Connettiti a NewsCinema!

Interviste

Il rosso e il blu, incontro con regista e cast

Pubblicato

:

df3

Uscirà venerdì prossimo, 21 Settembre, distribuito in centocinquanta copie da Teodora e Spazio Cinema, il nuovo film di Giuseppe Piccioni, Il rosso e il blu. Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Marco Lodoli, questa pellicola è un affresco romantico, ironico, ma che fornisce anche degli spunti di riflessione sulla scuola. L’azione si svolge in un liceo romano, dove un giovane supplente, il prof. Prezioso (Riccardo Scamarcio) cerca di dare il massimo nell’insegnamento, ma si scontrerà con la disillusione del vecchio prof. Fiorito (Roberto Herlitzka) e i modi rigidi, ma sotto sotto materni, della Preside Giuliana (Margherita Buy). Stamane il regista, il cast, la sceneggiatrice e l’autore Marco Lodoli hanno incontrato la stampa.

 

Fare oggi un film sulla scuola  e metterla così al centro del dibattito culturale è una scelta politica oggi. Sei d’accordo?

Giuseppe Piccioni: Mi è sembrato che la scuola avesse bisogno di essere raccontata, ho cercato una scuola normale con i disagi di oggi. Di questi tempi mi interessava raccontare quello che ancora nella scuola va difeso. L’ho fatto con una leggerezza a cui ho deciso di tornare con una commedia, ma non ho avuto la consapevolezza di fare un film politico. Il rosso e il blu nasce dal mio desiderio di raccontare quel mondo: i destini, le aspettative, le disillusioni e il crocevia di destini fra adulti e adolescenti. Volevo fare un film che riguardasse il rapporto fra adulti e adolescenti, così la mia produttrice (Donatella Botti ndr) mi ha consigliato di leggere questo libro di Marco Lodoli.

In quale scuola avete girato e come avete trovato i ragazzi?

G.P.: I ragazzi li abbiamo trovati con un grande lavoro di assistenti, coordinato da Massimo Apolloni. Uno dei protagonisti, il ragazzo che interpreta Adam, Ionut Paun è bravissimo. Tra i vari licei abbiamo fatto una scrematura e poi abbiamo composto la classe che vedete nel film. Abbiamo girato nei locali di una scuola media che si trova accanto al Liceo Manara di Monteverde.

Tornando a scuola, per girare e raccontare questa storia, i ricordi riafforano. La funzione di questa istituzione quanto è cambiata? È esautorata o no secondo voi?

Riccardo Scamarcio: Che sia esautorata non mi sembra. Nella scuola che è stata scelta per girare abbiamo assistito a delle lezioni, cercando un professore che potesse ispirarci. Mi è sembrato quindi che la scuola non sia tanto cambiata da quando l’ho lasciata. È ancora un luogo di integrazione fra adulti e adolescenti. Però il rovescio della medaglia è che le strutture non sono state rimodernate. Mi sembra assolutamente che la scuola continui a mantenere un ruolo fondamentale, anche se chi ci governa non la considera il luogo da cui ripartire.

G.P.: Nel personaggio magistralmente interpretato da Herlitzka, su cui è stato fatto un lavoro di astrazione, c’è qualcosa di più dell’arrabbiatura, della disillusione. È un personaggio quasi dickensiano, rappresenta la scuola del ‘900 fino ai giorni nostri. Però questo disincanto alla fine trova una soluzione di raccordo col presente. Per me la scuola ha avuto un effetto ritardato, mi ricordo degli insegnamenti dei professori, in verità rimane un grumo di ricordi che ci ha aiutato a diventare uomini. Con ciò penso che sia fondamentale oggi nella scuola rimettere al centro la figura degli insegnanti e dei ragazzi.

