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Interviste

Il rosso e il blu, incontro con regista e cast

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Uscirà venerdì prossimo, 21 Settembre, distribuito in centocinquanta copie da Teodora e Spazio Cinema, il nuovo film di Giuseppe Piccioni, Il rosso e il blu. Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Marco Lodoli, questa pellicola è un affresco romantico, ironico, ma che fornisce anche degli spunti di riflessione sulla scuola. L’azione si svolge in un liceo romano, dove un giovane supplente, il prof. Prezioso (Riccardo Scamarcio) cerca di dare il massimo nell’insegnamento, ma si scontrerà con la disillusione del vecchio prof. Fiorito (Roberto Herlitzka) e i modi rigidi, ma sotto sotto materni, della Preside Giuliana (Margherita Buy). Stamane il regista, il cast, la sceneggiatrice e l’autore Marco Lodoli hanno incontrato la stampa.

 

Fare oggi un film sulla scuola  e metterla così al centro del dibattito culturale è una scelta politica oggi. Sei d’accordo?

Giuseppe Piccioni: Mi è sembrato che la scuola avesse bisogno di essere raccontata, ho cercato una scuola normale con i disagi di oggi. Di questi tempi mi interessava raccontare quello che ancora nella scuola va difeso. L’ho fatto con una leggerezza a cui ho deciso di tornare con una commedia, ma non ho avuto la consapevolezza di fare un film politico. Il rosso e il blu nasce dal mio desiderio di raccontare quel mondo: i destini, le aspettative, le disillusioni e il crocevia di destini fra adulti e adolescenti. Volevo fare un film che riguardasse il rapporto fra adulti e adolescenti, così la mia produttrice (Donatella Botti ndr) mi ha consigliato di leggere questo libro di Marco Lodoli.

In quale scuola avete girato e come avete trovato i ragazzi?

G.P.: I ragazzi li abbiamo trovati con un grande lavoro di assistenti, coordinato da Massimo Apolloni. Uno dei protagonisti, il ragazzo che interpreta Adam, Ionut Paun è bravissimo. Tra i vari licei abbiamo fatto una scrematura e poi abbiamo composto la classe che vedete nel film. Abbiamo girato nei locali di una scuola media che si trova accanto al Liceo Manara di Monteverde.

Tornando a scuola, per girare e raccontare questa storia, i ricordi riafforano. La funzione di questa istituzione quanto è cambiata? È esautorata o no secondo voi?

Riccardo Scamarcio: Che sia esautorata non mi sembra. Nella scuola che è stata scelta per girare abbiamo assistito a delle lezioni, cercando un professore che potesse ispirarci. Mi è sembrato quindi che la scuola non sia tanto cambiata da quando l’ho lasciata. È ancora un luogo di integrazione fra adulti e adolescenti. Però il rovescio della medaglia è che le strutture non sono state rimodernate. Mi sembra assolutamente che la scuola continui a mantenere un ruolo fondamentale, anche se chi ci governa non la considera il luogo da cui ripartire.

G.P.: Nel personaggio magistralmente interpretato da Herlitzka, su cui è stato fatto un lavoro di astrazione, c’è qualcosa di più dell’arrabbiatura, della disillusione. È un personaggio quasi dickensiano, rappresenta la scuola del ‘900 fino ai giorni nostri. Però questo disincanto alla fine trova una soluzione di raccordo col presente. Per me la scuola ha avuto un effetto ritardato, mi ricordo degli insegnamenti dei professori, in verità rimane un grumo di ricordi che ci ha aiutato a diventare uomini. Con ciò penso che sia fondamentale oggi nella scuola rimettere al centro la figura degli insegnanti e dei ragazzi.

Margherita Buy: I film sono sempre l’occasione per parlare di tematiche enormi. Il rapporto professore- alunno è sempre lo stesso: la poca voglia di studiare non manca mai, ma anche i grandi incontri rientrano all’interno di questo rapporto. I professori ti rimangono nella vita. I ricordi dei corridoi, dei bagni, delle litigate rimangono. Di racconti sulla propria scuola se ne potrebbero fare tantissimi. Attualmente la situazione mi pare uguale a quella che fu la mia, l’importanza data alla scuola è sempre di livello bassissimo. Tutto uguale se non peggio.

Roberto Herlitzka: Quello che mi sembra cambiato veramente è la disciplina. Ai miei tempi ci doveva essere disciplina. Oggi invece mi sembra che sia messa un po’ da parte allora i ragazzi hanno tutt’altro da pensare, e quindi non si accorgono del bello che c’è nello studio. Il mutamento è in questo, aiutato da questo tipo di scuola che è internet,  in cui tutti trovano quello che vogliono senza doverlo cercare.

Lodoli, lei dal di dentro può dirci meglio come è cambiata la scuola. Cosa ne pensa della trasformazione delle scuole in piccole aziende?

Marco Lodoli: È vero che oggi la scuola si è trasformata in un’azienda, perché c’è la tendenza a seguire uno stile anglosassone, perciò le figure come Fiorito o Preziosi sono un po’ decadute. Da scrittore dico che dentro al film il bello è il tema dell’illusione e della disillusione. Nella grande disillusione rientra un grande amore per la vita e nella grande illusione c’è lo sbandamento: sono due stati d’animo che si toccano. Poi anche l’idea della giovinezza: un mondo che mette a soqquadro tutto e il disilluso si riaccende per un attimo, mentre l’illuso trova respiro. Insomma il bello di questo film sta nel cercare di mostrare l’inganno e la bellezza dell’esistenza.

