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Interviste

Il rosso e il blu, incontro con regista e cast

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Uscirà venerdì prossimo, 21 Settembre, distribuito in centocinquanta copie da Teodora e Spazio Cinema, il nuovo film di Giuseppe Piccioni, Il rosso e il blu. Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Marco Lodoli, questa pellicola è un affresco romantico, ironico, ma che fornisce anche degli spunti di riflessione sulla scuola. L’azione si svolge in un liceo romano, dove un giovane supplente, il prof. Prezioso (Riccardo Scamarcio) cerca di dare il massimo nell’insegnamento, ma si scontrerà con la disillusione del vecchio prof. Fiorito (Roberto Herlitzka) e i modi rigidi, ma sotto sotto materni, della Preside Giuliana (Margherita Buy). Stamane il regista, il cast, la sceneggiatrice e l’autore Marco Lodoli hanno incontrato la stampa.

 

Fare oggi un film sulla scuola  e metterla così al centro del dibattito culturale è una scelta politica oggi. Sei d’accordo?

Giuseppe Piccioni: Mi è sembrato che la scuola avesse bisogno di essere raccontata, ho cercato una scuola normale con i disagi di oggi. Di questi tempi mi interessava raccontare quello che ancora nella scuola va difeso. L’ho fatto con una leggerezza a cui ho deciso di tornare con una commedia, ma non ho avuto la consapevolezza di fare un film politico. Il rosso e il blu nasce dal mio desiderio di raccontare quel mondo: i destini, le aspettative, le disillusioni e il crocevia di destini fra adulti e adolescenti. Volevo fare un film che riguardasse il rapporto fra adulti e adolescenti, così la mia produttrice (Donatella Botti ndr) mi ha consigliato di leggere questo libro di Marco Lodoli.

In quale scuola avete girato e come avete trovato i ragazzi?

G.P.: I ragazzi li abbiamo trovati con un grande lavoro di assistenti, coordinato da Massimo Apolloni. Uno dei protagonisti, il ragazzo che interpreta Adam, Ionut Paun è bravissimo. Tra i vari licei abbiamo fatto una scrematura e poi abbiamo composto la classe che vedete nel film. Abbiamo girato nei locali di una scuola media che si trova accanto al Liceo Manara di Monteverde.

Tornando a scuola, per girare e raccontare questa storia, i ricordi riafforano. La funzione di questa istituzione quanto è cambiata? È esautorata o no secondo voi?

Riccardo Scamarcio: Che sia esautorata non mi sembra. Nella scuola che è stata scelta per girare abbiamo assistito a delle lezioni, cercando un professore che potesse ispirarci. Mi è sembrato quindi che la scuola non sia tanto cambiata da quando l’ho lasciata. È ancora un luogo di integrazione fra adulti e adolescenti. Però il rovescio della medaglia è che le strutture non sono state rimodernate. Mi sembra assolutamente che la scuola continui a mantenere un ruolo fondamentale, anche se chi ci governa non la considera il luogo da cui ripartire.

G.P.: Nel personaggio magistralmente interpretato da Herlitzka, su cui è stato fatto un lavoro di astrazione, c’è qualcosa di più dell’arrabbiatura, della disillusione. È un personaggio quasi dickensiano, rappresenta la scuola del ‘900 fino ai giorni nostri. Però questo disincanto alla fine trova una soluzione di raccordo col presente. Per me la scuola ha avuto un effetto ritardato, mi ricordo degli insegnamenti dei professori, in verità rimane un grumo di ricordi che ci ha aiutato a diventare uomini. Con ciò penso che sia fondamentale oggi nella scuola rimettere al centro la figura degli insegnanti e dei ragazzi.

Margherita Buy: I film sono sempre l’occasione per parlare di tematiche enormi. Il rapporto professore- alunno è sempre lo stesso: la poca voglia di studiare non manca mai, ma anche i grandi incontri rientrano all’interno di questo rapporto. I professori ti rimangono nella vita. I ricordi dei corridoi, dei bagni, delle litigate rimangono. Di racconti sulla propria scuola se ne potrebbero fare tantissimi. Attualmente la situazione mi pare uguale a quella che fu la mia, l’importanza data alla scuola è sempre di livello bassissimo. Tutto uguale se non peggio.

