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“Una separazione” in corsa verso l’Oscar : Intervista all’attore Babak Karimi

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(Foto di Barbara Ledda)

Già Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino 2009 con About Elly, il giovane regista iraniano Asghar Farhadi, con il suo ultimo lungometraggio Una separazione, si aggiudica un nuovo successo alla 61esima edizione della Berlinale, presieduta da Isabella Rossellini, guadagnando l’Orso d’oro per il Miglior Film, l’Orso d’Argento per la miglior interpretazione maschile e femminile, l’Ecumenical Jury Prize e il Peace Award College. Il film è inoltre candidato all’Oscar come Miglior film straniero.
Che si tratti di capolavoro non c’è dubbio, semplice, intenso e profondo, a tratti doloroso, Una separazione, va dritto al cuore dello spettatore stimolandone, al tempo stesso, lo spirito critico attraverso i numerosi spunti di riflessione che il regista ha abilmente insinuato in una trama semplice ma efficace. Il film racconta la storia di una separazione, quella di Nader (Peyman Moaadi) e Simin (Leila Hatami), dovuta al desiderio della donna di lasciare l’Iran per dare un futuro migliore alla figlia Termeh, e al rifiuto del marito di abbandonare il padre malato di Alzheimer. Apparentemente circoscritto alla realtà iraniana, il film si veste di universalità quando ci si rende conto che i drammi vissuti dai personaggi potrebbero toccare chiunque, in qualunque parte del mondo, perché sono drammi semplicemente umani, al di là degli stereotipati concetti di oriente e occidente.

La particolarità di questo film – ci spiega l’attore Babak Karimi che interpreta il ruolo del giudice – è che non si fossilizza su questioni estremamente locali ma fa riferimento a un ceto urbano che ormai oggi è uguale dappertutto, io non vedo differenze tra un impiegato di banca a Teheran e un altro in Italia o in altri paesi del mondo. A parte una piccola percentuale di aspetti strettamente iraniani, le tematiche e le problematiche familiari trattate, sono ormai sempre più comuni, magari può cambiare la forma espressiva ma nella sostanza l’animo umano è uguale ovunque, ama e soffre allo stesso modo. Ho potuto constatare che dal Giappone a Roma, il pubblico ha avuto le stesse reazioni e si è riconosciuto in certe dinamiche”. Un film, dunque, che supera i confini geografici, che documenta ma non denuncia, nonostante la prima scena veda Simin spiegare al giudice che non può far crescere sua figlia in un paese come l’Iran. Ma se Simin vuole andare via, gli altri, in fondo, hanno il coraggio di restare, come Nader, e soprattutto come l’adolescente Termeh, (magistralmente interpretata da Sarina Farhadi, figlia del regista), intrappolata in un dramma lacerante, costretta a scegliere, suo malgrado, con quale dei due genitori andare a vivere dopo la loro separazione. Insomma, parlano i personaggi ma il regista non prende posizione, e questo, forse, rende il film meno politico di quanto possa sembrare.

Non è un film prettamente politico, – chiarisce Karimi – perché non tratta di politica ma della condizione umana che è fatta di scelte morali, etiche e psicologiche. Ha però varie responsabilità, tra cui, ‘anche’ una responsabilità politica”. E una scelta morale e religiosa dovrà compiere Razieh (Sareh Bayat), badante del padre di Nader e fervente religiosa, quando dovrà decidere se giurare sul Corano la colpevolezza di Nader per averle fatto perdere il bimbo che portava in grembo durante una lite. La donna ha dei grossi dubbi sulla responsabilità dell’uomo e pur sapendo che il risarcimento che Nader è pronto a darle, potrebbe risollevare le sorti economiche della sua poverissima famiglia, si lascia divorare dal conflitto interiore per il giuramento da fare perché non potrebbe mai convivere con il peso di aver mentito a Dio. Verrebbe da azzardare l’ipotesi che la percezione della fede sia strettamente legata al ceto sociale, ma Karimi chiarisce che non è sempre così: “La povertà, – dice –spesso genera un malessere che gran parte delle religioni monoteiste cerca di compensare attraverso il principio della sofferenza terrena premiata con la promessa del paradiso. Un modo per le classi povere di superare le difficoltà del presente. Ma la linea di demarcazione non è sempre così netta, specie in un regime islamico come l’Iran, dove molti religiosi hanno sostanziosi conti in banca perché sono diventati ricchissimi proprio attraverso il sistema”.

