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Vi ricordate queste 15 grandi star nei film dei supereroi?

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Ormai ad Hollywood c’è la gara per far parte di un film di supereroi, sia per la notorietà che segue sia per il guadagno assicurato. Tuttavia non è sempre così, infatti alcune grandi star del piccolo e grande schermo, nonostante abbiano fatto alcuni piccoli ruoli in alcuni film tratti dai fumetti, non hanno lasciato un’impronta con la loro presenza. Vediamo insieme di chi si tratta.

1. Ellen Pompeo – Daredevil

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La protagonista Ellen Pompeo di Grey’s Anatomy ha interpretato un ruolo in Daredevil della Fox con Ben Affleck nei panni del supereroe privo della vista. L’attrice era Karen Page, l’ aspirante interesse sentimentale dell’eroe che gli ha rubato il cuore. Ma la storia d’amore tra Murdock e l’assassina di Jennifer GarnerElektra Natchios, semplicemente non era destinata ad andare avanti.

2. Joe Manganiello – Spider-Man

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Joe Manganiello, meglio conosciuto come il lupo mannaro di True Blood della HBO o come spogliarellista del franchise Magic Mike, era presente nel film Spider-Man di Sam Raimi. Interpretava il ruolo di Flash Thompson: il bullo che minaccia Peter Parker, per diventare poi uno zimbello nelle mani del nuovo Peter durante la prima rissa nel corridoio del primo film.

3. Patton Oswalt – Blade: Trinity

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Patton Oswalt ha solo un altro libro di fumetti accreditato a suo nome. Ha fatto Hedges, il cacciatore di vampiri insieme al Nightstalkers di Ryan Reynolds in Blade: Trinity. Anche se la sfortuna di Oswalt è stata quella di essere stato gettato in un film così poco brillante è venuto fuori che avesse dato molti consigli a Wesley Snipes per il suo personaggio in Blade.

4. Elizabeth Banks – Spider-Man

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Sembra che Sam Raimi abbia occhio per il talento. Infatti come ha scoperto Joe Manganiello per un ruolo nella sua trilogia di Spider-Man, ha anche trovato un posto per Elizabeth Banks nello stesso film, per il ruolo della famosa assistente amministrativa del Daily Bugle, Betty Brant. La Banks nei panni della Brant è stata più che altro usata come  una presenza fastidiosa per J. Jonah Jameson – J.K. Simmons.

5. Angela Bassett – Lanterna Verde

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Una delle migliori decisioni dell’ adattamento del 2011 Lanterna Verde è stato scegliere Angela Bassett come Amanda Waller. Anche se sarebbe più probabile vederla in Justice League o in Suicide Squad.

6. Norman Reedus – Blade II

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Prima del mitico Daryl di The Walking Dead, Norman Reedus stava cacciando i vampiri al posto degli zombie. Guillermo del Toro ha coinvolto l’attore allora sconosciuto per il ruolo di Scud, il produttore di armi/ fan delle Superchicche che poi si rivela appartenente alla famiglia reale di vampiri.

7. Tim Robbins – Lanterna Verde

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Tim Robbins era il senatore Robert Hammond, padre del malvagio Hector di Peter Sarsgaard, in Lanterna Verde. Proprio come Angela Bassett prima di lui, Robbins è uno di quegli attori che avremmo voluto vedere nella corrente DC Universe, con il suo senatore Hammond magari alleato di Holly Hunter in Batman V Superman: Dawn of Justice.

8. Martin Sheen – Spawn

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Un altro attore di tutto rispetto che ha interpretato un importante ruolo da cattivo in un film dei fumetti, è Martin Sheen, nel classico Spawn del 1997. Ma, a differenza delle altre star in questo elenco, l’interpretazione di Sheen come Jason Wynn non è stata così essenziale, ma la colpa è imputabile più agli scrittori, che hanno introdotto nel film la vita di Jason Wynn occupato in operazioni segrete come agente e trafficante d’armi.