Margherita Buy: I film sono sempre l’occasione per parlare di tematiche enormi. Il rapporto professore- alunno è sempre lo stesso: la poca voglia di studiare non manca mai, ma anche i grandi incontri rientrano all’interno di questo rapporto. I professori ti rimangono nella vita. I ricordi dei corridoi, dei bagni, delle litigate rimangono. Di racconti sulla propria scuola se ne potrebbero fare tantissimi. Attualmente la situazione mi pare uguale a quella che fu la mia, l’importanza data alla scuola è sempre di livello bassissimo. Tutto uguale se non peggio.

Roberto Herlitzka: Quello che mi sembra cambiato veramente è la disciplina. Ai miei tempi ci doveva essere disciplina. Oggi invece mi sembra che sia messa un po’ da parte allora i ragazzi hanno tutt’altro da pensare, e quindi non si accorgono del bello che c’è nello studio. Il mutamento è in questo, aiutato da questo tipo di scuola che è internet,  in cui tutti trovano quello che vogliono senza doverlo cercare.

Lodoli, lei dal di dentro può dirci meglio come è cambiata la scuola. Cosa ne pensa della trasformazione delle scuole in piccole aziende?

Marco Lodoli: È vero che oggi la scuola si è trasformata in un’azienda, perché c’è la tendenza a seguire uno stile anglosassone, perciò le figure come Fiorito o Preziosi sono un po’ decadute. Da scrittore dico che dentro al film il bello è il tema dell’illusione e della disillusione. Nella grande disillusione rientra un grande amore per la vita e nella grande illusione c’è lo sbandamento: sono due stati d’animo che si toccano. Poi anche l’idea della giovinezza: un mondo che mette a soqquadro tutto e il disilluso si riaccende per un attimo, mentre l’illuso trova respiro. Insomma il bello di questo film sta nel cercare di mostrare l’inganno e la bellezza dell’esistenza.

G.P.: Sono un po’ stufo di questi film che vengono giudicati per quello che trattano. Io non faccio un film per fare un talk show sull’argomento. Io rivendico la possibilità di fare un film sull’argomento e di usare l’arte cinematografica per rappresentarne la realtà. Rappresentare le aule sfondate e dire che la scuola fa schifo, mi avrebbe fatto ottenere facili consensi. Invece ho voluto dire che si la scuola fa schifo, ma anche far vedere quello che di buono c’è e andrebbe mantenuto, come il rapporto fra le persone.

In fase di sceneggiatura vi siete posti il problema delle generalizzazioni?

Francesca Manieri (sceneggiatrice): Siamo partiti da un’immagine, La zattera della Medusa di Gericault: un naufragio che avviene per errore del nocchiero, in cui c’è la volontà di naufragare. Perciò abbiamo voluto raccontare questa complessità della nostra era, mediante più storie. Il multistrem espone però la narrazione al rischio dell’emblematicità. Con la visionarietà di Marco e il linguaggio filmico tipico di Giuseppe penso che siamo riusciti ad evitare questo rischio. Abbiamo quindi scelto il multistream ribaltandolo e inserendo una sorta di cinismo, diagonale ironica che sega la complessità della realtà.

La scelta del titolo, riferimenti a tutto ciò a cui è legato nella scuola?

M.L.: Questo titolo richiama la matita rossa e blu, che i professori usano per correggere errori gravi e meno gravi. Poi richiama i colori primari, uno caldo che identifica la passione e l’altro freddo. È un’immagine che si lega alla primarietà dei sentimenti che animano la scuola. Il rosso e il blu animano, in senso memorabile con i due colori essenziali, l’arcobaleno di sentimenti della scuola.” Il dialogo generazionale fra Prezioso e Fiorito è un duello attoriale  risolto con un dialogo di grande intensità che riesce a condensare lo spirito del libro. Come ha gestito la recitazione?

R.H.: Non mi pare che ci sia un conflitto di metodi, ma piuttosto di posizioni, nel senso che il mio personaggio ha in odio tutto quello che probabilmente lui stesso aveva già vissuto. Siccome dalla sua esperienza tutti questi modi sono risultati inutili o controproducenti, vedere un altro che si predispone a prendere la stessa strada, gli dà una scossa e, in modo meschino, se la prende con la persona e vuole distruggere tutte le cose che la persona pensa. Quindi più che uno scontro diviene una piccola lotta quasi buffa.