Roberto Herlitzka: Quello che mi sembra cambiato veramente è la disciplina. Ai miei tempi ci doveva essere disciplina. Oggi invece mi sembra che sia messa un po’ da parte allora i ragazzi hanno tutt’altro da pensare, e quindi non si accorgono del bello che c’è nello studio. Il mutamento è in questo, aiutato da questo tipo di scuola che è internet,  in cui tutti trovano quello che vogliono senza doverlo cercare.

Lodoli, lei dal di dentro può dirci meglio come è cambiata la scuola. Cosa ne pensa della trasformazione delle scuole in piccole aziende?

Marco Lodoli: È vero che oggi la scuola si è trasformata in un’azienda, perché c’è la tendenza a seguire uno stile anglosassone, perciò le figure come Fiorito o Preziosi sono un po’ decadute. Da scrittore dico che dentro al film il bello è il tema dell’illusione e della disillusione. Nella grande disillusione rientra un grande amore per la vita e nella grande illusione c’è lo sbandamento: sono due stati d’animo che si toccano. Poi anche l’idea della giovinezza: un mondo che mette a soqquadro tutto e il disilluso si riaccende per un attimo, mentre l’illuso trova respiro. Insomma il bello di questo film sta nel cercare di mostrare l’inganno e la bellezza dell’esistenza.

G.P.: Sono un po’ stufo di questi film che vengono giudicati per quello che trattano. Io non faccio un film per fare un talk show sull’argomento. Io rivendico la possibilità di fare un film sull’argomento e di usare l’arte cinematografica per rappresentarne la realtà. Rappresentare le aule sfondate e dire che la scuola fa schifo, mi avrebbe fatto ottenere facili consensi. Invece ho voluto dire che si la scuola fa schifo, ma anche far vedere quello che di buono c’è e andrebbe mantenuto, come il rapporto fra le persone.

In fase di sceneggiatura vi siete posti il problema delle generalizzazioni?

Francesca Manieri (sceneggiatrice): Siamo partiti da un’immagine, La zattera della Medusa di Gericault: un naufragio che avviene per errore del nocchiero, in cui c’è la volontà di naufragare. Perciò abbiamo voluto raccontare questa complessità della nostra era, mediante più storie. Il multistrem espone però la narrazione al rischio dell’emblematicità. Con la visionarietà di Marco e il linguaggio filmico tipico di Giuseppe penso che siamo riusciti ad evitare questo rischio. Abbiamo quindi scelto il multistream ribaltandolo e inserendo una sorta di cinismo, diagonale ironica che sega la complessità della realtà.

La scelta del titolo, riferimenti a tutto ciò a cui è legato nella scuola?

M.L.: Questo titolo richiama la matita rossa e blu, che i professori usano per correggere errori gravi e meno gravi. Poi richiama i colori primari, uno caldo che identifica la passione e l’altro freddo. È un’immagine che si lega alla primarietà dei sentimenti che animano la scuola. Il rosso e il blu animano, in senso memorabile con i due colori essenziali, l’arcobaleno di sentimenti della scuola.” Il dialogo generazionale fra Prezioso e Fiorito è un duello attoriale  risolto con un dialogo di grande intensità che riesce a condensare lo spirito del libro. Come ha gestito la recitazione?

R.H.: Non mi pare che ci sia un conflitto di metodi, ma piuttosto di posizioni, nel senso che il mio personaggio ha in odio tutto quello che probabilmente lui stesso aveva già vissuto. Siccome dalla sua esperienza tutti questi modi sono risultati inutili o controproducenti, vedere un altro che si predispone a prendere la stessa strada, gli dà una scossa e, in modo meschino, se la prende con la persona e vuole distruggere tutte le cose che la persona pensa. Quindi più che uno scontro diviene una piccola lotta quasi buffa.

R.S.: Sono d’accordo con la lettura di Roberto. Il mio personaggio è convinto di rompere questa barriera, di scendere dal palcoscenico che immagina essere la cattedra, mostrando un’apertura nei confronti di chi ascolta e una perdita di autorevolezza, quindi una sorta di corruzione. Nel cercare di essere compresi si fa uno sforzo, ci si avvicina, che è diverso dal pensare che tutti sono capaci di fare tutto. Dispensare questa specie di omologazione attraverso i social network è uno strumento potentissimo, che si basa su questo avvicinarsi e neutralizzare i ruoli.

