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Cinema

Selva Nera, il festival internazionale del cinema fantastico in Veneto

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selva nera

Il Selva Nera è il primo festival internazionale del cinema fantastico in Veneto. La seconda edizione si svolgerà sabato 24 e domenica 25 novembre a Selvazzano Dentro, cittadina alle porte di Padova, nel club “Arena Games”. Durante l’evento verranno presentati in concorso 8 lungometraggi indipendenti di ogni genere (horror, fantascienza, thriller, fantasy) e provenienti da tutto il mondo. I riconoscimenti assegnati saranno 4: il Premio al Miglior Film, il Premio al Film Più Originale, la Menzione Speciale per il 2° Posto e la Menzione Speciale per il 3° Posto. Inoltre verrà consegnato un Premio alla Carriera al regista Ivan Zuccon.

Il programma prevede la proiezione di cortometraggi italiani e stranieri non in concorso (con i registi presenti in sala) e la presentazione di contenuti inediti (clip, trailer, backstage) di altri lungometraggi. Il Selva Nera darà spazio anche a scrittori emergenti di libri e saggi a tematica horror e sci-fi: ci saranno incontri, esposizioni, spazi dedicati e molte altre sorprese. Lo spirito del Festival è quello di dare ampia visibilità a film indipendenti poco rintracciabili e difficilmente fruibili in sala. La manifestazione nasce con l’intento di favorire l’incontro e il dibattito tra appassionati di cinema fantastico e addetti ai lavori, in un ambiente informale, partecipativo e di scambio culturale. L’ingresso è gratuito per l’intera durata del Festival.

IL PROGRAMMA:

SABATO 24 NOVEMBRE

-15.30/16.45 “RACCONTI FANTASTICI” del Collettivo Amanda Flor (Italia 2012, lungometraggio in concorso)

-16.50/18.10 HOW TO SAVE US” di Jason Trost (Usa 2014, lungometraggio in concorso)

-18.15/19.20 “CORD” di Pablo Gonzalez (Francia/Colombia/Germania 2015, lungometraggio in concorso)

-20.30/22.15 “IL DEMONE DI LAPLACE” di Giordano Giulivi (Italia 2017, lungometraggio in concorso)

-22.20/23.50 “BUNNY THE KILLER THING” di Joonas Makkonen (Finlandia 2015, lungometraggio in concorso)

-00.00/00.10 “NINO CRUZ” di Lulofilms e Crypt Tv (cortometraggio)

-00.15/00.25 “THE SILENT GOD” di Viking Almquist (cortometraggio)

-00.30/00.40 “AQUELARRE GUISADO” di Jacobo Conceptiòn Cardona (cortometraggio)

-00.45/00.55 “CAT SICK BLUES” di Dave Jackson (cortometraggio)

DOMENICA 25 NOVEMBRE

-15.30/16.40 “42-66 – LE ORIGINI DEL MALE” di Dario Almerighi (Italia 2017, lungometraggio in concorso)

-16.45/18.05 “ZOOSCHOOL” di Andrea Tomaselli (Italia 2015, lungometraggio in concorso)

-18.10/19.45 “MATAR A DIOS” di Caye Casas e Albert Pintò (Spagna 2017, lungometraggio in concorso)

-20.45/23.25 Interviste e proiezioni cortometraggi:

·“UNA DISCESA NEL MAELSTROM” di Giovanni Pianigiani– Intervista allo scrittore GIORGIO BORRONI

·“GRINDGORE – DEDIT* ALLA MERDA” di Aristide Buffometto

·“MALORDA” di Alessandro Fantini

·Intervista alla scrittrice JOE LAKE (e proiezione del booktrailer del libro “Cannibalism”)

·Intervento dei GHOST HUNTER PADOVA

·“ABSISTITE LUCO” di Andrea Maccarri

·“THE ETERNAL CYCLE OF ILLUSION” di Nicola Pattaro Pegg

·“IL DEMONE DELL’ACQUA” di Cristian Tomassini

·Intervista a DIEGO CARLI, PAOLO ROZZI e CAMILLA CARLI + “DAD” (cortometraggio)