Religione, giustizia, voglia di emancipazione. bugie in buona fede, sono temi che si alternano e si impongono nella trama, con crescente tensione emotiva per il pubblico, a cui il regista non fornisce risposte ma dona semplicemente un seme che lascia germogliare nella coscienza di ognuno. E forse è proprio questa la marcia in più di Farhadi, l’arma che gli permette di aggirare la censura, questo suo non schierarsi e fare in modo che sia lo spettatore a prendere posizione e a giudicare: “Una separazione– dice Babak – fa appello in qualche modo al senso di responsabilità dello spettatore, perché in fondo tutti facciamo parte di questa società e abbiamo una responsabilità civile su quello che sta avvenendo, anche se a volte pensiamo che non ci riguardi”. Farhadi non vuole dare risposte, al contrario, ribalta questo gioco in modo tale che, uscendo dalla sala, il pubblico si ponga delle domande. In merito alla censura, c’è da dire che il film ha avuto un blocco di dieci giorni non a causa dei contenuti, ma perché Farhadi, durante una premiazione per About Elly, ha espresso il desiderio di poter rivedere presto su quel palco i suoi colleghi Panahi, Makhmalbaf, Beyzai. Questo elenco non è piaciuto e il giorno dopo è arrivata la telefonata che bloccava il film. C’è stata tutta una lunga trattativa per riuscire a sbloccarlo ma dopo due settimane si è risolto tutto.
Tutti i protagonisti si ritroveranno in tribunale davanti a un giudice (Babak Karimi) che ha l’arduo e scomodo compito di dare una svolta ai loro drammi. Una matassa difficile da sbrogliare dal momento che tutti sembrano aver ragione, per un motivo o per un altro, anche lo stesso marito di Razieh, Hodjat (Shahab Hosseini) che perde più volte il controllo in aula, preso dalla disperazione e imbottito di psicofarmaci. Il giudice è consapevole di tutto questo e mentre sorseggia il suo thè pensieroso, vorrebbe forse essere altrove piuttosto che decidere delle vite altrui, perché dietro il burocrate c’è l’essere umano, spesso lacerato dal peso della responsabilità di cui è investito quotidianamente.

Di certo, un ruolo impegnativo quello interpretato da Babak Karimi. “Io non avevo mai visto come lavora un giudice iraniano- spiega – ma l’osservazione sul campo mi ha aiutato a entrare nel personaggio. Durante le prove, ho avuto un permesso per entrare in aula e assistere alle udienze. Ho individuato tre giudici che in qualche modo sono stati i miei referenti per costruire il personaggio e ho trascorso un mese e mezzo osservando il loro quotidiano. Quello del giudice è un ruolo molto particolare perché difficilmente viene visto come un essere umano che all’interno di un ingranaggio ha un ingrato compito da svolgere con convinzione. In quasi tutta la storia del cinema inoltre, viene sempre giudicato a priori perché se si tratta di un film critico, la figura del giudice è di solito cattiva e ingiusta, se è un film di regime, è esageratamente buona e se si tratta di un film comico, è esageratamente stupida. In realtà, alla fine, mi sono reso conto che si tratta semplicemente di impiegati che cercano di far bene il loro dovere, spesso anche con malessere perché sanno che quando un malvivente viene portato in tribunale è l’ultimo atto, mentre in realtà, la causa dei malesseri sociali è da cercare altrove. Non è solo dando un anno o due di carcere a qualcuno che si risolve il problema.”
Scene di assoluto neorealismo, potremmo dire. E’ evidente infatti, quanto Farhadi abbia attinto alla lezione neorealistica italiana ma altrettanto evidente è la capacità di fonderla sapientemente con il suo background teatrale, riuscendo a realizzare un cinema diverso, fatto non solo di abilità tecnica con la camera a mano, ma anche di attenzione ai dettagli e alle prove degli attori, sulle quali il regista insiste particolarmente perché, come da lui stesso dichiarato in una recente intervista, è in questa fase che gli interpreti colgono le sfumature per entrare nel personaggio.