C’è una cosa che sorprende. Avete azzerato il racconto dell’amore tra ragazzi. Perché non c’è questo tipo di tensione?

G.P.: Questo film non può essere un catalogo rappresentativo della scuola o della vita adolescenziale. Diciamo che non mi dispiacerebbe fare un secondo Il rosso e il blu. Però alcune cose sono state trascurate perché non rientravano nel racconto. Non abbiamo voluto mettere a fuoco altre cose.

Come è stato scelto il finale?

G.P. : Al montaggio, con Esmeralda Calabria, ci siamo trovati due, tre finali. La panoramica chela mdp fa sui banchi contiene un’energia implosa, aspettando la fatidica campanella dell’ultimo giorno suoni. Ho enfatizzato i silenzi e l’imbarazzo di Riccardo. La sensazione delle voci che si allontanavano mentre la mdp rimane sui banchi, per me era la giusta immagine del teatro di tante aspettative, così è venuta fuori la scelta del finale. Senza virtuosismi di macchina mi sono messo al servizio degli attori, che mi sono venuti incontro e Roberto, nella prova, mi ha stupito quando si è sdraiato sul tavolo, ma l’abbiamo lasciato andare avanti tra lo sgomento e il divertimento di tutti .Anche nel momento del ballo ha tirato fuori questo blues cantato e io non riuscivo a dare lo stop!

I grandi attori hanno lavorato con ragazzi senza esperienza. Vi siete rispecchiati in loro?

R.S.: Abbiamo lavorato per un mese e mezzo con un caldo pazzesco, mi ero accorto che si erano formate delle coppiette e rivedere queste cose mi ha molto colpito lasciandomi un piccolo senso di nostalgia. Bellissimo.

M.B.: Nel rapporto con Brugnoli (Davide Giordano, ndr.) mi sono rivista, con tutte le paure incertezze che hai quando incominci.

R.H.: Io non posso dire di essermi ritrovato perché ho iniziato col teatro. Però mi sono reso conto che i bambini sono i migliori attori che esistano, perché hanno la naturalità. Li ho trovati bravissimi i ragazzi, che sono sempre degli spettacoli.

 

 

 

 

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Can Yaman

Ginta si racconta tra desideri, consigli e divertenti aneddoti su Can Yaman

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“Donne, donne, oltre alle gambe c’è di più” cantavano Jo Squillo e Sabrina Salerno al Festival di Sanremo del 1991 . Leggendo il curriculum di Ginta Kubiliute Rachel, conosciuta dal pubblico solo come Ginta, questa frase sembra essere stata scritta per lei. Le esperienze collezionate in Italia e soprattutto all’estero nel campo della moda e della musica parlano per lei, dimostrando che oltre a essere bellissima è anche piena di contenuti. È il caso di dire che il detto popolare “è bella ma non balla” con lei viene completamente sfatato, perché non solo balla, ma canta, suona e nel tempo libero segue la sua passione per l’architettura.

Nata a Kaunas in Lituania ma cresciuta in Svizzera, a Lugano, la pop star internazionale conosciuta per brani come Mais oui mais non e Shanghai, giusto per citarne due, ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo a soli 12 anni, come testimonial del noto brand Lee Jeans. Ovviamente una bellezza come la sua non poteva passare inosservata, soprattutto nei concorsi di bellezza ai quali partecipa e vince, come Miss Teen Svizzera e Miss Muretto nel 2002, diventando la più giovane vincitrice della storia del concorso.

Quando la passione si trasforma in lavoro…

La bella Ginta impegnata a studiare ben 6 lingue quali, italiano, francese, inglese, lituano, russo e tedesco, inizia a coltivare una passione che riuscirà a trasformare in lavoro: la musica. Da questo momento in poi, la sua carriera da musicista e cantante prende il volo in tutto il mondo, arrivando a collaborare anche con programmi importanti, come la versione inglese del talent show X Factor. Il pubblico negli ultimi tempi ha avuto modo di vederla e sentirla cantare nel programma di successo su Canale 5, All Together Now condotto da Michelle Hunziker e J-AX.
Ginta 
con oltre 204 mila follower su Instagram lo scorso mese ha pubblicato una foto in compagnia di due volti noti agli amici di NewsCinema: Andrea Carpinteri e l’attore turco Can Yaman . Scopriamo insieme cosa ci ha raccontato la brava e bella Ginta divisa tra lavoro, passioni e aneddoti su Can Yaman.

