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Festival

Festival del Cinema Europeo | Olivier Assayas parla della sua serie per Hbo

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Premiato dal Festival del Cinema Europeo di Lecce con l’Ulivo d’Oro alla Carriera, il cineasta francese Olivier Assayas ha avuto modo di parlare dei suoi prossimi progetti cinematografici e televisivi, rivelando numerosi dettagli sulla serie targata Hbo tratta dal suo film Irma Vep del 1996.

Olivier Assayas torna su Irma Vep

La serie tv tratta da Irma Vep sarà prodotta da A24 e sarà lo stesso Assayas ad occuparsi della regia, delle sceneggiatura e della produzione di tutte le puntate. Il lungometraggio originale stato presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes e aveva come protagonista l’attrice Maggie Cheung nel ruolo di una versione alternativa di se stessa che veniva scelta da un regista francese (Jean-Pierre Léaud) come protagonista di un remake del serial muto Les Vampire di Louis Feuillade. Nel cast figuravano anche Nathalie Richard, Bulle Ogier, Lou Castel, Arsinée Khanjian, e Antoine Basler.

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La serie per Hbo

“Quando ho cominciato a ricevere numerose richieste per una serie su Irma Vep, ho pensato a quale fosse il modo migliore per riproporre quel racconto”, ha dichiarato Assayas. “Perciò ho deciso di tornare alle origini del serial da cui il film era tratto. È un punto fondamentale: non sarà una serie tv, ma un serial. È un’operazione che vuole tornare alle origini di quel cinema. La faccio con HBO che mi dà una libertà assoluta e totale. È un progetto molto ambizioso. Un film di sette ore che non potrei fare per il cinema. Per questo è anche un’esperienza che mi spaventa, perché mi sembra di dover affrontare un mostro che mi terrà occupato per molto tempo. Ma allo stesso tempo si tratta di un esperimento”. 

Un’opera personale

Il modello di riferimento, stando a quanto dichiarato da Assayas, sarà quello di Twin Peaks, nel modo di intendere il prodotto televisivo. “Sarà un’estensione del mio lavoro e avrà una connessione profonda con il mio lavoro”, ha precisato il regista. “Mi dispiace solo che il pubblico non potrà vederlo sul grande schermo. Ma chissà. Magari qualche festival darà questa possibilità. Per me l’esperienza collettiva in sala è essenziale. Ma allo stesso tempo pensare di creare qualcosa che sarà fruita individualmente è una cosa che mi stimola a pensare in modo diverso”. 

La serie tv su Irma Vep non è pero il solo progetto in cantiere per il 2021. Olivier Assayas ha infatti annunciato che dirigerà un film ispirato al lockdown ed incentrato sul tema dell’isolamento..

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

Festival

TFF38 | Antidisturbios è la serie spagnola del momento

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Al Torino Film Festival, nella sezione “Le stanze di Rol”, sono stati presentati in anteprima i primi due capitoli (su sei) di Antidisturbios, la prima serie tv diretta Rodrigo Sorogoyen, astro nascente del cinema di genere spagnolo.

Antidisturbios | la serie di Rodrigo Sorogoyen

Il primo episodio della nuova serie di Sorogoyen comincia in medias res: una pattuglia anti-sommosa della polizia di Madrid deve sgomberare alcuni inquilini abusivi da un un condominio popolare su decisione del giudice. Ordinaria amministrazione, almeno apparentemente. Dopo poco, la squadra del comandante Salva, costretta ad occuparsi della faccenda senza ulteriori rinforzi, capisce che ci saranno problemi. L’appartamento è infatti occupato da trenta persone solidali con la famiglia che sta per finire in mezzo alla strada. E nessuno di loro ha intenzione di darla vinta alle autorità senza prima combattere.

Il gruppo di sei poliziotti sceglie quindi di usare le maniere più dure. Durante la colluttazione, un giovane immigrato precipita dalla balaustra e muore sul colpo. L’opinione pubblica preme affinché un colpevole venga consegnato alla giustizia e i ghetti rischiano di esplodere per le tensioni contro le forze dell’ordine. Vengono quindi incaricati gli Affari Interni di approfondire quanto successo. A vedere subito oltre le apparenze di quella che parrebbe una situazione difficile finita male, è la giovane Laia, idealista caratterizzata da una fede incrollabile nella giustizia e da una determinazione inscalfibile nel proprio lavoro. È lei a condurre le interrogazioni quando i suoi colleghi sembrano mollare la presa, ad ascoltare tutte le registrazioni telefoniche e a controllare i profili social delle persone coinvolte. Salta fuori così un video di tutta l’operazione ripreso con il cellulare da una testimone oculare. Da quella testimonianza dipenderà il futuro degli agenti coinvolti.