Quanto al neorealismo, Babak Karimi lo conosce bene, non solo per l’esperienza maturata come docente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ma anche per essere figlio del poliedrico Nosrat Karimi, regista e attore, collaboratore di De Sica e Visconti: “Mio padre mi ha insegnato tutto, – dice l’attore – grazie a lui ho capito la differenza tra il mestiere e l’Arte. Un artista non puoi fermarlo, è un fiume in piena a cui non puoi impedire di creare, e mio padre, anche quando è stato interdetto, dopo la rivoluzione, ha continuato ad esprimersi in mille modi. La società iraniana post ’79, si è trovata un po’ nelle stesse condizioni di quella italiana, con una guerra, uno stravolgimento e una forte separazione sociale. Il neorealismo, che è un principio e non un genere, ha inciso profondamente sul cinema iraniano, gli ha conferito un aspetto più identitario ed è stato il veicolo che ha raccontato agli Iraniani cos’era l’Iran. Fondato sulla regola base che imponeva che tutti i personaggi fossero iraniani, ha formato un’intera generazione di cineasti e mio padre stesso è rimasto sempre molto fedele a questo principio, facendo sua una frase che un giorno De Sica gli disse: ‘Puoi mettere in scena qualsiasi storia purché la carta d’identità dei tuoi personaggi sia chiara’.
Babak ha esordito a 9 anni proprio con il padre nel film Il cocchiere, e ha costruito la sua carriera alternando l’attività di attore a quella di montatore. Nel ’71 si è trasferito in Italia, dove vive da 40 anni. Ha al suo attivo prestigiose collaborazioni con Abbas Kiarostami (Sotto gli ulivi, Il sapore della ciliegia, Tickets,), Gianfranco Rosi (After Words), Babak Payami (Il voto è segreto), Antonello Grimaldi (Caos calmo), Francesco Falaschi (Last minute Marocco), Pasquale Scimeca (Gli indesiderabili, Placido Rizzotto, La Passione di Giosuè l’ebreo, Rosso Malpelo). Dal 2004 è consulente alla Biennale di Venezia. Il suo essere cineasta, iraniano madrelingua e italiano di adozione, gli ha permesso di fare da trait d’union tra le due cinematografie, facendo conoscere al pubblico italiano nel ’91, un film straordinario, Bashu il piccolo straniero di Bahram Beyzai. Ha curato i dialoghi italiani, il doppiaggio e i sottotitoli del 90% dei film iraniani usciti in Italia, Una separazione compreso. E ora che Farhadi è riuscito a portare l’Iran verso l’Oscar, viene spontaneo chiedersi: ma l’Iran, in realtà, dove sta andando? “L’Iran è in una fase storica di cambio pelle generazionale e intellettuale – conclude Karimi – è in un momento molto delicato, di grande lacerazione perché quella iraniana è stata sempre una società molto patriarcale ma questa nuova generazione sta rompendo questo meccanismo, al di là delle questioni politiche, si tratta di un vero e proprio cambiamento sociale e culturale. C’è un divario davvero molto forte tra il modo di pensare della generazione dei padri, e quello dei figli. I giovani vogliono essere artefici del loro futuro”.

Dove sta andando l’Iran forse lo capiamo anche dagli sguardi tra Tarmeh e la piccola Somayeh (Kimia Hosseini), figlia di Razieh, nella sala d’attesa del tribunale, due volti che incarnano un dramma subito e non scelto ma in quel momento condiviso, sguardi profondi tra un’adolescente e una bambina, che la telecamera cattura e lo spettatore traduce secondo la propria sensibilità. Rappresentano il futuro e vorrebbero esserne protagoniste. E in attesa che le questioni politiche facciano il loro corso, Farhadi dimostra che l’arte può svolgere un ruolo sociale fondamentale: laddove la politica tende a puntare sulle divisioni, il compito dell’arte è trovare ciò che unisce.