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L’intervista a Ginta

Leggendo il tuo curriculum davvero sorprendente, la prima cosa che stupisce è il fatto che conosci perfettamente ben sei lingue. Dato il tuo spiccato talento nel riuscire a parlare così tanti idiomi, ce n’è uno che avresti sempre voluto imparare ma al quale hai momentaneamente rinunciato per mancanza di tempo libero?

– Assolutamente si, perché non si smette mai di imparare. Una lingua che sto studiando attualmente in maniera molto leggera è lo spagnolo. Ci metto davvero poco ad imparare lingue nuove, perché interpreto le parole come sonorità. In questo momento, non mi sono fiondata a studiare lo spagnolo con tutta me stessa perché una lingua ha bisogno di tanta pratica per essere tenuta viva. In questo momento i miei progetti sono incentrati soprattutto in Francia e Italia, non avrei modo di praticarla sufficientemente. È una lingua che mi pento di non aver studiato prima, l’avrei forse preferita al tedesco, che non ho mai avuto davvero modo di usare nella mia carriera.

Ascoltando brani come il tuo ultimo successo Shanghai, Mais oui mais non e Cet air la, come mai hai scelto di cantare prevalentemente in francese?

– Il francese a dire la verità non è soltanto una lingua, ma anche un’atmosfera. Dato che sono musicista e cerco sempre di far arrivare delle emozioni alle persone che ascoltano la mia musica, il francese rappresenta ciò che sento di raccontare. Ascoltare un brano è come far partecipare una persona nella trama di un film. Il francese in questo senso per me ne è la colonna sonora perfetta. Ogni lingua nel canto ha una vocalità e un’espressione completamente diverse. Per esempio, in italiano la mia voce sembra più pungente, in francese più sensuale, in inglese più energica. In effetti, quando registro nelle diverse lingue a volte, facendo sentire i provini in Sony Music, a volte non riescono a riconoscermi per quanto la voce e la maniera di interpretare cambiano. Un cantante può trovare davvero tantissime sfaccettature nuove provando a cantare in una lingua diversa. Il francese in questo periodo della mia vita mi rappresenta tantissimo ed è ciò che voglio esprimere a chi mi ascolta.Nulla toglie però all’inglese, che sto sperimentando per i prossimi brani…

Piccolo consiglio: prima di continuare a leggere l’intervista cliccate su ‘play’ e ascoltate il brano Shangaï ….

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Prima regola: volersi bene, sempre!

La scorsa settimana sei stata protagonista di una diretta sul profilo Instagram di Andrea Carpinteri nella quale vi siete cimentati in una sessione di allenamento fisico da poter fare in casa, viste le misure restrittive imposte dal governo per evitare che i contagiati dal coronavirus possano aumentare. Qual è il rapporto con il tuo corpo e soprattutto vorresti dare dei consigli da seguire alle tue fan?

– Trovo che in periodi come questo bisognerebbe prendersi un pochino più cura di sé stesse e amarsi di più. Per me questo amore si traduce nello stile di vita sano –  mangiare bene e attività sportiva. Lo sporto per me un’abitudine, più che una costrizione – fa stare bene non solo fisicamente, ma col rilascio di endorfine ( ormoni della felicità) anche mentalmente. Questo equilibrio è fondamentale. Inoltre, l’attività cardio è importantissima anche per la musica, che richiede anche una certa preparazione atletica. Per esempio se devo fare un concerto di un’ora, dovrei essere allenata per almeno il doppio, quindi due ore di corsa per non perdere il fiato a metà concerto. Ti ripeto, è diventata proprio uno stile di vita perché sono abbastanza pigra. Nel senso che se non ho un’abitudine, rischio di non fare le cose. La costanza di fare sport tutti i giorni, comunque mi è rimasta da quando ero una teenager e che mi porto dietro da sempre. Tra me e me, è un appuntamento fisso giornaliero, ma alla fine se finisco per allenarmi 5 volte alla settimana, va benissimo lo stesso. Mi limito a fare esercizi semplici e mirati. Se pensate che lo sport sia un’imposizione, una cosa faticosa e fatta forzatamente, cambiate subito!