9. Jon Cryer – Superman IV: The Quest For Peace

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Prima di aver condiviso parte della sua carriera con Charlie Sheen e Ashton Kutcher per oltre 12 stagioni di Due uomini e mezzo, Jon Cryer era un membro di quella fetta di società che sta al di fuori nel 1980, conosciuta come “Brat Pack”. Tale associazione non solo lo ha visto protagonista nel film di John Hughes Pretty In Pink, ma ha fatto in modo che venisse scelto nel film di Superman. Ma, come ogni buon fan di franchising, la fine può avvenire in qualsiasi momento, trasformando una cosa sicura in un vero disastro. Cryer purtroppo, faceva parte di uno dei duds più infami di sempre, nel ruolo di Lenny Luthor – ottuso nipote di Lex – in Superman IV: The Quest For Peace. Tutto quello che abbiamo da dire su questa scelta piuttosto interessante è che il senso della moda di Lenny è a dir poco sconsigliato come il resto dei passi falsi presenti nel film, e Cryer, ovviamente, ne fa parte.

10. Christopher Lee – Captain America 2: Death Too Soon

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Anche un attore come Christopher Lee ha preso parte in un film incredibilmente al di sotto del suo talento. Essendo ancora incasellato come una B-star del cinema nel 1970 ha partecipato ad alcuni film di bassa qualità, uno di questi è Capitan America 2: Death Too Soon. Ma proprio come ha fatto con tutti i ruoli che ha interpretato, Lee ha vestito i panni del generale Miguel con la stessa intensità e il rispetto che ha dato ai suoi altri ruoli di un certo livello. Questa non può essere considerata una performance memorabile, ma per lo meno si tratta di un’ulteriore prova che Lee poteva elevare qualsiasi progetto di cui faceva parte.

11. Drew Barrymore – Batman Forever

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Quando Joel Schumacher ha preso l’impegno di occuparsi del franchise di Batman, il pubblico avrebbe dovuto capire che per quel film c’erano tutti i segnali di una luce color inferno. Anche se, ad essere onesti, Batman Forever non era affatto vicino al livello di abominio che sarebbe appartenuto poi a Batman e Robin. Drew Barrymore ha interpretato Sugar – una delle amiche di Due Facce, che avrebbe soddisfatto ogni suo bisogno.

12. Kerry Washington – Fantastic Four

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Kerry Washington è meglio conosciuta per essere la star di Scandal dell’ABC. Ma circa un decennio prima stava interpretando il ruolo di Alicia in Fantastici Quattro della Fox. Un’ artista cieca diventata l’interesse amoroso di Ben Grimm, dopo la sua trasformazione in La cosa, dopo che era stato lasciato e abbandonato dalla sua fidanzata precedente.

13. Ian McKellen – The Shadow

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Mentre Alec Baldwin vestiva i panni di Lamont Cranston/Shadow, il film è anche riuscito ad ottenere l’interpretazione di Ian McKellen come lo scienziato atomico Dr. Reinhardt Lane, padre della ragazza di Cranston. Il coinvolgimento di McKellen è un appassionato ricordo di come l’ attore di formazione classica abbia sempre avuto un posto nel pantheon contemporaneo.

14. Catherine Zeta-Jones – The Phantom

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Poco prima de La maschera di Zorro di Martin Campbell, Catherine Zeta-Jones ha partecipato ad un altro progetto importante, con il ruolo di Sala in The Phantom. Un altro film a fumetti che è stato fatto prima che il genere prendesse il volo, con la Zeta-Jones nei panni dell’antagonista (ed eventuale alleata) di Billy Zane, il “fantasma che cammina”. È interessante notare che l’oscurità di questo ruolo non sembra averle impedito di essere legata al sequel proposto per il 2008.

15. Kevin Smith – Daredevil

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Difficile trovare un fan dei fumetti di Hollywood più grande di Kevin Smith. Qualcuno lo ricorderà nel ruolo del medico legale di nome Jack Kirby in Daredevil della Fox. Con la consapevolezza che il suo aspetto non è niente di più che un cameo, Smith prende il suo posto accanto a Stan Lee e Frank Miller come lo scrittore di fumetti che ha fatto la comparsa proprio nel fumetto che ha scritto.

Fonte: CinemaBlend

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

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Spider-Man: No Way Home | la recensione (senza spoiler) del nuovo film con Tom Holland

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Spider-Man: No Way Home | la recensione (senza spoiler) del nuovo film con Tom Holland
3.6 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il terzo film di Spider-Man con Tom Holland non è sicuramente quello sceneggiato meglio: molte svolte di No Way Home non resisterebbero ad una seconda visione più attenta e lo stesso pretesto con cui prende il via la trama non è tra i più credibili e appassionanti. Nonostante ciò, il suo ritmo trascinante, tipico dei film di animazione, riesce a far immediatamente dimenticare i problemi e le possibili incongruenze del racconto.