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Intervista a Fabrizio Gifuni: “Trent’anni che faccio l’attore e non ho mai perso l’entusiasmo”

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Il Festival del cinema di Porretta Terme giunto alla XXI edizione (dal 3 al 10 dicembre) ha visto tra i suoi illustri ospiti, l’attore e regista romano Fabrizio Gifuni, vincitore del prestigioso Premio Speciale Elio Petri. Pochi minuti prima della cerimonia di premiazione, avvenuta ieri pomeriggio presso lo Spazio FCP, abbiamo avuto modo di intervistarlo telefonicamente e di ascoltare tutta la sua emozione nel ritirare questo premio, a lui molto caro per una serie di motivi che potrete scoprire leggendo le sue dichiarazioni.

Il successo della serie Esterno Notte di Marco Bellocchio

L’ ultimo successo – in ordine di tempo – di Fabrizio Gifuni è stata la serie Esterno Notte diretta da Marco Bellocchio e andata in onda lo scorso novembre su Rai Uno. L’interpretazione molto intensa e apprezzata da pubblico e critica, lo ha visto raccontare gli ultimi giorni di vita del fondatore della Democrazia Cristiana, a seguito del suo rapimento ordito dalle Brigate Rosse.

Tristemente protagonista di una via crucis durata cinquantacinque giorni di prigionia, prima della sua uccisione avvenuta il 9 maggio 1978, l’attore romano ha dato prova di un’altra interpretazione magistrale nei panni del fondatore della Democrazia Cristiana. Un racconto risultato ancora più intenso e toccante agli occhi dello spettatore, grazie ad una straordinaria somiglianza e trasformazione fisica di Fabrizio Gifuni nelle vesti di Aldo Moro.

Premio Speciale Elio Petri a Fabrizio Gifuni | la motivazione

Proprio sulla scia di questo grande risultato, la giuria del Festival del cinema di Porretta Terme ha voluto conferire a Fabrizio Gifuni il Premio Speciale Elio Petri con la seguente motivazione.

La straordinaria capacità di Fabrizio Gifuni nel confrontarsi con tutti i grandi personaggi e le più importanti situazioni del Novecento è alla base della sua straordinaria carriera come attore. Da Aldo Moro a Franco Basaglia, da Alcide De Gasperi all’economista illuminato di “La meglio gioventù”, Gifuni ha saputo con i suoi personaggi raccontare contraddizioni e sentimenti delle generazioni del secondo dopoguerra.

A teatro, poi, ha saputo portare sulla scena Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro con grande intensità, senza rinunciare a partecipazioni straordinarie importanti come in “Il capitale umano” di Paolo Virzì e senza rinunciare a importanti sperimentazioni come quelle nelle quali è stato diretto da Giuseppe Bertolucci e da Franco Battiato. Gifuni unisce una straordinaria tecnica recitativa a una grande sensibilità personale, che lo rendono un attore unico nel panorama dello spettacolo italiano.”

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Intervista a Fabrizio Gifuni

Ciao Fabrizio, complimenti e grazie per la disponibilità. La prima domanda che vorrei porti, forse è anche la più complessa: come stai?

Bella domanda, che bel modo per iniziare un’intervista. Sto bene. Compatibilmente con i tempi che non sono particolarmente luminosi e sono abbastanza apocalittici. Quest’anno sono trent’anni che ho scelto di fare questo lavoro professionalmente. Sono felice che in questa lunga marcia, non ho mai perso l’entusiasmo, la passione e la voglia di rendere onore al gioco che per me è la più alta delle attività umane.

Come sapevano gli antichi greci “solo chi sa giocare, può salvare la città”. I greci raccontavano nell’Edipo che si usciva dalle pandemie e dalle pestilenze risolvendo un indovinello e uccidendo la Sfinge. Credo che quella fosse una metafora molto precisa, che aveva a che fare anche con la capacità ludica dei cittadini, di mantenersi in contatto con il gioco e con l’infanzia.

