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Logan, 8 cose del fumetto Old Man Logan che ci piacerebbe vedere nel film

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Solo qualche mese fa è stato pubblicato il primo trailer del film Loganche, stando ai rumors, dovrebbe essere l’ultimo di Hugh Jackman nei panni del supereroe, dopo ben 17 anni. Il film è diretto da James Mangold già regista di Wolverine – L’immortale, ed è liberamente tratto dal fumetto Marvel uscito nel 2008 dal titolo originale Old Man Logan. Leggendo il fumetto si può notare fin da subito la sua originalità sia per le tematiche trattate, sia per le ambientazioni; ci sono diversi elementi che ci piacerebbe rivedere nel film in programma per il 2017, ma sappiamo che sarà quasi impossibile per le tante difficoltà che si possono incontrare nella trasposizione del fumetto a livello cinematografico.

Eccovi quindi le 8 cose (8 come gli albi del fumetto) che ci piacerebbe rivedere nel film. Piccola premessa: i fatti descritti si svolgono in un futuro apocalittico in cui gli eroi sono quasi del tutto neutralizzati e i cattivi hanno preso il sopravvento spartendosi l’America in diversi territori. Ormai quasi nessuno ricorda come ciò sia potuto accadere e si cerca di sopravvivere nel regno del terrore che si è venuto a creare. Logan è un sopravvissuto, si è trasferito a Sacramento ( California ), ha messo su famiglia e trascorre una vita felice e dignitosa nonostante le mille difficoltà giornaliere.

L’apparizione di Occhio di Falco

Da quando il male ha preso il sopravvento, tutti i cittadini (sudditi) sono costretti a pagare ingenti somme di denaro ai padroni del territorio. Logan vive a Sacramento e questo territorio appartiene alla famiglia di Bruce Banner (che non è l’eroe che siamo abituati a vedere, ma un uomo anziano che in vecchiaia perde la ragione a causa delle radiazioni a cui si è sottoposto) che usa i suoi nipoti per estorcere denaro ai cittadini. Quando questi si recano nell’abitazione di Logan scoprendo che non ha i soldi necessari, lo pestano a sangue dandogli un ultimatum per il prossimo pagamento. Logan ha quattro settimane per racimolare il denaro necessario e accetta l’offerta di Occhio di Falco di aiutarlo a trasportare una misteriosa valigetta in cambio di denaro. Logan e Barton formano un duo insospettabile, sarebbe veramente interessante vederli lavorare fianco a fianco.

Visitare Hammer Falls

Durante il loro viaggio, Barton e Logan attraversano una località chiamata Hammer Falls. Questa località è particolare perché c’è un mercato che vende tutti gli oggetti riguardanti i supereroi più importanti della terra. Si possono notare mercatini di Iron Man, Captain America, Thor , Spiderman ecc. Inoltre proprio in questo posto si trova il Martello di Thor e la gente prega attorno ad esso nella speranza che tutti gli eroi caduti si risveglino. I due vengono accolti da Ultron che li porta dalla terza ex moglie di Barton, Tonya, l’ultima figlia di Peter Parker dalla quale Barton ha avuto una figlia molti anni addietro. Tonya sembra rinfacciare a Barton di essere un padre assente e che la figlia Ashley ha sempre avuto come figura paterna lo stesso Ultron…le stranezze non finiscono mai.

L’erede di Spider-man

L’erede dell’Uomo Ragno non poteva non essere sua nipote, la figlia di Barton. Quest’ultima infatti stanca di vivere nel territorio appartenente a Kingpin decide di indossare una tuta molto simile a quella di Spiderman nel tentativo di strappargli il trono. Purtroppo inizialmente non riesce nella sua impresa,infatti viene catturata insieme ai suoi due alleati, The Punisher e Devil, che vengono giustiziati in pubblico. Per sua fortuna arriva il padre insieme a Logan a trarla in salvo,  ma Ashley è pronta a schierarsi contro il suo stesso padre pur di prendere il posto di Kingpin nel controllo del territorio.

