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Interviste

Intervista a Salvatore Allocca. Come trovare nel modo giusto l’uomo sbagliato, la sua opera prima

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Salvatore Allocca, giovanissimo ed eclettico regista romano, con all’attivo già molti lavori  tra corti, video musicali e docufilm, sta per vedere realizzato il suo sogno, complice l’uscita nelle sale del suo primo lungometraggio, Come trovare nel modo giusto l’uomo sbagliato, il 26 agosto. Salvatore ha rilasciato, a noi di NewsCinema un’ interessante intervista in cui racconta i suoi esordi e la sua ultima esperienza ispirata alla commedia romantica americana.

 

 

 

Vorrei che mi raccontassi da dove nasce la tua evidente passione per il cinema.

La mia passione per il cinema nasce da bambino perché mio padre, essendo un grande appassionato, mi portava a vedere un film nuovo almeno una volta a settimana. Se avesse saputo che poi, invece di studiare legge come voleva lui, mi sarei iscritto al Dams, credo che avrebbe preferito portarmi a fare lunghe passeggiate educative per le aule di piazzale Clodio… Quando mi sono iscritto all’Università, al Dams  di Roma Tre, ho avuto la fortuna di ritrovarmi in un ambiente pieno di giovani come me che avevano voglia di imparare “facendo”. E così mi sono ritrovato subito a realizzare i primi corti e a lavorare con tante persone, nei ruoli più disparati. Si girava senza soldi e senza pretese, solo per il gusto di imparare e sperimentare. Tutto ciò ha stimolato e accresciuto in me la voglia di trasformare la passione per il cinema in un mestiere da portare avanti con serietà. Devo tantissimo a questo primo periodo.

Raccontami nello specifico la tua esperienza nell’ambito della produzione. Se ce n’è una, in quale circostanza ti sei deciso a buttarti anche nella produzione?

La mia esperienza con la produzione comincia nel 2006 quando ho fondato la Vega’s Project con due amici. Io volevo fare il montatore – ero ancora incerto su che strada percorrere – e il montaggio era un settore che mi appassionava molto e mi sembrava un giusto compromesso per lavorare nel cinema. E la cosa aveva cominciato anche a funzionare: collaboravo con l’Università, montavo cortometraggi, videoclip e qualche documentario. Solo che ben presto il montaggio non mi bastava più, volevo raccontare le mie storie in prima persona. Così l’attività si è ben presto spostata sulla produzione dei contenuti, di cui o facevo la regia o supervisionavo artisticamente i lavori che producevamo. Dal punto di vista economico è stato un disastro… tre ragazzi che si inventano produttori, per quanto talentuosi ma senza esperienza, difficilmente sanno muoversi nel mondo del lavoro… però non ci siamo dati per vinti e nel 2009 abbiamo prodotto il nostro primo lavoro importante, Negli occhi – con la collaborazione di Giovanna Mezzogiorno  -, un documentario biografico su Vittorio Mezzogiorno.  Il film ci ha portato molti riconoscimenti e ha trovato subito distribuzione con Rai Cinema. Ora stiamo terminando un documentario su Agostino di Bartolomei – il capitano della Roma dello scudetto del 1983 – dal titolo 11 Metri, per la regia di Francesco Del Grosso,  e abbiamo in cantiere il mio prossimo film per il cinema, dal titolo Il mio miglior amico ; una black-comedy dal ritmo indiavolato con Gianmarco Tognazzi protagonista.


Hai collaborato alla realizzazione di vari progetti, quale ti ha regalato l’esperienza più significativa e perché?

L’esperienza più significativa credo sia arrivata alla fine del 2009 quando sono stato aiuto regia di Giorgio Molteni sul set di “Oggetti smarriti”, un film per il cinema di prossima uscita. Per me è stato particolarmente formativo lavorare a questo film perché ho potuto collaborare con un regista maturo e di grande esperienza, che mi ha trasmesso molto. Inoltre il produttore del film, Marco Quintili, e l’organizzatore, Christian Scacco, mi hanno notato e segnalato poi alla produttrice Silvia Bonazzi che ha voluto conoscermi e visionare i miei lavori. Chi se lo immaginava che di lì a poco mi avrebbe offerto di co-dirigere con Daniela Cursi Masella, il mio primo film, Come trovare nel modo giusto l’uomo sbagliato, in uscita nelle sale italiane a partire dal 26 Agosto, distribuito da 20th Century Fox… insomma quando si dice “da cosa nasce cosa…”

Raccontami de “L’incantatore di serpenti”, che cosa ha significato per te lavorarci e perché hai scelto di raccontare la storia di un outsider come G. Fusco?