Cosa vuol dire per te aver ricevuto il Premio Elio Petri al Festival del Cinema di Porretta Terme?

È una cosa che mi emoziona moltissimo. I premi naturalmente fanno sempre piacere quando arrivano, perché sono un riconoscimento al lavoro fatto fin qui. Ma questo mi fa particolarmente piacere, perché Elio Petri è stato uno dei registi, se non il regista, che ha maggiormente influenzato e determinato la mia scelta di fare questo mestiere più di trent’anni fa. La scoperta travolgente dei suoi film, a partire da Indagine, Classe operaia, Todo Modo, mi ha portato a pescare in questo pozzo meraviglioso delle meraviglie.

La visione di quei film e che non capivo durante la mia adolescenza e giovinezza, che non riuscivo a mettere a fuoco, sentivo che mi emozionavano particolarmente. Credo che il lavoro fatto da Elio Petri e la stagione che ha condiviso con l’altro gigante assoluto del nostro lavoro, Gian Maria Volonté, abbia portato qualcosa di realmente nuovo nel nostro Paese, non solo da un punto di vista artistico, ma da un punto di vista etico e intellettuale.

Un’altra cosa che mi emoziona, che ho detto recentemente, risale a trent’anni fa, quando ho iniziato a fare questo lavoro e mi sono imbattuto in un piccolo saggio della benemerita casa editrice che è Il Castoro, con la collana “Il Castoro cinema” dedicato ai registi. Ho letto un saggio su Elio Petri di Alfredo Rossi, davvero illuminante e che secondo me, meglio di qualsiasi altro scritto è riuscito a raccontare in profondità il cinema di Elio Petri. Scoprire che trent’anni dopo, nella giuria del premio Petri che mi verrà attribuito c’è proprio Alfredo Rossi, è qualcosa che mi emoziona particolarmente.

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Possiamo dire che è come un cerchio che si chiude?

Sono tanti cerchi che si chiudono. Questo premio arriva anche al termine di un anno e di un lavoro fra i tanti, molto impegnativo e gratificante come è stato Esterno Notte di Marco Bellocchio, che si aggira in territori abbastanza vicini al Todo Modo di Elio Petri. Tornare a lavorare su una figura come quella di Aldo Moro, che Volonté aveva incontrato due volte sul suo cammino cinematografico, una delle volte con Petri, mi fa pensare che a tanti piccoli segni, tanti piccoli fili che si riuniscono.

Elio Petri ha realizzato diversi film di denuncia, sulla classe operaia, che hanno alimentato qualche polemica. Anche tu hai fatto film impegnati in questo senso come La meglio gioventù, Romanzo di una strage, Il Capitale Umano, per citarne alcuni. Cosa ne pensi del ruolo del cinema per veicolare messaggi di cambiamento e ideologia?

Questo è un discorso complesso che meriterebbe molto più tempo, perché temo che in due battute si riduca molto il discorso. Credo che il cinema continui ad essere, sia pure con un tempo profondamente diverso rispetto a come si muovevano cineasti come Elio Petri, Rosi, Montaldo, i grandi protagonisti della stagione del grande cinema italiano. Per questo credo che è difficile fare un qualsiasi tipo di raffronto.

Il cinema continua a esserci nonostante i cambiamenti, nonostante le crisi profonde, a essere uno strumento straordinariamente grande. Così come lo è il teatro, al quale io dedico sempre molti mesi del mio lavoro durante l’anno, che non ho mai lasciato e che è profondamente collegato per vasi comunicanti al lavoro che cerco di fare al cinema e in televisione, quando se ne presenta l’occasione. Non ho mai creduto agli attori teatrali, agli attori cinematografici e agli attori televisivi. La pratica e la professione è una sola, poi sta a ciascun interprete declinare a seconda della propria passione, del proprio talento o dell’occasione il proprio lavoro in un ambito piuttosto che in un altro, però l’attore resta una cosa sola.