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Un ritmo forsennato

Rodrigo Sorogoyen, che già in Che Dio ci perdoni aveva messo in scena uno spietato spaccato sociologico della Spagna contemporanea attraverso le forme del cinema di genere (in quel caso il poliziesco), ha conquistato definitivamente il successo in patria con Il Regno, tesissimo thriller investigativo sulla corruzione delle istituzioni spagnole. La prima incursione televisiva del giovane regista iberico si pone adesso come sintesi della sua precedente filmografia, mettendo prima in scena i fatti così come sono avvenuti (quindi il poliziesco) e poi dedicando ampio spazio alle indagini sugli avvenimenti (quindi il thriller investigativo) che lo spettatore ha avuto modo, parzialmente, di comprendere. La regia di Sorogoyen muta e si adatta perfettamente ad entrambi gli scenari: mobile e dinamica nel primo caso, claustrofobica e senza pietà nel secondo, quando indugia sui volti dei protagonisti, tagliando ben oltre il tempo strettamente necessario alla comprensione della scena.

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La crisi della mascolinità

La serie si prende tutto il tempo che serve per raccontare i protagonisti coinvolti nella vicenda, ca ominciare dai sette agenti antidisturbios, Diego (il regista-attore Raúl Arévalo), Álex (Álex García), Salva (Hovik Keuchkerian, già visto ne La casa di carta), Úbeda (Roberto Álamo, Goya per Che Dio ci perdoni), Rubén (Patrick Criado) e Bermejo (Raúl Prieto). Ognuno di loro rappresenta una diversa concezione della propria professione, ma anche aspetti differenti di una coscienza maschile in crisi, tra violenza, stanchezza e depressione.

La serie, prodotta da Movistar + (con The Lab e Caballo Films), è scritta da Isabel Peña (storica co-sceneggiatrice di Sorogoyen) con Eduardo Villanueva, Sofía Fábregas e il regista stesso.

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Cinema

TFF38 | Wildfire, due sorelle “contro” l’Irlanda unita

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In concorso al 38esimo Torino Film Festival, Wildfire di Cathy Brady è un’opera prima di altissimo livello. I titoli di testa introducono lo spettatore al contesto nel quale vivono e agiscono le protagoniste. Siamo in Irlanda, in una piccola cittadina dove tutti più o meno si conoscono e le voci circolano liberamente, senza curarsi della loro attendibilità.

Leggi anche: TFF 38 | Gunda, parabola animalista tra poesia e realismo

Wildfire | Un ritorno che sconvolge gli equilibri

In questo microcosmo aleggia come immaginabile un sentimento di aggregazione molto forte, dal quale si viene protetti e custoditi, ma che talvolta può condurre a un atteggiamento omertoso e nocivo. Soprattutto per chi è lontano da troppo tempo.

Quando Kelly (Nika McGuigan) torna nella sua terra natale emergeranno gradualmente e irreparabilmente le problematiche legate a ciò. Dopo l’iniziale euforia e la ritrovata tranquillità, arriva il momento delle congetture. E non è mai semplice sopportare dicerie e falsità su se stessi e sulla propria famiglia.

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Nika McGuigan e Nora-Jane Noone in una scena del film

Il discorso della sanità mentale ricorre in varie occasioni, come se fosse una spada di Damocle che pende sulla testa delle protagoniste. Ma la realtà è ben più stratificata.

Il peso del passato e la ricerca della verità

Ed ecco che interviene il passato a dare in qualche modo una spiegazione a tanti gesti, alla tragedia che ha segnato per sempre la storia di Lauren (Nora-Jane Noone) e Kelly. Le ferite che si portano dietro sono probabilmente non rimarginabili, sebbene abbiano tentato l’una la fuga e l’altra la rimozione.

Eppure la ricerca della verità non si interrompe nemmeno quando rischia di portarle sull’orlo della distruzione. É un percorso a ritroso, a scavare nei loro ricordi e nella vita della loro amatissima madre. Un cappotto rosso e una lista della spesa sono gli unici oggetti rimasti tra quelli appartenuti alla donna, conservati gelosamente e spesso fonte di un dolore inconoscibile.

L’emozione esplode nell’ascoltare la voce registrata durante una giornata di totale spensieratezza: prima che l’infanzia delle giovani venisse improvvisamente spezzata dalla violenza della vita, c’erano due bambine con la loro mamma che si godevano la gioia delle piccole cose.

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Nika McGuigan e Nora-Jane Noone in una scena del film

L’amore di una sorella che salva la vita

Crescendo Lauren e Kelly hanno preso strade diverse, perdendo parte del legame che avevano da piccole. Per questo hanno bisogno di tempo, per ritrovare ciò che le univa, l’amore incondizionato, profondo e salvifico di una sorella. E, così facendo, ricompongono anche la loro anima.