·Intervista al fumettista MASSIMO PERISSINOTTO

·“FRICOZOID” di Federico Scargiali

·Proiezione dei trailers di “Curse of the blind dead”, “WitchStar” e “Fuck you immortality

·Intervista all’attrice ALICE ZANINI, ai registi RAFFAELE PICCHIO e FEDERICO SCARGIALI, e al produttore FRANCESCO ALIBERTI (per MAFARKA FILM)

·Intervista al regista ANDREA MARFORI

·Intervista al regista IVAN ZUCCON (consegna Premio alla Carriera)

00.00/00.30 PREMIAZIONI FINALI

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Cinema

Jojo Rabbit | La recensione del film di Taika Waititi

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jojooo

Candidato a numerosi Oscar, Jojo Rabbit è stato il film vincitore della “sceneggiatura non originale”. Sicuramente uno dei film migliori della scorsa annata.

Jojo Rabbit | La sinossi del film

Un bambino tedesco, fanatico nazista che ha come amico immaginario Hitler, passa le sue giornate all’addestramento per giovani nazisti. La sua vita cambia quando scopre che la madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea.

Jojo Rabbit | La recensione del film

Taika Waititi crea una favola nera e sconfigge il nemico attraverso l’uso dell’ironia con cui ridicolizza un’ideologia assurda. In “Jojo Rabbit” Hitler è una presenza solo nella mente di Jojo, che quindi diventa allegoria di un’ideologia soffocante e manipolatoria che cerca di corrompere gli animi innocenti: i bambini. Bambini che vengono preparati alla guerra ed educati all’odio e al pregiudizio. Jojo è combattuto, inizierà infatti a provare simpatie per la ragazza ebrea nascosta nella sua casa nonostante il suo ossessivo fanatismo e l’incessante rievocazione (attraverso la figura idealizzata di Hitler) dei falsi principi con i quali è stato cresciuto.

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Proprio grazie all’inizio di questa particolare amicizia e grazie all’amore della madre Jojo riuscirà ad aprire gli occhi, ad uscire dalla caverna da cui era prigioniero e iniziare finalmente ad essere libero. Il regista presta particolare atenzione ai protagonisti: il personaggio di Jojo fa riflettere lo spettatore: come si può giudicare un bambino nazista dopo che esso è stato educato alla guerra? Jojo è lo specchio delle conseguenze dell’odio. Davanti ad un bambino che loda il fuhrer lo spettatore non resta indifferente.

Le altre due protagoniste sono due donne forti. Rosie, la mamma di Jojo, è la rappresentazione dell’amore materno, di un’amore paziente, incondizionato e spesso sofferto in quanto apparentemente impotente. Rosie, infatti, ha una diversa ideologia morale e politica rispetto a suo figlio eppure, senza costrizione, cerca di impartirgli insegnamenti completamenti diversi da quelli nazisti. Poi c’è Elsa, una ragazza ebrea forte e coraggiosa ma anche molto sensibile capace di vedere la bontà di Jojo che si cela sotto la divisa nazista. Tutti gli attori hanno interpretato benissimo le loro parti, nota di merito alla bravissima Scarlett Johansson. Grazie alla scenografia e alla splendida fotografia Waititi ricrea le atmosfere fiabesche e colorate di Wes Anderson che segnano un netto contrasto con la guerra e l’oppressione che aleggiavano in quegli anni.

Jojo Rabbit non regala solo risate ma anzi riesce a creare un giusto connubio tra commedia e drammaticità alternando momenti emozionanti e commoventi a momenti divertenti ma anche riflessivi, il tutto con il sottofondo di una colonna sonora pazzesca. Molti dettagli del film sono importanti, come ad esempio la danza che viene citata più volte e rappresentata come atto liberatorio ma anche l’amore per la vita.
Taika Waititi continua il viaggio cinematografico intrapreso da Chaplin più di settant’anni fa con Il grande dittatore sconfiggere la guerra con l’umanità, l’odio con l’amore.