Come hai detto in diverse occasioni hai debuttato a 12 anni come modella, oggi sei un’artista di fama internazionale. Se avessi l’opportunità di fare un salto temporale nel passato, cosa diresti alla Ginta di 12 anni?

– Sicuramente le direi di farsi meno problemi mentali. Perché alla fine come ogni ragazza, crescendo mi sono portata dietro anche le mie insicurezze, le mie piccole ombre da combattere, i miei piccoli mostri che mi tormentavano sempre. Le direi di fare tutto in maniera più rilassata, perché tanto le cose accadono.

I prossimi progetti per il futuro e gli aneddoti con Can Yaman a Milano

Puoi dirci qualcosa in merito al tuo futuro professionale? E quando il pubblico avrà modo di vederti nuovamente in tv?

– Per quanto riguarda la televisione, non so dire esattamente quando potranno vedermi, data la situazione che stiamo vivendo tutti, quindi ci sono tantissime incertezze nel mondo dello spettacolo. Però posso dirti che sicuramente faccio quello che si può e ti anticipo che tra due settimane verrà pubblicato il mio nuovo singolo che invito tutti ad ascoltare e a vedere sul mio canale ufficiale YouTube.

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Can Yaman, Ginta e Andrea Carpinteri durante il party della MTSZ Style

Lo scorso febbraio, esattamente un mese fa, insieme ad Andrea Carpinteri siete stati ospiti di un party esclusivo della MTSZ Style durante la Milano Fashion Week. In questa occasione ha preso parte l’attore turco Can Yaman. Ti andrebbe di condividere un ricordo, un aneddoto o un momento divertente che avete vissuto insieme durante quell’occasione?

– Can è una persona adorabile in tutti i sensi. È un ragazzo dolcissimo, divertente, ha un senso dell’umorismo spiccato e soprattutto ha un’umiltà unica. Andrea è come se fosse un fratello per me, siamo cresciuti insieme ed è stato veramente un weekend magico. Di aneddoti ce ne sono tantissimi, come le fan che si buttano per terra e che lui va a soccorrere, a chi gli lancia la bambina in braccio per fare la foto, scene veramente da film. Secondo me andrebbe fatta una soap opera o una commedia romantica proprio sulla vita di Can. Sicuramente è stata una delle ultime uscite che abbiamo fatto tutti, sia in Italia, in Svizzera, in Francia e anche in Turchia, perché poi la situazione ci ha portato un pochino a dividerci. Fatto sta, che io ce lo vedo benissimo nella televisione italiana, e voi?

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Can Yaman

Andrea Carpinteri ci svela i nuovi progetti in tv e l’amicizia con Can Yaman

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Nato in Svizzera da genitori italiani, il carismatico Andrea, dopo essersi laureato in Scienze della Comunicazione, come tutti i ragazzi che vogliono dar voce alle proprie passioni, ha iniziato a studiare recitazione all’Accademia Beatrice Bracco e al Teatro Brancaccio di Roma sotto la guida del maestro Nicola Donno. Dopo una parentesi teatrale all’insegna del teatro pirandelliano, Carpinteri capisce che è il momento di dare una svolta alla propria carriera di attore, bussando alle porte del cinema italiano. Il suo desiderio riesce a concretizzarsi nel giro di pochissimo tempo, quando viene scelto dal grande Maestro Pupi Avati per ben due film, Gli amici del bar Margherita (2009) e Il cuore grande delle ragazze (2011). Questa non sarà la sua unica esperienza sul grande schermo, perché lo scrittore e regista Federico Moccia lo sceglierà per interpretare il ruolo di Markus nel film Universitari (2011).

Il “secondo” amore non si scorda mai

Dopo queste esperienze arriva il momento di conquistare anche il piccolo schermo prendendo parte in molte fiction Rai di grande successo come Il commissario Rex di Marco Serafini e Don Fabio e Che Dio ci aiuti 2 diretta Francesco Vicario. Secondo voi, un ragazzo talentuoso come Andrea avrebbe potuto percorrere solo queste due strade nella vita? Ovviamente no! Ecco che arriva il debutto in veste di conduttore televisivo accanto a una delle signore della televisione italiana Alda D’ Eusanio nelle trasmissione Vite da copertina. Negli ultimi mesi, Andrea è stato più volte protagonista di molti post sui social network, in occasione dei viaggi di lavoro in Italia dell’ attore turco Can Yaman. Per scoprire qualcosa in più su questo ragazzo che tutte le mamme vorrebbero come figlio, ecco cosa ci ha raccontato in questa intervista che definirei ‘cuore aperto’.