Il riferimento al cinema d’animazione non è casuale. Già il precedente Spider-Man: Far From Home rendeva evidente il debito di Jon Watts rispetto al modello aureo dei film Pixar. Molto, in quel caso, lo si doveva alla scelta del villain, il Mysterio di Jake Gyllenhaal: un nemico che non avrebbe sfigurato in un capitolo de Gli Incredibili, che utilizzava l’inganno, l’illusione e la messa in scena per esercitare il proprio potere sul pubblico.

Per queste ragioni è abbastanza facile e intuitivo paragonare il nuovo No Way Home, summa di vent’anni di storie cinematografiche, fuori e dentro il Marvel Cinematic Universe, a quel piccolo fenomeno animato che è stato Spider-Man: Un nuovo universo, che aveva anticipato in maniera assolutamente originale (e metacinematografica) il tema del multiverso. Del cinema Pixar, il terzo capitolo della trilogia con Tom Holland riprende un tipo di narrazione molto lineare, che procede spedita, senza badare eccessivamente alla raffinatezza delle proprie trovate, verso un finale che ha le idee chiarissime sul messaggio che vuole veicolare e sul punto di caduta.

Spider-Man: No Way Home | la summa di vent’anni di storie

La trama del film, già spiegata in pochissimi secondi nei trailer che ne hanno anticipato l’uscita, è semplicissima: tutti ormai conoscono la vera identità dell’Uomo Ragno (rivelata da Mysterio alla fine Far From Home). La perdita dell’anonimato causa ovviamente enormi problemi non solo a lui, ma anche alle persone cui tiene, a cui vengono negate determinate possibilità solo perché conoscenti di Peter Parker. Per questa ragione, Spider-Man chiede a Doctor Strange di cancellare dalla mente di tutti il ricordo di sé.

È una richiesta che potrebbe cambiare gli equilibri del mondo, ma che – come sempre nei film sul personaggio – è mossa da motivazioni esclusivamente domestiche e personali. Non è mai la sopravvivenza di milioni di persone ad interessare il giovane protagonista, ma il benessere dei suoi cari. Ovviamente la cosa non andrà come deve andare, finendo per creare problemi molto più grandi e far arrivare nemici dalle dimensioni parallele. Peter Parker non li conosce, noi invece sì: sono i villain degli altri film di Spider-Man.

Tra azione e sentimentalismo

Se i due precedenti capitoli della trilogia seguivano i classici paradigmi da “teen movie” americano (i primi amori, le amicizie, i professori, i compagni di classe odiosi), questo No Way Home ha un respiro molto più ampio, senza però riuscire quasi mai a rendere davvero avvincente l’azione e a costruire uno spettacolo all’altezza. Nonostante i grandi passi in avanti fatti da Homecoming, la regia di Watts manca ancora di quella inventiva che caratterizza le produzioni Marvel migliori. Quelle in grado di utilizzare le coreografie dei personaggi per raccontare una storia, di rivelare qualcosa sui protagonisti solo attraverso il modo in cui questi si muovono sullo schermo. Nelle grandi battaglie di Infinity War e Endgame, ad esempio, era il modo in cui gli oggetti e le armi passavano di mano tra i personaggi a spiegare le relazioni tra di loro e il diverso peso di ciascuno nel gruppo. Sul finale, No Way Home cerca di fare la stessa cosa, ma il risultato è evidentemente più blando e approssimativo.

Tutte queste carenze sono però compensate da un grandissimo lavoro di tutto il cast, che gioca sempre su due livelli narrativi, in modo che il pubblico provi qualcosa in più che i personaggi non possono provare (non conoscendosi tra loro perché provenienti da universi differenti). Un senso di nostalgia e di passaggio del tempo che può provare solo chi ha visto tutti i film che hanno avuto come protagonista l’Uomo Ragno dal 2001 ad oggi. Abbiamo sempre l’impressione che i personaggi dicano qualcosa a noi e solo a noi del pubblico, che ci parlino anche del tempo che passa. Di come siamo e di come eravamo.