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Cannes 2020 | Annunciata la selezione ufficiale del festival che non ci sarà

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cannes 2020

Thierry Frémaux l’aveva detto ed è stato di parola, seppur la dichiarazione sia parso più uno sfoggio personale atto a celebrare il Festival del cinema per eccellenza – che di certo non aveva bisogno di superflui lustrini – che un effettiva risposta al forzato annullamento di Cannes 2020 a causa dell’epidemia di Covid-19. In ogni caso il delegato generale ha annunciato ieri, insieme al presidente del festival Pierre Lescure, la selezione di titoli che era stata prevista per l’edizione di quest’anno: film che potranno essere presentati o concorrere in altre kermesse (la grande rivale Venezia esclusa) o distribuiti direttamente in sala a patto di portare con loro il marchio Cannes. Un totale di 56 titoli – nessun italiano – annunciati senza la sezione nella quale avrebbero dovuto gareggiare, con ben quindici esordi e sedici produzioni a marchio femminile. Ma vediamo insieme una panoramica delle pellicole più interessanti che avrebbero dovuto originariamente vedere la prima luce delle sale sul suolo d’Oltralpe.

Da Wes Anderson a François Ozon

the french dispatch

The French dispatch

Il film più atteso dalla critica e dal pubblico era sicuramente The French Dispatch di Wes Anderson, pronto ad accompagnarci nelle dinamiche relazionali della sezione francese di quotidiano americano con il supporto di un cast delle grandissime occasioni (capitanato dai suoi feticci Bill Murray, Owen Wilson e Adrien Brody). Ma la lista di grandi autori è lunghissima, da François Ozon con il viaggio nostalgico in un’estate degli anni ’80 di Été 85 al “doppio” Steve McQueen con Mangrove and Lovers Rock – facenti parte di un progetto antologico per BBC Films -, da Thomas Vinterberg che in Druk – Another Round torna a collaborare col fido Mads Mikkelsen a Bruno Podalydès con Les Deux Alfred.

Leggi anche: Cannes 2019, i film e le star più attese in questo nuovo giro di Croisette

Dall’Oriente con furore

peninsula

Peninsula

Ma è soprattutto il cinema orientale a pagare il prezzo più alto: nell’edizione successiva al trionfo di Parasite (2019) erano molte infatti le proposte “con gli occhi a mandorla” pronte a caratterizzare le varie sezioni. Sia dal punto di vista più spettacolare, con Peninsula di Yeon Sang-ho – sequel dell’instant cult Train to Busan (2016) che avrebbe fatto saltare dalla sedia i critici più abbottonati, che da quello più intimista e crepuscolare: la lunga lista include i nuovi lavori di maestri/e conclamati quali Hong Sang-soo (con Heaven), Naomi Kawasi (True mothers), Im Sang-soo (Évent), oltre alla visione globale di Septet: The Story Of Hong Kong, che ripercorre la storia del cinema dell’ex colonia britannica attraverso lo sguardo di sette grandi registi come Ann Hui, Johnnie To, Tsui Hark, Sammo Hung, Yuen Woo-Ping, Patrick Tam e Ringo Lam.

Non manca l’animazione, con il nuovo atteso lavoro della Pixar ossia il Soul diretto da Pete Docter – recentemente autore dell’ottimo Inside out (2015) e l’ultimo film dello studio Ghibli firmato dal figlio d’arte Goro Miyazaki, il fantastico Aya and the Witch. Tra i debutti d’eccellenza dietro la macchina da presa citiamo il Failing di Viggo Mortensen: anche lui, come i suoi colleghi esordienti e meno famosi, avrebbe forse voluto vivere l’emozione della “prima volta” in maniera ben diversa.

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Paolo Sorrentino | I 50 anni del regista italiano

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paolo sorrentino

Ha compiuto mezzo secolo l’appena trascorso 31 maggio uno dei registi italiani capaci di ridare lustro e risalto al nostro cinema, ossia Paolo Sorrentino. Napoletano verace e rimasto orfano in età adolescenziale di entrambi i genitori, cresciuto col mito di Maradona e con una parallela carriera da scrittore, Sorrentino ha definitivamente conquistato il pubblico mondiale con La grande bellezza (2013), capace di vincere sia l’Oscar che il Golden Globe per il miglior film straniero, consacrando infine il suo particolarissimo stile che pure è ancor oggetto di diatribe tra sostenitori e detrattori. In occasione di questa importante ricorrenza, ripercorriamone insieme le fasi più importanti della carriera.

