo è quello di fare film che poi la gente ricorda. E infatti i film che io amo di più non sono quelli più costosi o spettacolari ma quelli che riescono a farmi sentire qualcosa, suscitarmi qualche emozione. E in fondo la cosa che accomuna me e Phedon è il fatto che siamo sulla stesa linea d’onda, entrambi cerchiamo nell’immagine quel pensiero umano capace di catturare e restituire l’emozione in un film.  

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Cinema

Maleficent 2: Signora del Male, Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma (conferenza stampa)

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Maleficent 2 (In uscita il 17 ottobre prossimo). Un mondo di fiaba tra creature magiche, principesse e regine. Ma anche un mondo fatto di donne dolci, forti e volitive, pronte a lottare per il proprio posto nel mondo. Pre-apertura della sezione  – dedicata ai ragazzi – Alice nella città della Festa del Cinema di Roma edizione 2019, è stato presentato alla stampa Maleficent 2: Signora del Male. Presenti alla Conferenza stampa le due bellissime attrici coprotagoniste Angelina Jolie (nei panni dark di Malefica) e Michelle Pfeiffer (nei panni della regina Ingrith).

Nel film ci sono dei personaggi complessi, stratificati. Cosa è stato, davvero, ad appassionarvi di questa storia?

Jolie: La cosa interessante di questo film è la rappresentazione della forza nelle sue varie forme. Ci sono donne forti, ma anche uomini forti, ed è stato interessante vedere l’interrelazione esistente tra tutti questi elementi.

M. Pfeiffer: Credo che Angie abbia detto bene. Nel film noi siamo  – Aurora (interpretata da Elle Fanning), Malefica, e Ingrith – tutte donne  molto forti anche se in maniera estremamente diversa, e credo che di fatto sia questa la parte più interessante del film.

Nel film si parla di maternità, vissuta diversamente dalle due protagoniste. Cosa ne pensate e cosa pensate in generale del concetto di famiglia?

Jolie: Il personaggio di Malefica diventa madre in un modo del tutto particolare, e probabilmente lei stessa pensava che non sarebbe mai diventata madre, ovvero un po’ quello che è successo anche a me. Da giovane pensavo che non sarei mai stata abbastanza “brava” da poter essere una madre, anche se mia madre diceva che proprio il fatto di dubitare mi avrebbe reso una brava madre. Eppure, in fondo Malefica crede di essere la persona giusta per Aurora e si impegna molto nel suo ruolo, impara a suo modo a essere madre. E in quella sorta di lotta con sé stessa lei diventa più sicura del suo ruolo, e in qualche modo è proprio la maternità a salvarla, a darle equilibrio, dal momento che di suo Malefica non è proprio un personaggio così stabile o equilibrato.

Sono sicura che la famiglia non sia solo quella rappresentata dai legami di sangue, e credo di essere stata molto fortunata ad avere la famiglia che ho sempre voluto, con tanti figli, e da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Per questo motivo, per il fatto di condividere l’esperienza di una maternità “diversa”, il personaggio di Malefica mi sta molto a cuore, tocca delle corde legate a un’esperienza che in fondo ci accomuna.

M. Pfeiffer: Spesso si sente fare dalle persone domande come: è il tuo vero figlio? Sei la sua vera madre? – E penso che queste domande siano davvero fuori luogo, e che fondamentalmente le persone le facciano per superficialità, ignoranza. Io ho cercato di interpretare il mio ruolo di madre nella maniera più naturale, e innocente possibile.

Di solito un attore/un’attrice si cimenta con personaggi tratti dalla realtà. In questo caso invece siamo in una dimensione prettamente di favola. Quali sono le difficoltà nell’interpretare ruoli come questi?

Jolie: A essere onesti è davvero divertente. Senz’altro voi penserete che vestirmi da grande uccello nero con le ali non sia stata proprio la mia felicità, ma in realtà è stato molto divertente. Interpretare un ruolo così ti dà una libertà estrema che non hai con altri ruoli. Hai le ali, le corna e di fatto sei mentalmente proiettato in un mondo parallelo. A volte come attore devi interpretare ruoli davvero seri e devi cercare di ricreare fedelmente un personaggio, ma in film come questi noi attori giochiamo anche molto e invitiamo il pubblico a giocare con noi. 

M.Pfeiffer: Di base l’approccio è esattamente lo stesso a quello di un personaggio reale, ovvero si cerca di rintracciarne l’umanità. Ovviamente si tratta un po’ di una sfida quando devi interpretare una fata con le ali, ma penso che allo stesso tempo sia più divertente perché puoi sottrarti a molte regole. Nel film io interpreto un’umana quindi non c’è stato tutto il divertimento che si sperimenta a interpretare un essere magico, però sono anche piuttosto maligna e cattiva e quindi per me il divertimento  e la sfida sono stati tutti nel rendere il mio personaggio multi cromatico, con varie sfaccettature. Il fatto di essere cattiva, di spaventare le persone e di rappresentare una minaccia per Malefica sono stati tutti elementi di estremo divertimento. 