Il cambiamento più grande è stata la saturazione delle immagini. Da alcuni decenni, anzi negli ultimi vent’anni, siamo affogati quotidianamente da immagini che ci arrivano dai computer e dai telefoni, per cui, riuscire attraverso le immagini a restituite ancora una sorpresa, uno stupore, uno scandalo e essere particolarmente incisivi da un punto di vista emotivo, oltre che intellettuale, è molto più difficile rispetto a un tempo. Poi ci sono temi che non tramontano mai, come la libertà di espressione, dell’autocensura, ricordando quanto sia importante resistere in ogni epoca alle censure di ogni Paese. Questa forma di repressione viene portata avanti anche a Paesi apparentemente democratici ma dotate di forme molto più suadenti di autocensura per cui un’artista è chiamato a smarcarsi.

I Festival sono sempre un’occasione per toccare il cinema con mano in un certo senso, come le sale cinematografiche che permettono l’esperienza di uscire di casa e ritrovarsi in un luogo per condividere le emozioni di un film con gli altri. Vorrei chiederti, cosa ne pensi del futuro della sale e dell’ascesa dello streaming? Tra l’altro, anche tu stesso hai avuto modo di interpretare il ruolo di protagonista in un film d’azione, La Belva per Netflix, mostrandoti in una versione inedita, sconvolgente e molto ben riuscita.

Grazie mille, mi fa piacere che sia piaciuto il personaggio interpretato ne La Belva. Come dicevo all’inizio, questo vuol dire anche rendere onore al gioco. La produzione cinematografica e televisiva con l’avvento delle piattaforme hanno cambiato inevitabilmente la sala. Passare dal personaggio de La Belva a quello di Esterno Notte, significa smarcarsi da un certo tipo di pigrizia, soprattutto del sistema produttivo che tende molto a incasellare gli attori dividendolo come attore drammatico, comico, borghese, proletario, ed è la morte di questo lavoro. Penso che siamo nel pieno di un cambiamento epocale, che non riguarda solo il nostro lavoro, ma tutto il Pianeta.

Per quanto riguarda il nostro lavoro, trovo che sia una sfida tutta da giocare, perché credo che ci siano tutti i margini per recuperare la funzione e l’affascinazione della sala cinematografica, senza negare quello che è successo e dal quale non si tornerà indietro. Credo che sia necessario, soprattutto per le nuove generazioni, uno sforzo di inventiva e di fantasia, per reinventare quei luoghi. Le sale cinematografiche novecentesche sono in grandissima difficoltà e come sono state concepite un tempo, corrispondevano a una società che non è più questa.

Bisogna trovare il modo di far resuscitare il desiderio di uscire di casa, di andare in un luogo, di condividere un’esperienza e di staccarsi dal divano, in cui comodamente possiamo usufruire di milioni di titoli. Ci vuole uno sforzo di fantasia, di inventiva, è una bella sfida che non credo sia persa in partenza, però non è solo con gli slogan o gli appelli che si può risolvere il problema, ci vuole qualcosa di più.

Prima di salutarci vorrei porti un’ultima domanda: guardandoti indietro, professionalmente parlando, rifaresti tutto ciò che hai fatto?

Si. Naturalmente ci sono cose di cui sono più contento e altre meno contento. Ma non c’è niente che non rifarei e questo mi da un certo sollievo perché vuol dire che questi primi trent’anni di marcia sono stati fatti con un certo criterio e quindi rifarei tutto. Sicuramente alcune cose le rifarei in un altro modo, ma non c’è qualcosa di cui mi pento.

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Cinema

Improvvisamente Natale: video intervista a Diego Abatantuono, Violante Placido e Sara Ciocca

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Questa mattina è stato presentato in anteprima a Milano, il film Improvvisamente Natale diretto da Francesco Patierno e interpretato da Diego Abatantuono, Violante Placido, Lodo Guenzi, Anna Galiena, Antonio Catania, Sara Ciocca, Michele Foresta, Gloria Guida, Paolo Hendel e con la partecipazione straordinaria di Nino Frassica. Adatto a tutta la famiglia, questa commedia natalizia sarà disponibile dal 1° dicembre su Prime Video.