Ad ogni personaggio del film è data una seconda possibilità, viene concessa l’occasione per riparare qualcosa del proprio passato. Ogni personaggio ha quindi la propria scena cardine. Tutto funziona abbastanza bene, ma sembra esserci una ostentata programmaticità che depotenzia anche i passaggi scritti meglio. Stavolta il trucco sembra più evidente del solito.

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I film della Marvel sono pre-approvati dal Pentagono? La risposta di James Gunn

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Non è un segreto che il cinema americano abbia, da sempre, una relazione molto stretta con le Forze Armate statunitensi. Un rapporto che, ovviamente, coinvolge anche i Marvel Studios, oggi tra gli studi di produzione più grandi ed importanti dell’industria. Basta andare sul sito ufficiale del Dipartimento della Difesa americano per capire le implicazioni e le ragioni di questo costante confronto.

Questo però non impedisce la diffusione di leggende metropolitane come quella che, in occasione dell’uscita di Eternals, ha fatto il giro del web. A causa di un passaggio del film che vede coinvolti gli Eterni in alcuni avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, il conduttore di podcast Jesse Hawken ha affermato su Twitter che tutti gli script della divisione cinematografica della Marvel sono preapprovati dal Pentagono, quartier generale del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America. 

LEGGI ANCHE -> Eternals | i nuovi supereroi Marvel per salvare il mondo dai Devianti

Affermazione che ha spinto James Gunn, regista dei due film dedicati ai Guardiani della Galassia, ad intervenire sulla questione: “Gli script dei Marvel Studios non sono tutti approvati dal Pentagono. Da dove tira fuori queste cose senza senso la gente?. Quando un film usa degli asset militari gratuitamente, quei copioni specifici devono ricevere l’approvazione dei militari che si devono assicurare che l’esercito non venga denigrato. Si tratta di pochissimi film e, da quanto so, sono anche piuttosto elastici a riguardo”.

“Questa cosa è molto stupida”, aggiunge Gunn. “Un tizio ha detto che tutti i film Marvel sono pre approvati dai militari. E non è vero. Dire che alcuni film di Hollywood ricevono approvazione in cambio di risorse non rende meno vera la cosa. Non ho mai dovuto far approvare un mio film dai militari”.

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Justice League | la versione di Zack Snyder merita 4 ore del vostro tempo?

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Nella versione di Justice League del 2017 montata da Joss Whedon, la sequenza in cui Jason Momoa abbandona il villaggio in cui si era rifugiato per immergersi nelle profondità dell’oceano (quella che tutti hanno preso in giro per l’eccessiva somiglianza estetica con le pubblicità dei profumi) è accompagnata da Icky Thump dei White Stripes. Quella stessa scena, leggermente modificata, nella nuova versione estesa di Zack Snyder, è accompagnata da There is a Kingdom di Nick Cave: This day so sweet, it will never come again, so the world appears through this mist of tears.

Un cambiamento apparentemente insignificante che invece dice tutto. Joss Whedon aveva infilato nel film di Snyder non solo l’umorismo, ma soprattutto la gioia di essere supereroi, che è poi il tema principale di quasi tutta la produzione Marvel, che ruota proprio attorno all’eccitazione del potere e alla coolness di essere super. Nella visione di Zack Snyder non è mai bello né cool essere eroi. È una cosa faticosa, fondata sul sacrificio.

Justice League | la versione di Snyder

Il gioco di fare il paragone tra la Justice League (la versione passata al cinema) e la Snyder Cut è appassionante e ci sarà chi ci spenderà le ore, ma il punto è che i due film sono talmente diversi che si può godere di questa nuova versione allungata anche senza aver visto quella precedente. Sulle quattro ore totali di film, poco più di una sessantina di minuti sono effettivamente coincidenti con la versione del 2017: moltissimo è stato aggiunto e adesso tutta la trama ha (finalmente) un senso. Non solo quella che possiamo vedere oggi (su Sky Cinema) è esattamente la versione che aveva in mente Zack Snyder, ma è anche una versione senza compromessi, come testimonia la scelta del formato 4:3 (cioè non il solito formato orizzontale, ma quello quadrato del cinema classico).