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L’intervista ad Andrea Carpinteri

Ciao Andrea, sui social e in pubblico appari bello, simpatico e dal sorriso contagioso. Sei davvero così perfetto come ti vedono le tue fan, oppure anche tu hai dei momenti ‘no’ come tutti? 

– “Sono tutto meno che perfetto, anzi ho molti momenti di sconforto nella mia vita ma sono una persona positiva e quindi vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Credo che le persone che mi seguono lo hanno capito perché spesso, anche attraverso i miei social condivido dei momenti “no”. Mi piace condividerli perché ricevo tantissimi consigli utili per superare quei momenti.”

Qualche giorno fa attraverso i social sei stato attaccato da qualche utente per aver postato una foto vicino a un tuo amico, nonostante le disposizioni del governo di mantenere le distanze a causa del coronavirus. Prontamente ti sei scusato e hai invitato tutti a prestare la massima attenzione in merito a questo periodo davvero difficile per l’Italia e il mondo intero. C’è qualcosa che vorresti dire ai tanti giovani ( e non solo) che ti seguono? 

– “Hai ragione, qualche giorno fa mi trovavo a casa del mio migliore amico, dopo una storia su Instagram  sono stato attaccato più che altro per una battuta che è stata fatta da un altro amico presente in casa che diceva di avere il vaccino al virus e lo diceva bevendo un alcolico. È stata una battuta fuori luogo e ho preferito scusarmi invece di eliminarla. Sono un ragazzo che si assume sempre le proprie responsabilità nel bene e nel male. Appena sono state date le nuove disposizioni ho immediatamente ubbidito e ora non esco di casa e quello che vorrei dire a tutti è di rispettare le regole.”

Se dovessi descriverti con 3 aggettivi quali sceglieresti?

“Sensibile, pauroso, vero.”

Laureato in comunicazione, attore di molte fiction di successo, conduttore televisivo della trasmissione Vite da copertina accanto ad Alda D’Eusanio e ultimo ( in ordine cronologico), ti sei cimentato nella tua prima esperienza come regista di un videoclip musicale. C’è qualcosa che non sai fare? Ma soprattutto, in quale di questi quattro ambiti credi che il tuo talento venga espresso maggiormente?

– “Mi piace mettermi in gioco e sono fortunato perché trovo spesso persone che mi danno questa opportunità. In realtà è un’evoluzione. Ho iniziato recitando in alcune fiction per poi capire che non era la mia strada e ho dovuto sperimentare per capire il mio percorso. Credo di essere molto bravo nel lavoro dietro le quinte.”

Tra le tante e vaste esperienze che hai avuto modo di fare in questi anni, c’è un sogno che hai dovuto lasciare momentaneamente nel cassetto? E se sì, per quale motivo?

– “Inizialmente lasciare il mondo della recitazione l’ho vissuto come una sconfitta perché dopo aver studiato dover ammettere che non era quella mia strada mi ha creato sofferenza. Oggi forse tornerei a recitare con più leggerezza e senza troppe pretese perché rimane una delle mie più grandi passioni.”

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Andrea Carpinteri e Can Yaman durante la Milano Fashion Week al party del brand MTSZ Style

Molto presto avremmo modo di vederlo in tv…

Ultimamente sul tuo profilo Instagram sei apparso in molte storie circondato dalle tantissime fan dell’attore turco Can Yaman. La sua popolarità scoppiata in Italia la scorsa estate ha letteralmente stregato il pubblico di tutte le età grazie alla sua simpatia, bellezza e talento. Senza farti domande ‘scomode’ – riguardo la possibilità di poterlo vedere nuovamente in Italia passata la crisi del coronavirus – puoi regalare a tutti i nostri lettori (soprattutto lettrici) un aneddoto vissuto insieme durante uno dei suoi viaggi nel nostro Paese?