G.P.: Sono un po’ stufo di questi film che vengono giudicati per quello che trattano. Io non faccio un film per fare un talk show sull’argomento. Io rivendico la possibilità di fare un film sull’argomento e di usare l’arte cinematografica per rappresentarne la realtà. Rappresentare le aule sfondate e dire che la scuola fa schifo, mi avrebbe fatto ottenere facili consensi. Invece ho voluto dire che si la scuola fa schifo, ma anche far vedere quello che di buono c’è e andrebbe mantenuto, come il rapporto fra le persone.

In fase di sceneggiatura vi siete posti il problema delle generalizzazioni?

Francesca Manieri (sceneggiatrice): Siamo partiti da un’immagine, La zattera della Medusa di Gericault: un naufragio che avviene per errore del nocchiero, in cui c’è la volontà di naufragare. Perciò abbiamo voluto raccontare questa complessità della nostra era, mediante più storie. Il multistrem espone però la narrazione al rischio dell’emblematicità. Con la visionarietà di Marco e il linguaggio filmico tipico di Giuseppe penso che siamo riusciti ad evitare questo rischio. Abbiamo quindi scelto il multistream ribaltandolo e inserendo una sorta di cinismo, diagonale ironica che sega la complessità della realtà.

La scelta del titolo, riferimenti a tutto ciò a cui è legato nella scuola?

M.L.: Questo titolo richiama la matita rossa e blu, che i professori usano per correggere errori gravi e meno gravi. Poi richiama i colori primari, uno caldo che identifica la passione e l’altro freddo. È un’immagine che si lega alla primarietà dei sentimenti che animano la scuola. Il rosso e il blu animano, in senso memorabile con i due colori essenziali, l’arcobaleno di sentimenti della scuola.” Il dialogo generazionale fra Prezioso e Fiorito è un duello attoriale  risolto con un dialogo di grande intensità che riesce a condensare lo spirito del libro. Come ha gestito la recitazione?

R.H.: Non mi pare che ci sia un conflitto di metodi, ma piuttosto di posizioni, nel senso che il mio personaggio ha in odio tutto quello che probabilmente lui stesso aveva già vissuto. Siccome dalla sua esperienza tutti questi modi sono risultati inutili o controproducenti, vedere un altro che si predispone a prendere la stessa strada, gli dà una scossa e, in modo meschino, se la prende con la persona e vuole distruggere tutte le cose che la persona pensa. Quindi più che uno scontro diviene una piccola lotta quasi buffa.

R.S.: Sono d’accordo con la lettura di Roberto. Il mio personaggio è convinto di rompere questa barriera, di scendere dal palcoscenico che immagina essere la cattedra, mostrando un’apertura nei confronti di chi ascolta e una perdita di autorevolezza, quindi una sorta di corruzione. Nel cercare di essere compresi si fa uno sforzo, ci si avvicina, che è diverso dal pensare che tutti sono capaci di fare tutto. Dispensare questa specie di omologazione attraverso i social network è uno strumento potentissimo, che si basa su questo avvicinarsi e neutralizzare i ruoli.

C’è una cosa che sorprende. Avete azzerato il racconto dell’amore tra ragazzi. Perché non c’è questo tipo di tensione?

G.P.: Questo film non può essere un catalogo rappresentativo della scuola o della vita adolescenziale. Diciamo che non mi dispiacerebbe fare un secondo Il rosso e il blu. Però alcune cose sono state trascurate perché non rientravano nel racconto. Non abbiamo voluto mettere a fuoco altre cose.

Come è stato scelto il finale?

G.P. : Al montaggio, con Esmeralda Calabria, ci siamo trovati due, tre finali. La panoramica chela mdp fa sui banchi contiene un’energia implosa, aspettando la fatidica campanella dell’ultimo giorno suoni. Ho enfatizzato i silenzi e l’imbarazzo di Riccardo. La sensazione delle voci che si allontanavano mentre la mdp rimane sui banchi, per me era la giusta immagine del teatro di tante aspettative, così è venuta fuori la scelta del finale. Senza virtuosismi di macchina mi sono messo al servizio degli attori, che mi sono venuti incontro e Roberto, nella prova, mi ha stupito quando si è sdraiato sul tavolo, ma l’abbiamo lasciato andare avanti tra lo sgomento e il divertimento di tutti .Anche nel momento del ballo ha tirato fuori questo blues cantato e io non riuscivo a dare lo stop!

I grandi attori hanno lavorato con ragazzi senza esperienza. Vi siete rispecchiati in loro?

R.S.: Abbiamo lavorato per un mese e mezzo con un caldo pazzesco, mi ero accorto che si erano formate delle coppiette e rivedere queste cose mi ha molto colpito lasciandomi un piccolo senso di nostalgia. Bellissimo.

M.B.: Nel rapporto con Brugnoli (Davide Giordano, ndr.) mi sono rivista, con tutte le paure incertezze che hai quando incominci.

R.H.: Io non posso dire di essermi ritrovato perché ho iniziato col teatro. Però mi sono reso conto che i bambini sono i migliori attori che esistano, perché hanno la naturalità. Li ho trovati bravissimi i ragazzi, che sono sempre degli spettacoli.

 

 

 

 

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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