La video intervista con il cast

A un mese dal Natale, questo pomeriggio abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Diego Abatantuono, Violante Placido e la giovane attrice Sara Ciocca. Se volete ascoltare i loro aneddoti personali legati al Natale e in che modo considerano la famiglia raccontata nel film, cliccate nel player in basso.

Leggi anche: Diego Abatantuono presenta Belli di papà: “Chiedete ai miei figli se sono stato un bravo padre”

Leggi anche: McMafia: la recensione d’autore di Francesco Patierno in esclusiva per NewsCinema

Improvvisamente Natale | La sinossi ufficiale

Per Chiara (Sara Ciocca) il Natale è un momento speciale, ancor più di quanto lo sia per ogni bambino. Ogni anno, infatti, il Natale è anche l’occasione per rivedere l’adorato nonno Lorenzo (Diego Abatantuono), proprietario del delizioso alberghetto d’alta montagna che ospita i festeggiamenti della famiglia.

Quest’anno, però, i genitori di Chiara, Alberta (Violante Placido) e Giacomo (Lodo Guenzi), hanno deciso di mettersi in macchina sotto il sole bollente d’agosto, per una visita fuori stagione a Lorenzo, perché hanno bisogno di lui per dare a Chiara l’amara notizia: si stanno separando. Forse, se glielo dicesse lui, la piccola soffrirebbe meno…

Il nonno, già in crisi perché rischia di dover vendere il suo amato hotel, accetta l’ingrato incarico di dare la notizia alla nipotina, ma prima vuole regalarle l’ultimo Natale felice… a Ferragosto!

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Interviste

Piove | La video intervista a Paolo Strippoli e al cast

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piove video intervista

In occasione della presentazione ad Alice nella città, durante la 17esima Festa del Cinema di Roma, Newscinema ha avuto il piacere di realizzare una video intervista con il regista e i protagonisti di Piove – in sala per Fandango dal 10 novemmbre.

Paolo Strippoli,, accompagnato da Francesco Gheghi, Cristiana Dell’Anna, Leon Faun e Fabrizio Rongione, esprime i suoi dissapori circa il divieto ai minori di 18 anni dato al film, prima di addentrarsi nel vivo della realizzazione della sua opera seconda.

Leggi anche: Piove | L’horror si arricchisce di un nuovo gioiello firmato Paolo Strippoli

Il cineasta pugliese, romano d’adozione, classe 1993, si è imposto all’attenzione del grande pubblico con A Classic Horror Story, disponibile su Netflix. E torna ora a emozionare il suo pubblico, con una storia di famiglia dal retrogusto horror. Lanciando un segno importante all’interno del panorama italiano (ma non solo), che si arricchisce di un titolo assolutamente degno di nota e imperdibile.

Piove | La trama

Dopo la morte della moglie Cristina (Dell’Anna), Thomas (Rongione) deve fare i conti con una realtà difficile, pesante, ma inevitabile. La figlia piccola, Barbara (Aurora Menenti), vive su una sedia a rotelle, nella speranza che possa un giorno tornare a camminare. Il maggiore, Enrico (Gheghi), prova un odio profondo nei confronti del genitore, allontanandosene ogni giorno di più. Solo per amore di Barbara, i due continuano a convivere nella stessa casa e a scambiarsi, di tanto in tanto, qualche parola.

Come fosse uno specchio di ciò che sta vivendo la famiglia Morel, Roma viene invasa da una di melma che fuoriesce dai tombini quando piove e da una sorta di nebbia corposa e asfissiante. Sebbene non se ne conoscano le origini, appare evidente che qualcosa di strano è in atto. La capitale ha perso i suoi confini e comincia a essere popolata da esseri furiosi, privi di razionalità e di scrupoli.

Leggi anche: Circeo | La video intervista a Greta Scarano e Ambrosia Caldarelli

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