L’incantatore di serpenti per me ha rappresentato una vera e propria avventura picaresca. Io sono un fan di Fusco da diversi anni. Precisamente dal 2006 quando lessi per puro caso Duri a Marsiglia e me ne innamorai follemente. La decisione di realizzare questo film l’ho presa alla fine del 2008 sulla scia della produzione di Negli occhi. Ormai era diverso tempo che raccoglievo materiale sul giornalista spezzino e man mano che prendevo contatti con le persone che lo avevano conosciuto mi rendevo sempre piú conto di quanto fosse stato un personaggio eccezionale e di come la cultura “alta” italiana lo avesse sempre snobbato, addirittura dimenticato. il problema principale era trovare il modo miglior per raccontarlo con un documentario biografico che non svilisse il suo fascino di grande affabulatore dei personaggi di cui ha raccontato le gesta in libri, romanzi e articoli ma soprattutto di sé stesso. Volutamente Fusco, in vita, attraverso i suoi racconti, sia orali che scritti, ha scelto di dipingersi in tantissimi modi diversi. E nemmeno chi dice di averlo conosciuto bene sa con certezza se le storie che si narrano sul suo conto siano reali o immaginarie. La cosa piú interessante per me quindi è stata quella di raccontarlo con un film che definirei una sorta di cinefumetto. Una docufiction senza regole in cui si passa dal documentario di inchiesta, alla fiction cinematografica vera e propria sino al biopic documentario piú classico con tanto di filmati repertorio della Rai degli albori. Il tutto condito da un tono scanzonato e divertito. insomma un grande omaggio alla fantasia di un grande autore italiano da (ri)scoprire. E’ il lavoro a cui sono maggiormente affezionato e sono contento che veda finalmente la luce in dvd ad Ottobre, distribuito da Rai.

Per cambiare un attimo argomento, quali sono i registi che ti ispirano?

Razionalmente non so dirti quali siano i registi che piú mi ispirano. Sono sempre stato onnivoro di cinema e quindi credo sia piú corretto parlare di grandi amori che mi porto nel cuore. In ordine sparso e senza starci troppo a pensare mi viene da citare Truffaut, Welles, Kubrick, Woody Allen, Tarantino, Scorsese, Nora Eprhon, Fatih Akin, Elio Petri, Spielberg, Richard Donner, Zemekies, Monicelli, Guy Ritchie. Ma potrei continuare a lungo…

Quali sono i film della tua vita e a quali periodi si legano?

In cima alla lista c’è sicuramente I Goonies che ha segnato la mia infanzia. Lo avró visto decine di volte e, ancora oggi, lo rivedo con piacere. È  un capolavoro del cinema per ragazzi e mi ha fatto sognare e divertire. Per non dilungarmi troppo, sento di dover ricordare: Pulp fiction che ho visto appena uscito in vhs, di nascosto a mia madre quando avevo 13 anni – il film era vietato ai 14 e i miei, dopo averlo visto al cinema, me lo avevano tassativamente vietato -, e da cui sono stato letteralmente stregato. Il mio gusto cinematografico era stato segnato per sempre. Arancia meccanica, che mi ha fatto scoprire mio padre quando avevo sedici anni, è poi il primo film che ha fatto balenare in me il desiderio di provare un giorno a lavorare nel cinema; infine I 400 colpi, visto per la prima volta da studente all’Universitá. Grazie a questo film ho capito definitivamente cosa volevo fare “da grande”.

Veniamo ora alla tua opera prima, Come trovare nel modo giusto l’uomo sbagliato, come nasce l’idea del soggetto? Parlami della collaborazione con Daniela Cursi Masella.

L’idea del film nasce dal libro omonimo da cui è tratto, di Daniela Cursi Masella. Come ho già accennato, la produttrice Silvia Bonazzi aveva in cantiere questo progetto e mi ha proposto di co-dirigerlo con Daniela, qui alla sua prima esperienza di regia. Silvia ha ritenuto, conoscendo il mio lavoro, che fossi la persona adatta per affiancare Daniela. Inoltre, era convinta che una storia tutta al femminile come quella avesse bisogno anche di un punto di vista maschile per essere sviluppata al meglio. Io poi, devo ammetterlo, sono sempre stato un grande amante delle commedie romantiche! E quando mi è arrivata la proposta di co-dirigere il film, prima di dare una risposta, mi sono preso un po’ di tempo per leggere il copione e riflettere bene se fosse un film nelle mie corde. Ma nella mia testa avevo già deciso. La collaborazione con Daniela è stata importante e fertile. E’ una persona di grande sensibilità ed è proprio grazie a lei che sono riuscito ad “entrare” più in profondità all’interno della storia. A renderla anche mia. Si tratta di un racconto molto al femminile e dunque, per me, è stato  stimolante e divertente avere avuto con Daniela il bel confronto di idee e punti di vista che c’è stato. Del resto devo ammetterlo, prima di donne non ne capivo granchè… Ora ho un quadro molto piú chiaro.

Ci sono influenze dei grandi maestri della commedia all’italiana in questo tuo ultimo progetto?

No, credo che le influenze maggiori vengano dalle commedie brillanti americane. In special modo Accadde una notte ed Harry, ti presento Sally.

Un commento sulle tre protagoniste Francesca Inaudi, Giorgia Surina, Giulia Bevilacqua. Come è stato lavorare con loro e con Enrico Silvestrin?

Lavorare con loro è stato stimolante e formativo. Sono interpreti di grande esperienza che hanno contribuito tantissimo alla riuscita del film. Enrico Silvestrin non lo conoscevo bene. E’ stato una vera e proprio rivelazione per me.

Chi si è occupato della produzione e chi della distribuzione?

Il film è stato prodotto da Silvia Bonazzi con la sua società Home Film. Distribuisce 20th Century Fox

 

 

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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