R.S.: Sono d’accordo con la lettura di Roberto. Il mio personaggio è convinto di rompere questa barriera, di scendere dal palcoscenico che immagina essere la cattedra, mostrando un’apertura nei confronti di chi ascolta e una perdita di autorevolezza, quindi una sorta di corruzione. Nel cercare di essere compresi si fa uno sforzo, ci si avvicina, che è diverso dal pensare che tutti sono capaci di fare tutto. Dispensare questa specie di omologazione attraverso i social network è uno strumento potentissimo, che si basa su questo avvicinarsi e neutralizzare i ruoli.

C’è una cosa che sorprende. Avete azzerato il racconto dell’amore tra ragazzi. Perché non c’è questo tipo di tensione?

G.P.: Questo film non può essere un catalogo rappresentativo della scuola o della vita adolescenziale. Diciamo che non mi dispiacerebbe fare un secondo Il rosso e il blu. Però alcune cose sono state trascurate perché non rientravano nel racconto. Non abbiamo voluto mettere a fuoco altre cose.

Come è stato scelto il finale?

G.P. : Al montaggio, con Esmeralda Calabria, ci siamo trovati due, tre finali. La panoramica chela mdp fa sui banchi contiene un’energia implosa, aspettando la fatidica campanella dell’ultimo giorno suoni. Ho enfatizzato i silenzi e l’imbarazzo di Riccardo. La sensazione delle voci che si allontanavano mentre la mdp rimane sui banchi, per me era la giusta immagine del teatro di tante aspettative, così è venuta fuori la scelta del finale. Senza virtuosismi di macchina mi sono messo al servizio degli attori, che mi sono venuti incontro e Roberto, nella prova, mi ha stupito quando si è sdraiato sul tavolo, ma l’abbiamo lasciato andare avanti tra lo sgomento e il divertimento di tutti .Anche nel momento del ballo ha tirato fuori questo blues cantato e io non riuscivo a dare lo stop!

I grandi attori hanno lavorato con ragazzi senza esperienza. Vi siete rispecchiati in loro?

R.S.: Abbiamo lavorato per un mese e mezzo con un caldo pazzesco, mi ero accorto che si erano formate delle coppiette e rivedere queste cose mi ha molto colpito lasciandomi un piccolo senso di nostalgia. Bellissimo.

M.B.: Nel rapporto con Brugnoli (Davide Giordano, ndr.) mi sono rivista, con tutte le paure incertezze che hai quando incominci.

R.H.: Io non posso dire di essermi ritrovato perché ho iniziato col teatro. Però mi sono reso conto che i bambini sono i migliori attori che esistano, perché hanno la naturalità. Li ho trovati bravissimi i ragazzi, che sono sempre degli spettacoli.

 

 

 

 

Clicca per commentare

Lascia qui il tuo commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cinema

Le Mans ’66, James Mangold parla del suo nuovo film a Roma

Pubblicato

:

le mans 66

Il regista James Mangold (Walk The Line, Logan – The Wolverine) ha presentato  a Roma il suo ultimo film Le Mans ’66, ambientato nel mondo delle corse automobilistiche al tempo della spietata concorrenza tra Ford e Ferrari, e ispirato alla vera storia dell’amicizia tra Carroll Shelby e Ken Miles, rispettivamente interpretati dai due formidabili attori Matt Damon e Christian Bale. Alla presenza della stampa, e insieme a Remo Girone (che nel film interpreta Enzo Ferrari) il regista Mangold ha spiegato com’è nato questo film e cos’è per lui il cinema.

Signor Mangold, le volevo chiedere se è vero che da un grande storyteller (narratore di storie) derivano grandi responsabilità? 