Gli inizi e i primi successi

L’esordio effettivo avviene all’età di ventiquattro anni con il cortometraggio, co-diretto a quattro mani, Un paradiso (1994) – incentrato su un uomo prossimo a suicidarsi – e in quel periodo collabora come ispettore di produzione per progetti altrui, un’esperienza considerata poco soddisfacente, e nelle vesti di sceneggiatore (scrisse anche alcuni episodi della serie tv La squadra).

Bisogna attendere la fine degli anni ’90 per il primo lavoro interamente suo, il corto L’amore non ha confini (1998) dove il suo approccio alla macchina da presa comincia già ad emergere tra sussulti surrealisti e omaggi a classici del cinema. Inizia così la collaborazione con la Indigo Films, proseguente a tutt’oggi, e tre anni dopo realizza un’operazione sociale contro la dipendenza delle droghe per la regione Lombardia, La notte lunga (2001).

il divo

Il divo

Arriva così il momento del debutto nel lungometraggio con L’uomo in più (2001), presentato a Venezia con ottimi riscontri e vincitore di un Nastro d’Argento, che segna anche l’inizio della sua fruttuosa collaborazione con Toni Servillo. Un sodalizio che si ripeterà nel successivo Le conseguenze dell’amore (2004) e ormai si può effettivamente parlare di una poetica “sorrentiniana”, con la critica che lo celebra in forma sempre maggiore (il film vince tra i tanti 5 David di Donatello) e il pubblico che si accorge del regista.

L’amico di famiglia (2006) non bissa il successo del predecessore ma ormai il cineasta si è fatto un nome e i grandi Festival fanno a gare per contendersi i suoi nuovi lavori. Il primo grande exploit, entrato nell’immaginario collettivo anche per via del tema trattato, è sicuramente Il divo (2008), dove il fido Servillo veste i controversi panni di Giulio Andreotti: vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes, è il definitivo spartiacque della carriera, ora senza più freni inibitori, ed esalta allo stato puro la sua iconica cifra stilistica.

Leggi anche: Loro 1, la recensione del film di Paolo Sorrentino

La consacrazione e gli ultimi lavori

la grande bellezza

La grande bellezza

Arriva il momento per il primo lavoro in lingua inglese, con una star quale Sean Penn e un cast delle grandi occasioni (Frances McDormand e Harry Dean Stanton tra i tanti) che prendono parte a This must be the place (2011), malinconica storia di una rockstar del passato che si mette alla ricerca di un criminale di guerra nazista.

Ideale preambolo a quanto avverrà due anni dopo, quando La grande bellezza (2013) “fa il botto” e agguanta a distanza di poche settimane il Golden Globe e l’Oscar: nonostante la critica italiana fosse divisa, è un plebiscito da parte degli spettatori, che lo premiano con incassi record. Ormai tutti lo cercano e vogliono lavorare con lui, come dimostra il secondo progetto internazionale Youth – La giovinezza (2015), dove si trova a dirigere interpreti del calibro di Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano e Jane Fonda.

the young pope

The Young Pope

Il suo ultimo lavoro per il grande schermo è stato il dittico di Loro (2018), diviso appunto in due episodi e raccontante la figura di Silvio Berlusconi e le conseguenti derive del berlusconismo: un progetto ambizioso ma altrettanto incapace di mettere d’accordo le varie voci critiche.

Nel frattempo però Sorrentino era partito all’assalto del piccolo schermo, dove con la serie The Young Pope ha portato nuova linfa agli standard televisivi: un progetto irriverente e sontuoso impreziosito dalle performance di Jude Law, Diane Keaton e Silvio Orlando, a cui seguirà nei primi mesi di quest’anno la seconda stagione ribattezzata The New Pope con l’importante aggiunta nel cast di John Malkovich. Tra i nuovi progetti in cantiere vi è il film biografico Mob Girl, previsto in uscita per quest’anno – ma ritardato dall’emergenza Covid-19 – e raccontante la storia vera di una donna (Jennifer Lawrence) diventata informatrice per l’FBI.

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