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Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma

M. Pfeiffer, come si fa a invecchiare con tanta grazia?

M. Pfeiffer: Beh ainvecchiare con grazia non so in realtà come si faccia. Si cerca di fare del proprio meglio considerando che c’è molta pressione in particolare sulle donne e sul loro processo d’invecchiamento. Credo che ognuna di noi faccia del proprio meglio e credo sia davvero la risposta più saggia che io possa darti. 

Nel film c’è un invito all’inclusione e alla diversità. Quanto è importante oggi questo tipo di messaggio?

Jolie: Si tratta di un messaggio estremamente importante perché oggigiorno i ragazzi delle nuove generazioni sono sempre più interconnessi tra loro. Eppure, nonostante siamo così connessi e vicini, assistiamo a una crescente ondata di odio, indipendenza, divisioni, tanto è vero che anche la politica riesce a ottenere appoggio cavalcando queste visioni. Si tratta di un processo destabilizzante e dettato perlopiù dall’ignoranza, però è anche vero che questo tipo di idee non potranno mai vincere perché il mondo è in realtà un posto bello e pieno di diversità, multiculturalità. E tutti noi in fondo sappiamo che possiamo solo restare uniti e accettare le diversità se vogliamo un mondo migliore per i nostri figli. 

Nel film ci sono dolo due scene in cui siete entrambe sullo schermo. Vi sarebbe piaciuto fare qualche scena in più insieme?

Jolie:  Sì assolutamente, mi sarebbe piaciuto perché ci siamo divertite davvero tanto insieme. Però è anche vero che è stato divertente sapere che stavamo andando una incontro all’altra. Magari però nel prossimo film…

Le protagoniste sono tre donne.  Secondo voi è vero che negli ultimi anni le donne al cinema stanno conquistando maggiori ruoli da protagoniste?

Jolie: No, in realtà non credo. Anche sei anni fa eravamo due donne. Il fatto è che in questo film anche il cattivo, ovvero l’antagonista, è una donna. Credo che in questo film però sia importante anche vedere il rapporto che le donne hanno con gli uomini, e quanto apprendono da loro, quanto si affidino all’idea di costruire dei legami, una famiglia.

D’altro canto è pur vero che c’è in atto una discussione sulle donne e su come dovrebbero essere, magari più forti, o combattive. Per esempio, per il film abbiamo discusso molto sul ruolo di Aurora. Ci siamo domandati se infine avesse dovuto prendere la spada e combattere, ma poi abbiamo creduto che fosse giusto lasciare che Aurora restasse dolce e mite, perché la forza di Aurora è proprio nella sua dolcezza. E infine abbiamo pensato come sia sempre giusto lasciare a ogni donna il proprio ruolo, lasciare che segua la propria indole, lasciare che resti così com’è.   

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Cinema

X-Men: Dark Phoenix, intervista a Michael Fassbender e Nicholas Hoult

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X-Men: Dark Phoenix (puoi leggere qui la nostra recensione) l’ultimo capitolo della saga dedicata ai celebri mutanti che hanno popolato i fumetti Marvel, arriva al cinema il 6 giugno distribuito da 20thCentury Fox. Scritto e diretto da Simon Kinberg, il nuovo episodio è interpretato da Sophie Turner, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult, Tye Sheridan, Alexandra Shipp e Jessica Chastain. In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche italiane a partire da domani, potete scoprire di più su alcuni dei personaggi principali del film sui mutanti.

Nella prima intervista l’attore Michael Fassbender parlerà del suo ruolo nei panni di Magneto.

Questo atteso episodio è la storia di uno dei personaggi più amati della saga degli X-Men, Jean Grey, che si evolve nell’iconica Dark Phoenix. Nel corso di una pericolosa missione nello spazio, Jean viene colpita da una potente forza cosmica che la trasforma in uno dei più potenti mutanti di tutti i tempi. Lottando con questo potere sempre più instabile e con i suoi demoni personali, Jean perde il controllo e strappa qualsiasi legame con la famiglia degli X-Men, minacciando di distruggere il pianeta.

La seconda intervista riguarda l’attore Nicholas Hoult nel ruolo della Bestia.

Il film è il più intenso ed emozionante della saga, mai realizzato prima. È il culmine di vent’anni di film dedicati agli X-Men, la famiglia di mutanti che abbiamo amato e conosciuto deve affrontare il nemico più devastante: uno di loro. Ed infine la terza intervista vede come protagonista proprio Jean Grey, la Dark Phoenix, interpretata da Sophie Turner, reduce dal successo de Il Trono di Spade.

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