J. Mangold: in verità io non so se sono un grande storyteller, ma di sicuro so di prendermi le mie responsabilità facendo film. La cosa più semplice che mi viene da dire è che in effetti spesso i film che vediamo possono essere noiosi o non appassionanti, e quindi dal momento che io amo fare film, se avessi mai davvero pensato di far annoiare le persone o di “addormentarle” lascerei proprio perdere il mestiere di regista.

Signor Girone, che indicazioni ha ricevuto sul set da James Mangold?

R. Girone: James Mangold è un grande direttore di attori e io credo che mi abbia insegnato molte cose. Lui ha un occhio molto attento e si accorge subito se un attore dà l’impressione di recitare e se lavora solo in favore della macchina da presa senza essere veramente calato nel personaggio. 

Leggi anche: 5 film di Matt Damon da rivedere

D: Questo film è una metafora del filmmaking moderno, o della società moderna? Le corporation da un lato e dall’altro il talento e l’arte?

Certamente io mi rivedo molto in Shelby e Miles e in tutto questo ambiente anche se per il cinema non è esattamente la stessa cosa. Da una parte è pur vero che per fare film devi avere soldi, idee, sponsor, e devi convincere le persone della realtà dei tuoi sogni. Lo sforzo, in generale, che dobbiamo fare tutti in questo mondo per realizzare le nostre idee è quello di convincere, e quindi se la domanda è sì o no, la mia risposta è sì! Poi c’è anche da dire che lo sport negli anni in cui è ambientato il film era senz’altro un qualcosa di più puro, innocente, adesso invece è molto più simile a una corporazione, una questione di profitti e interessi, ed è un sistema che è molto peggiorato negli anni. Anche nel cinema senza dubbio devi trovare un equilibrio tra arte e commercio, ma è il motivo anche per cui amo fare film, ed è sempre una scelta quella di entrare nell’arena o meno.

ford v ferrari 758x426

D: Com’è stato lavorare con due superstar come Matt Damon e Christian Bale?

J. Mangold: Come sa anche Remo, Matt e Christian sono due attori davvero “facili”, nel senso che hanno la testa sulle spalle e amano il loro mestiere, amano recitare. E non si considerano delle grandi superstar ma quando sono sul set si considerano semplicemente degli attori al lavoro, e poi io non sono molto paziente con chi non approccia il mestiere di attore in questo modo. In questo film ci sono davvero tanti grandi attori e in ogni caso io sul set mi sento sempre un po’ il papà di tutti loro e non posso spendere tutto il mio tempo solo con due attori, ho bisogno che ci sia un team e che collabori. Matt e Christian sono esattamente così, sono generosi, sempre disponibili con i loro colleghi. Io li conosco entrambi da oltre vent’anni e quindi mi è sembrato davvero come se stessi girando un film con degli amici.

D: Remo, in questo film Enzo Ferrari è visto un po’ come l’uomo da battere. Com’è stato interpretare questo personaggio che per il nostro Paese ha rappresentato davvero tanti successi?

R. Girone: É stato davvero bello interpretare Enzo perché si tratta di un personaggio conosciuto universalmente oltre che di un uomo di fondamentale importanza per la storia italiana. Sul set tutte le macchine sono a grandezza naturale, ricostruite, ed erano tutte portate da un team di tecnici che non mi conoscevano come attore, ma quando hanno visto che io ero quello che faceva Ferrari hanno tutti voluto fare una foto con me. 

D: Quanto è stato importante la ricerca di materiale per il film?