– “Posso dirti che Can ama l’Italia come ha sempre ammesso quindi sono convinto che appena sarà possibile tornerà. Non c’è un aneddoto in particolare perché sia a Roma (per registrare una puntata del programma televisivo C’è Posta per Te) e poi ho avuto la conferma durante il weekend a Milano, (come ospite internazionale di Live Non è la D’Urso) Can è un ragazzo estremante intelligente, divertente , profondo, generoso ha forti valori legati alla famiglia e all’ amicizia oltre a essere un professionista nel suo lavoro. Ogni momento passato con lui e con il suo agente Cuneyt sono stati bellissimi. Capisco perché ha tante fan che lo seguono e sono davvero grato del fatto che tramite lui ho conosciuto tantissime donne meravigliose.”

Prima di lasciarci, un’ultima domanda: cosa ti riserverà il futuro? In quale occasione avremmo modo di vederti nuovamente all’opera?

“Come hai accennato tu prima ora sto lavorando ad un progetto con Federicofashionstyle e Roberta Serafini. Ho scritto e diretto il loro primo videoclip musicale, preparatevi perché sarà il tormentone della estate!!! Mentre in tv mi vedrete molto presto su canale 5 nel programma All together now con Michelle Hunziker e J-AX. È un programma che amo molto perché ho lavorato alle prime due edizioni come redattore. Poi è arrivata l’opportunità di stare davanti alle telecamere e per questo devo ringraziare il regista Roberto Cenci e l’autrice tv Francesca Cenci.

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Cinema

Le Mans ’66, James Mangold parla del suo nuovo film a Roma

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Il regista James Mangold (Walk The Line, Logan – The Wolverine) ha presentato  a Roma il suo ultimo film Le Mans ’66, ambientato nel mondo delle corse automobilistiche al tempo della spietata concorrenza tra Ford e Ferrari, e ispirato alla vera storia dell’amicizia tra Carroll Shelby e Ken Miles, rispettivamente interpretati dai due formidabili attori Matt Damon e Christian Bale. Alla presenza della stampa, e insieme a Remo Girone (che nel film interpreta Enzo Ferrari) il regista Mangold ha spiegato com’è nato questo film e cos’è per lui il cinema.

Signor Mangold, le volevo chiedere se è vero che da un grande storyteller (narratore di storie) derivano grandi responsabilità? 

J. Mangold: in verità io non so se sono un grande storyteller, ma di sicuro so di prendermi le mie responsabilità facendo film. La cosa più semplice che mi viene da dire è che in effetti spesso i film che vediamo possono essere noiosi o non appassionanti, e quindi dal momento che io amo fare film, se avessi mai davvero pensato di far annoiare le persone o di “addormentarle” lascerei proprio perdere il mestiere di regista.

Signor Girone, che indicazioni ha ricevuto sul set da James Mangold?

R. Girone: James Mangold è un grande direttore di attori e io credo che mi abbia insegnato molte cose. Lui ha un occhio molto attento e si accorge subito se un attore dà l’impressione di recitare e se lavora solo in favore della macchina da presa senza essere veramente calato nel personaggio. 

Leggi anche: 5 film di Matt Damon da rivedere

D: Questo film è una metafora del filmmaking moderno, o della società moderna? Le corporation da un lato e dall’altro il talento e l’arte?

Certamente io mi rivedo molto in Shelby e Miles e in tutto questo ambiente anche se per il cinema non è esattamente la stessa cosa. Da una parte è pur vero che per fare film devi avere soldi, idee, sponsor, e devi convincere le persone della realtà dei tuoi sogni. Lo sforzo, in generale, che dobbiamo fare tutti in questo mondo per realizzare le nostre idee è quello di convincere, e quindi se la domanda è sì o no, la mia risposta è sì! Poi c’è anche da dire che lo sport negli anni in cui è ambientato il film era senz’altro un qualcosa di più puro, innocente, adesso invece è molto più simile a una corporazione, una questione di profitti e interessi, ed è un sistema che è molto peggiorato negli anni. Anche nel cinema senza dubbio devi trovare un equilibrio tra arte e commercio, ma è il motivo anche per cui amo fare film, ed è sempre una scelta quella di entrare nell’arena o meno.

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D: Com’è stato lavorare con due superstar come Matt Damon e Christian Bale?