I ricavi andranno tutti in beneficenza ad associazioni che contrastano il dilagante fenomeno del suicidio adolescenziale (e non a caso il film è dedicato ad Autmun, la figlia del regista che si è tolta la vita proprio durante la lavorazione della precedente versione).

Un film diverso

Snyder ha riempito il suo Justice League di tutta la roba che gli piaceva, esagerando, ma almeno lo ha fatto avendo bene in testa la storia che voleva raccontare e il modo per tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore. Come tutti i film di supereroi con un cast così numeroso, anche questo soffre della necessità di dover dare spazio a tutti i personaggi, ma Snyder sa quando deve alzare il ritmo anche solo per cinque minuti e mettere in circolo dell’adrenalina per bilanciare un precedente (o successivo) momento poetico/riflessivo con colonna sonora eterea. In questo senso, Zack Snyder si riconferma il regista che già conoscevamo: uno senza il senso della misura e senza senso del ridicolo. Quindi, per farsi coinvolgere fino in fondo da Justice League, bisogna anche saper accettare qualche momento orgogliosamente kitsch (come la scena dolaniana con Song To The Siren dei This Mortal Coil in sottofondo, tutta colori freddi e slo-mo, in cui Flash si ferma a raccogliere una salsiccia che fluttua per aria). 

Prendersi il tempo che serve: i flashback

La nuova versione di Justice League non ci offre solo un breve accenno alle origini di Steppenwolf, magari recuperando alcuni momenti dell’antica battaglia che lo ha bandito e dopo la quale le “mother boxes” sono rimaste sulla Terra, ma ci porta indietro nel tempo, proprio nel bel mezzo di quella lotta, e senza alcuna fretta di tornare al presente. Questo tipo di viaggio nel passato accade più volte nel corso del film ed evidenzia una rinnovata enfasi sui flashback come mezzo per completare la storia e approfondire quelle motivazioni che erano state invece solamente abbozzate nella versione cinematografica. Ciò non sempre contribuisce a gettare una nuova luce sulle azioni dei protagonisti, ma è indispensabile a rendere credibile la vasta mitologia sulla quale si basano gli avvenimenti nel presente.

Questo emerge chiaramente nella sottotrama di Cyborg: il personaggio che aveva sicuramente ricevuto il trattamento peggiore nella precedente versione. Adesso i flashback dei suoi giorni di scuola come promessa del calcio, così come le sequenze che raccontano il legame con sua madre (e la relazione conflittuale con suo padre), rendono coerente il suo personale slancio eroico che culmina sul finale del film. Si tratta di un arco finalmente completo per un personaggio inizialmente relegato a cameo, che spiega non solo le sue tensioni emotive, ma che giustifica la sua presenza nella squadra della Justice League, rendendo evidente il motivo per cui Batman lo consideri una risorsa cruciale nella sua battaglia.

Una questione di sfumature

Il cambiamento immediatamente evidente nel combattimento finale tra la Justice League e Steppenwolf e il suo esercito di parademoni riguarda la color correction: ciò che prima si svolgeva durante il giorno, ora si svolge “con il favore delle tenebre”. La seconda riguarda il luogo: mentre prima il salvataggio dei civili innocenti catturati nelle vicinanze della base operativa di Steppenwolf era fondamentale per i protagonisti, nel rendering di Snyder la battaglia si svolge nel luogo di un precedente incidente nucleare, completamente privo di qualsiasi altra creatura senziente. Al di là di questo, la sequenza del lungo combattimento finale è forse una di quelle che meno sono state alterate rispetto al montaggio originale: nonostante ciò, proprio il cambio di tonalità e la differente location ce la rendono una scena completamente nuova. Accadono (più o meno) le stesse cose che abbiamo già visto, ma la nostra percezione delle stesse è totalmente differente.

Quello della Snyder Cut è un progetto totalmente assurdo e fuori dai canoni, che probabilmente esiste davvero solo perché il resto del cinema è fermo causa pandemia. Su quattro ore di girato ce ne sono almeno due che vanno senza dubbio tra le migliori cose mai girate da Snyder. Armatevi di coraggio e date una possibilità a questa versione: potrà non piacervi, ma difficilmente vi lascerà indifferenti.

Justice League | la versione di Zack Snyder merita 4 ore del vostro tempo?
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