J. Mangold: Beh in un film come questo si tratta di uno sforzo monumentale di ricerca. Avevamo un intero team di persone a fare ricerche perché bisognava raccogliere davvero tante informazioni. Non solo libri e lettere ma anche documentari da visionare, materiale d’archivio, e c’erano davvero tante registrazioni interessanti di eventi, foto, film. Abbiamo visionato tutto e devo dire che per quanto mi riguarda gli elementi più intimi dei personaggi sono sempre quelli che mi interessano di più. E c’è un aneddoto relativo a una scena e al rapporto con Miles e suo figlio Peter: la scena in cui sta tramontando il sole e loro sono all’aeroporto e Miles descrive il suo punto di vista, la sua filosofia in merito alle corse e a tutto quel mondo. Ecco, quel dialogo è stato diciamo tratto da un’intervista radiofonica di Ken Miles che noi abbiamo poi inserito nella sceneggiatura. In quel dialogo è spiegato bene quello che Miles concepiva come una sorta di “matrimonio” che deve instaurarsi tra il pilota e la macchina da corsa, in maniera da capire nei minimi dettagli e nelle sfumature fin dove una macchina può spingersi o meno, guidando con la consapevolezza di quei limiti. 

le mans 66 excl e1559543540526

R. Girone: Oggi per un attore è anche un po’ più facile reperire informazioni perché grazie a internet si possono trovare tante cose. Io per esempio ho visto le interviste di Enzo Biagi a Ferrari, i video degli amici e dei collaboratori che parlano di lui. Documentarsi oggi come attore è senz’altro più a portata di mano e ti permette di accedere a tanti dettagli ed elementi che magari prima era davvero difficile avere. 

D: Quanto conta il lavoro estetico e di fotografia in questo film?

J. Mangold: Io e il mio direttore della fotografia Phedon Papamichael abbiamo un rapporto davvero stretto. Ci conosciamo da tanto tempo e la cosa che più ci unisce è il fatto che quando siamo su un set entrambi cerchiamo l’interiorità dei personaggi, la loro vita intima e più profonda. Io vedo il mio lavoro in maniera molto semplice e questo da un lato mi aiuta anche a realizzare film più complessi.  D’altronde, secondo me l’effetto più speciale che si può ottenere in un film è quello di riuscire a fotografare il volto umano e carpirne i pensieri, i sentimenti, percepirne le emozioni. Il mio obiettivo ultimo è quello di fare film che poi la gente ricorda. E infatti i film che io amo di più non sono quelli più costosi o spettacolari ma quelli che riescono a farmi sentire qualcosa, suscitarmi qualche emozione. E in fondo la cosa che accomuna me e Phedon è il fatto che siamo sulla stesa linea d’onda, entrambi cerchiamo nell’immagine quel pensiero umano capace di catturare e restituire l’emozione in un film.  

Continua a leggere

Cinema

Maleficent 2: Signora del Male, Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma (conferenza stampa)

Pubblicato

:

jolie 1

Maleficent 2 (In uscita il 17 ottobre prossimo). Un mondo di fiaba tra creature magiche, principesse e regine. Ma anche un mondo fatto di donne dolci, forti e volitive, pronte a lottare per il proprio posto nel mondo. Pre-apertura della sezione  – dedicata ai ragazzi – Alice nella città della Festa del Cinema di Roma edizione 2019, è stato presentato alla stampa Maleficent 2: Signora del Male. Presenti alla Conferenza stampa le due bellissime attrici coprotagoniste Angelina Jolie (nei panni dark di Malefica) e Michelle Pfeiffer (nei panni della regina Ingrith).

Nel film ci sono dei personaggi complessi, stratificati. Cosa è stato, davvero, ad appassionarvi di questa storia?

Jolie: La cosa interessante di questo film è la rappresentazione della forza nelle sue varie forme. Ci sono donne forti, ma anche uomini forti, ed è stato interessante vedere l’interrelazione esistente tra tutti questi elementi.

M. Pfeiffer: Credo che Angie abbia detto bene. Nel film noi siamo  – Aurora (interpretata da Elle Fanning), Malefica, e Ingrith – tutte donne  molto forti anche se in maniera estremamente diversa, e credo che di fatto sia questa la parte più interessante del film.

Nel film si parla di maternità, vissuta diversamente dalle due protagoniste. Cosa ne pensate e cosa pensate in generale del concetto di famiglia?