J. Mangold: Come sa anche Remo, Matt e Christian sono due attori davvero “facili”, nel senso che hanno la testa sulle spalle e amano il loro mestiere, amano recitare. E non si considerano delle grandi superstar ma quando sono sul set si considerano semplicemente degli attori al lavoro, e poi io non sono molto paziente con chi non approccia il mestiere di attore in questo modo. In questo film ci sono davvero tanti grandi attori e in ogni caso io sul set mi sento sempre un po’ il papà di tutti loro e non posso spendere tutto il mio tempo solo con due attori, ho bisogno che ci sia un team e che collabori. Matt e Christian sono esattamente così, sono generosi, sempre disponibili con i loro colleghi. Io li conosco entrambi da oltre vent’anni e quindi mi è sembrato davvero come se stessi girando un film con degli amici.

D: Remo, in questo film Enzo Ferrari è visto un po’ come l’uomo da battere. Com’è stato interpretare questo personaggio che per il nostro Paese ha rappresentato davvero tanti successi?

R. Girone: É stato davvero bello interpretare Enzo perché si tratta di un personaggio conosciuto universalmente oltre che di un uomo di fondamentale importanza per la storia italiana. Sul set tutte le macchine sono a grandezza naturale, ricostruite, ed erano tutte portate da un team di tecnici che non mi conoscevano come attore, ma quando hanno visto che io ero quello che faceva Ferrari hanno tutti voluto fare una foto con me. 

D: Quanto è stato importante la ricerca di materiale per il film?

J. Mangold: Beh in un film come questo si tratta di uno sforzo monumentale di ricerca. Avevamo un intero team di persone a fare ricerche perché bisognava raccogliere davvero tante informazioni. Non solo libri e lettere ma anche documentari da visionare, materiale d’archivio, e c’erano davvero tante registrazioni interessanti di eventi, foto, film. Abbiamo visionato tutto e devo dire che per quanto mi riguarda gli elementi più intimi dei personaggi sono sempre quelli che mi interessano di più. E c’è un aneddoto relativo a una scena e al rapporto con Miles e suo figlio Peter: la scena in cui sta tramontando il sole e loro sono all’aeroporto e Miles descrive il suo punto di vista, la sua filosofia in merito alle corse e a tutto quel mondo. Ecco, quel dialogo è stato diciamo tratto da un’intervista radiofonica di Ken Miles che noi abbiamo poi inserito nella sceneggiatura. In quel dialogo è spiegato bene quello che Miles concepiva come una sorta di “matrimonio” che deve instaurarsi tra il pilota e la macchina da corsa, in maniera da capire nei minimi dettagli e nelle sfumature fin dove una macchina può spingersi o meno, guidando con la consapevolezza di quei limiti. 

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R. Girone: Oggi per un attore è anche un po’ più facile reperire informazioni perché grazie a internet si possono trovare tante cose. Io per esempio ho visto le interviste di Enzo Biagi a Ferrari, i video degli amici e dei collaboratori che parlano di lui. Documentarsi oggi come attore è senz’altro più a portata di mano e ti permette di accedere a tanti dettagli ed elementi che magari prima era davvero difficile avere. 

D: Quanto conta il lavoro estetico e di fotografia in questo film?

J. Mangold: Io e il mio direttore della fotografia Phedon Papamichael abbiamo un rapporto davvero stretto. Ci conosciamo da tanto tempo e la cosa che più ci unisce è il fatto che quando siamo su un set entrambi cerchiamo l’interiorità dei personaggi, la loro vita intima e più profonda. Io vedo il mio lavoro in maniera molto semplice e questo da un lato mi aiuta anche a realizzare film più complessi.  D’altronde, secondo me l’effetto più speciale che si può ottenere in un film è quello di riuscire a fotografare il volto umano e carpirne i pensieri, i sentimenti, percepirne le emozioni. Il mio obiettivo ultimo è quello di fare film che poi la gente ricorda. E infatti i film che io amo di più non sono quelli più costosi o spettacolari ma quelli che riescono a farmi sentire qualcosa, suscitarmi qualche emozione. E in fondo la cosa che accomuna me e Phedon è il fatto che siamo sulla stesa linea d’onda, entrambi cerchiamo nell’immagine quel pensiero umano capace di catturare e restituire l’emozione in un film.  

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