Il mondo esterno ci prova in tutti i modi a colpirle, ma la loro forza va oltre. Oltre gli insulti, i pregiudizi, le menzogne. In una delle scene più toccanti e travolgenti di Wildfire, Lauren e Kelly ballano come se non ci fosse un domani: è una danza selvaggia, liberatoria, intima; un momento necessario e fondamentale, durante il quale arrivano addirittura a respirare in sincrono.

Leggi anche: TFF 38 | The Dark and the Wicked segna il ritorno di Bryan Bertino all’horror

La Brady canalizza l’intensità del racconto nelle gesta di queste due donne, negli sguardi e nelle fisicità che si relazionano con l’ambiente circostante – a volte accogliente, altre ostile. Il film è dedicato alla memoria della McGuigan, scomparsa all’età di soli 33 anni e qui alla sua ultima apparizione.

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Cinema

TFF 38 | Gunda, parabola animalista tra poesia e realismo

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Il nuovo film di Viktor Kosakovskiy è stato definito da Paul Thomas Anderson come “ciò a cui tutti dovremmo aspirare come registi e pubblico”. Joaquin Phoenix l’ha voluto co-produrre. Adesso è al Torino Film Festival, che si svolgerà online fino al 28 novembre. Ecco cosa rende Gunda così speciale.

Gunda al Torino Film Festival

Cosa è Gunda? Un film in bianco e nero senza esseri umani e senza parole, in cui nessuno parla perché gli unici essere viventi in campo sono gli animali di una fattoria. Al centro del racconto c’è una scrofa che ha appena dato alla luce dei cuccioli. In teoria sarebbe un documentario, ma nella pratica è qualcosa di totalmente diverso: è un film fatto di immagini riprese davvero e non “messe in scena”, prive di una trama e di un intreccio di finzione, ma che finge di essere ambientato in un unico cortile (quando invece sono almeno tre ambienti diversi) e in più è caratterizzato da una cura pazzesca per l’estetica e da un lavoro sul sonoro (dichiaratamente falso e ritoccato) che lo proiettano su un altro livello, che non è quello della documentazione, bensì quello della trasfigurazione della realtà in qualcosa di differente.

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Cinema di prossimità

Pensare la prossimità significa pensare l’eccedenza di senso, poiché quando si è in una tale condizione di vicinanza il pensiero pensa più di quanto possa pensare. Il sensibile non si pone così in opposizione al razionale, non costituisce quella dimensione che la riflessione può arginare e dominare o il negativo che la conoscenza riordina nel sapere, ma, un’originaria affezione, relazione con gli altri (in questo caso gli animali del film), che è espressione e linguaggio. Pertanto la scelta di concentrare l’attenzione sulla sensazione che immagini come quelle di Gunda producono senza raccontare davvero qualcosa, descrive la sensibilità come l’accadere di un contatto e, per questo, viene pensata innanzitutto attraverso il senso del tatto e della vicinanza a ciò che si osserva.

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La prossimità si colloca in questo accadere «senza intenzione», perché l’evento dell’avvicinarsi agli altri è originario, primario, rispetto a qualsiasi “coscienza di” da parte dello spettatore. Ma prossimità, in senso propriamente cinematografico, implica anche un’esclusione dal campo del visibile. Per questo alcune informazioni sugli animali ripresi da Kosakovskiy sono nascoste quando la macchina da presa si avvicina ai soggetti che deve riprendere e si rivelano solo successivamente: le etichette degli animali, così come le recinzioni che ne delimitano la libertà. 

Appeal commerciale?

Andando avanti nella visione è infatti sempre più evidente che una gran parte del successo americano e dello status che questo film ha conquistato dalla Berlinale al Festival di Torino (non a caso è stato acquistato da Neon, società che ha distribuito in America film come I, Tonya, Parasite, Vox Lux, Honeyland o Borg McEnroe) viene dal suo essere in maniera indiretta una grandissima parabola vegana. Era infatti da parecchi anni che Viktor Kosakovskiy cercava di mettere insieme il budget per il film. Ci è riuscito solo quando Joaquin Phoenix ha deciso di accettare l’Oscar con un discorso animalista che l’ha reso il vegano più noto del pianeta.

I co-produttori hanno fatto di tutto per raggiungerlo e lui, viste le prime immagini e capito il punto del film, l’ha immediatamente appoggiato diventando produttore esecutivo. Ma l’endorsement più pesante è stato forse quello di Paul Thomas Anderson, che l’ha definito: “Puro cinema, un film dentro il quale tuffarsi. È spogliato fino ai suoi elementi essenziali, senza interferenze. È quello a cui tutti dovremmo aspirare sia come pubblico che come filmmaker – immagini e sonoro messi insieme per raccontare una storia profonda e potente senza fretta. Le immagini strabilianti e il sono uniti al cast migliore possibile formano più una pozione che un film”. Neon ha ovviamente inserito la dichiarazione di Anderson nel trailer del film, facendone uno dei principali strumenti di promozione.

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