Jolie: Il personaggio di Malefica diventa madre in un modo del tutto particolare, e probabilmente lei stessa pensava che non sarebbe mai diventata madre, ovvero un po’ quello che è successo anche a me. Da giovane pensavo che non sarei mai stata abbastanza “brava” da poter essere una madre, anche se mia madre diceva che proprio il fatto di dubitare mi avrebbe reso una brava madre. Eppure, in fondo Malefica crede di essere la persona giusta per Aurora e si impegna molto nel suo ruolo, impara a suo modo a essere madre. E in quella sorta di lotta con sé stessa lei diventa più sicura del suo ruolo, e in qualche modo è proprio la maternità a salvarla, a darle equilibrio, dal momento che di suo Malefica non è proprio un personaggio così stabile o equilibrato.

Sono sicura che la famiglia non sia solo quella rappresentata dai legami di sangue, e credo di essere stata molto fortunata ad avere la famiglia che ho sempre voluto, con tanti figli, e da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Per questo motivo, per il fatto di condividere l’esperienza di una maternità “diversa”, il personaggio di Malefica mi sta molto a cuore, tocca delle corde legate a un’esperienza che in fondo ci accomuna.

M. Pfeiffer: Spesso si sente fare dalle persone domande come: è il tuo vero figlio? Sei la sua vera madre? – E penso che queste domande siano davvero fuori luogo, e che fondamentalmente le persone le facciano per superficialità, ignoranza. Io ho cercato di interpretare il mio ruolo di madre nella maniera più naturale, e innocente possibile.

Di solito un attore/un’attrice si cimenta con personaggi tratti dalla realtà. In questo caso invece siamo in una dimensione prettamente di favola. Quali sono le difficoltà nell’interpretare ruoli come questi?

Jolie: A essere onesti è davvero divertente. Senz’altro voi penserete che vestirmi da grande uccello nero con le ali non sia stata proprio la mia felicità, ma in realtà è stato molto divertente. Interpretare un ruolo così ti dà una libertà estrema che non hai con altri ruoli. Hai le ali, le corna e di fatto sei mentalmente proiettato in un mondo parallelo. A volte come attore devi interpretare ruoli davvero seri e devi cercare di ricreare fedelmente un personaggio, ma in film come questi noi attori giochiamo anche molto e invitiamo il pubblico a giocare con noi. 

M.Pfeiffer: Di base l’approccio è esattamente lo stesso a quello di un personaggio reale, ovvero si cerca di rintracciarne l’umanità. Ovviamente si tratta un po’ di una sfida quando devi interpretare una fata con le ali, ma penso che allo stesso tempo sia più divertente perché puoi sottrarti a molte regole. Nel film io interpreto un’umana quindi non c’è stato tutto il divertimento che si sperimenta a interpretare un essere magico, però sono anche piuttosto maligna e cattiva e quindi per me il divertimento  e la sfida sono stati tutti nel rendere il mio personaggio multi cromatico, con varie sfaccettature. Il fatto di essere cattiva, di spaventare le persone e di rappresentare una minaccia per Malefica sono stati tutti elementi di estremo divertimento. 

maleficent 2

Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer a Roma

M. Pfeiffer, come si fa a invecchiare con tanta grazia?

M. Pfeiffer: Beh ainvecchiare con grazia non so in realtà come si faccia. Si cerca di fare del proprio meglio considerando che c’è molta pressione in particolare sulle donne e sul loro processo d’invecchiamento. Credo che ognuna di noi faccia del proprio meglio e credo sia davvero la risposta più saggia che io possa darti. 

Nel film c’è un invito all’inclusione e alla diversità. Quanto è importante oggi questo tipo di messaggio?

Jolie: Si tratta di un messaggio estremamente importante perché oggigiorno i ragazzi delle nuove generazioni sono sempre più interconnessi tra loro. Eppure, nonostante siamo così connessi e vicini, assistiamo a una crescente ondata di odio, indipendenza, divisioni, tanto è vero che anche la politica riesce a ottenere appoggio cavalcando queste visioni. Si tratta di un processo destabilizzante e dettato perlopiù dall’ignoranza, però è anche vero che questo tipo di idee non potranno mai vincere perché il mondo è in realtà un posto bello e pieno di diversità, multiculturalità. E tutti noi in fondo sappiamo che possiamo solo restare uniti e accettare le diversità se vogliamo un mondo migliore per i nostri figli. 

