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Festival

Lucania Film Festival 2013, il programma

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Una selezione più dinamica con il preciso obiettivo di far risaltare lo spessore di ogni singola opera in concorso e di coinvolgere con specifici approfondimenti gli autori, registi ed attori dall’Italia e dall’estero, presenti nei luoghi del Lucania Film Festival. E’ questa una delle novità della XIV edizione della kermesse organizzata da Allelammie nell’incantevole scenario del centro storico di Pisticci: i Cortometraggi in concorso, accorpati nella sezione unica di Fiction ed Animazione, saranno diciotto, un numero inferiore rispetto alla tradizione del LFF, che risponde ad una precisa scelta di visibilità delle opere. In concorso lavori da Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Belgio, Grecia, Georgia, Polonia, Israele, Azerbaijan, Iran, Taiwan. Di ampio spessore culturale la doppia proposta nella sezione Lungometraggi. “Ai Weiwei: Never Sorry” di Alison Klayman (Usa 2012) è la storia del più famoso artista cinese contemporaneo, Ai Weiwei, attivista per i diritti umani, per questo recluso in località segreta dal regime del suo Paese, in cui attualmente vive dopo un periodo di libertà ridotta e sotto tutela.

Schermata 2013-08-03 alle 11.39.58Elena”, opera prima di Petra Costa (Brasile – Usa 2012) è un film che, invece, esalta la libertà di espressione, un racconto agli antipodi rispetto ad “Ai Weiwei: Never Sorry”. E’ la storia della ricerca di una sorella scomparsa sulle cui tracce la più piccola Petra saprà mettersi solo grazie all’eredità artistica lasciata dalla sfortunata consanguinea.
Lo spessore ed il taglio delle due opere confermano la vocazione impegnata del LFF, attento al valore della libertà in assoluto e dell’espressione artistica e di pensiero in particolare. I film della sezione Lungometraggi saranno diffusi nella nuova Sala Polare ricavata da uno scorcio della Terravecchia, una location intima, in cui un pubblico selezionato potrà godere di una proiezione di qualità, per apprezzare al massimo due opere internazionali di assoluto prestigio. Ma il LFF riesce ad abbracciare i molteplici livelli della comunicazione visiva, aprendosi anche ad un cinema profondamente diverso, più vicino al pubblico, più immediato e fruibile. In questo senso la presenza di Riccardo Scamarcio è sicuramente un altro elemento di novità. La sua visita permetterà di conoscere da vicino la storia di una giovane promessa diventata realtà in un momento non semplice per il cinema del Bel Paese. La presenza di Scamarcio sarà tradotta in occasione di dialogo grazie al Lucano Movie Night, momento di incontro con il pubblico del LFF, in cui l’attore pugliese interverrà assieme al conduttore di Radio 2 Filippo Solibello, che suggella la collaborazione del Festival con l’Amaro Lucano, main sponsor dell’intera manifestazione.

Ennesima novità di questa XIV edizione è la partnership con la Lucana Film Commission. Il direttore Paride Leporace presenterà due focus tematici durante la quattro giorni del Festival: “Matera, memoria rimossa” di Mariolina Venezia e “Una città fra i paesi” di Vito Riviello sono due documentari sui due capoluoghi lucani che ben caratterizzano la mission dell’ente guidato da Leporace che, in un altro approfondimento, omaggerà Sensi Contemporanei facendo riferimento al film “Con gli occhi di un altro” dedicato a tutti i giudici ed a tutte le scorte cadute per mano della mafia. Proprio assieme al neo direttore della Film Commission i cineasti e gli ospiti del LFF potranno, inoltre, aderire al ciclotour fra le location cinematografiche del territorio sulle tracce di Luchino Visconti, Gianmaria Volontè e Francesco Rosi. Gli aspetti della collaborazione con il LFF saranno approfonditi nella conferenza stampa prevista per martedì prossimo (6 agosto) a Potenza nella sede della Lucana Film Commission, quando sarà presentato anche il programma ufficiale della manifestazione.

Nutrite le proposte delle sezioni non competitive, con il ritorno di Lucania Film Makers, che ospita tre titoli lucani, e il blocco di Next Future, con cinque corti che racchiudono più di una promessa di prospettiva da parte di giovani registi. Capitolo a parte fa la proiezione di “Una domenica notte”, primo lungometraggio di Giuseppe Marco Albano, regista cresciuto anche con il Lucania Film Festival, in cui più volte ha concorso, e salito agli onori delle cronache nazionali ed internazionali con la sua coraggiosa produzione tutta lucana. Ultima, ma non meno importante novità, è rappresentata dalla collaborazione tra il LFF e la biennale internazionale di arte multimediale WRO che si tiene in Polonia e rappresenta il principale forum di arte attraverso i nuovi media risultando uno dei più importanti eventi di arte contemporanea in Europa.

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Cinema

TFF 37: un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc

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Il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre) annuncia un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc dal titolo “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo”, composto da quattro documentari e dalla conversazione con lo scrittore e filosofo Franco “Bifo” Berardi.

Si tratta di un’ulteriore riflessione rispetto a quanto affrontato lo scorso anno nel focus TFFdoc/apocalisse: in questo periodo connotato dall’attesa della catastrofe e angosciato dall’ urgenza di evitarla, TFFdoc ha deciso di concedersi il tempo di fermarsi a contemplare ciò che abbiamo intorno, di godere del piacere dello stare nel mondo.

“L’esaurimento non concerne solo le risorse fisiche ma anche l’energia nervosa della popolazione il cui cervello tende all’ esplosione psicotica” (Franco “Bifo” Berardi, L’esaurimento, Nero Magazine, 2019); noi riteniamo che la bellezza, sottraendoci alla logica dell’accumulo, ci possa salvare.

Incontro con Franco “Bifo” Berardi 

Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019), terrà un incontro abbinato alla proiezione del documentario di Christian LabhartPassion – Beetwen Revolt and Resignation, con l’obiettivo di guidare lo spettatore e aiutarlo a orientarsi nella follia del mondo contemporaneo, travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta, che provocano le diseguaglianze globali.

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Comme si, comm ça diretto da Marie-Claude Treilhou

Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta, il documentario si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

Time and Tide diretto da Marleen Van Der Werf

La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

Últimas Ondas diretto da Emmanuel Piton

Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ultimu sognu diretto da Lisa Reboulleau

Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

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Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

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Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

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Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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