Nel film ci sono dolo due scene in cui siete entrambe sullo schermo. Vi sarebbe piaciuto fare qualche scena in più insieme?

Jolie:  Sì assolutamente, mi sarebbe piaciuto perché ci siamo divertite davvero tanto insieme. Però è anche vero che è stato divertente sapere che stavamo andando una incontro all’altra. Magari però nel prossimo film…

Le protagoniste sono tre donne.  Secondo voi è vero che negli ultimi anni le donne al cinema stanno conquistando maggiori ruoli da protagoniste?

Jolie: No, in realtà non credo. Anche sei anni fa eravamo due donne. Il fatto è che in questo film anche il cattivo, ovvero l’antagonista, è una donna. Credo che in questo film però sia importante anche vedere il rapporto che le donne hanno con gli uomini, e quanto apprendono da loro, quanto si affidino all’idea di costruire dei legami, una famiglia.

D’altro canto è pur vero che c’è in atto una discussione sulle donne e su come dovrebbero essere, magari più forti, o combattive. Per esempio, per il film abbiamo discusso molto sul ruolo di Aurora. Ci siamo domandati se infine avesse dovuto prendere la spada e combattere, ma poi abbiamo creduto che fosse giusto lasciare che Aurora restasse dolce e mite, perché la forza di Aurora è proprio nella sua dolcezza. E infine abbiamo pensato come sia sempre giusto lasciare a ogni donna il proprio ruolo, lasciare che segua la propria indole, lasciare che resti così com’è.   

Continua a leggere

Cinema

X-Men: Dark Phoenix, intervista a Michael Fassbender e Nicholas Hoult

Pubblicato

:

x men dark phoenix quando spoiler non problema v4 42931

X-Men: Dark Phoenix (puoi leggere qui la nostra recensione) l’ultimo capitolo della saga dedicata ai celebri mutanti che hanno popolato i fumetti Marvel, arriva al cinema il 6 giugno distribuito da 20thCentury Fox. Scritto e diretto da Simon Kinberg, il nuovo episodio è interpretato da Sophie Turner, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult, Tye Sheridan, Alexandra Shipp e Jessica Chastain. In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche italiane a partire da domani, potete scoprire di più su alcuni dei personaggi principali del film sui mutanti.

Nella prima intervista l’attore Michael Fassbender parlerà del suo ruolo nei panni di Magneto.

Questo atteso episodio è la storia di uno dei personaggi più amati della saga degli X-Men, Jean Grey, che si evolve nell’iconica Dark Phoenix. Nel corso di una pericolosa missione nello spazio, Jean viene colpita da una potente forza cosmica che la trasforma in uno dei più potenti mutanti di tutti i tempi. Lottando con questo potere sempre più instabile e con i suoi demoni personali, Jean perde il controllo e strappa qualsiasi legame con la famiglia degli X-Men, minacciando di distruggere il pianeta.

La seconda intervista riguarda l’attore Nicholas Hoult nel ruolo della Bestia.

Il film è il più intenso ed emozionante della saga, mai realizzato prima. È il culmine di vent’anni di film dedicati agli X-Men, la famiglia di mutanti che abbiamo amato e conosciuto deve affrontare il nemico più devastante: uno di loro. Ed infine la terza intervista vede come protagonista proprio Jean Grey, la Dark Phoenix, interpretata da Sophie Turner, reduce dal successo de Il Trono di Spade.

Continua a leggere

Iscriviti al nostro canale!

Film in uscita

Novembre, 2019

Nessun Film

Film in uscita Mese Prossimo

Dicembre

Nessun Film

Pubblicità

Facebook

Recensioni

Nuvola dei Tag

Pubblicità

Popolari

X