Rivivere il dramma nei ricordi di Logan

Logan aveva preso parte al viaggio con la sola intenzione di guadagnare la somma di denaro necessaria per tenere a bada i suoi aguzzini,ripromettendosi di non fare male ad alcun essere vivente. Naturalmente Occhio di Falco rimane basito da questa scelta di Logan,conoscendolo soltanto nel suo alter ego Wolverine, un eroe temibile. Così, dopo diverse insistenze, Logan racconta a Barton di avere fatto questa promessa perché l’eliminazione degli X-Men è avvenuta per mano sua,o almeno indirettamente. Infatti spostando il racconto almeno di 50 anni indietro, Logan, sotto l’effetto dei trucchi mentali di Mystero, ha ucciso tutti i componenti degli X-Men con i suoi artigli; non appena ritornò in sé e si rese conto di ciò che era successo, vagò senza meta per diversi giorni fino a buttarsi sotto un treno per punirsi di ciò che aveva fatto,ripromettendosi di non sguainare più gli artigli per alcun motivo.

Un piacevole incontro con Emma Frost

Durante il loro viaggio Logan e Barton vengono aiutati dal mutante conosciuto come Emma Frost per sfuggire dalle grinfie di un dinosauro posseduto dal Venom. Sarebbe piacevole incontrare Frost in questa veste, visto che a livello cinematografico l’abbiamo lasciata come la villain del film X-Men – L’Inizio, invece qui offre il suo aiuto ai due per continuare il loro viaggio facendo intuire che conosce il contenuto della misteriosa valigetta che sembra contenere l’unica speranza di salvezza per il genere umano.

Teschio Rosso Presidente degli U.S.A

Si, avete capito bene. Teschio Rosso siede alla Casa Bianca e dà comandi ai suoi diretti sicari. Infatti quando tutti gli eroi sono caduti per mano dell’azione sovversiva messa in atto da tutti i villains del pianeta, alla guida vi era proprio l’arcinemico di Captain America, che, non appena ha preso il potere e diviso il territorio a tutti i suoi sicari, è diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Da notare che indossa sempre la tuta del Capitano a stelle e strisce, rappresentando quest’ultimo per lui una vera ossessione anche da morto.

Wolverine nell’armatura di Iron Man

Anche se può sembrarvi strano, in questa storia Wolverine utilizza l’armatura di Iron Man. Infatti non appena Logan affronta e sconfigge Teschio Rosso decide di utilizzare l’armatura di Tony per abbattere gli ultimi nemici rimasti e ritornare il più velocemente possibile dalla sua famiglia. Nonostante l’armatura sia stata in vetrina come cimelio per diversi anni,si dimostra ancora molto affidabile trasportando Logan fino a casa (o quasi…). A quanti non piacerebbe vedere questa scena al cinema?

Vedere Wolverine uscire dalla pancia di Hulk

Non appena torna a casa e scopre cosa è successo alla sua famiglia, Logan abbandona ogni resistenza e fa uscire la bestia che è in lui per mettere in atto una tremenda vendetta. Al centro di essa non poteva non esserci Hulk che gli ha causato tanti fastidi e anche tremendi dolori,iniziando a sterminare la sua famiglia. Nello scontro finale Hulk riesce a mangiare Wolverine, ma andrà incontro ad una cattiva digestione perché è la prima volta che ingerisce qualcuno con la capacità di guarire. Così Logan uscirà dalla pancia di Banner squarciandolo letteralmente. Sono sicuro che la scena al cinema verrebbe spettacolare, anche con qualche sfaccettatura splatter.

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Spider-Man: No Way Home | la recensione (senza spoiler) del nuovo film con Tom Holland

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Spider-Man: No Way Home | la recensione (senza spoiler) del nuovo film con Tom Holland
3.6 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il terzo film di Spider-Man con Tom Holland non è sicuramente quello sceneggiato meglio: molte svolte di No Way Home non resisterebbero ad una seconda visione più attenta e lo stesso pretesto con cui prende il via la trama non è tra i più credibili e appassionanti. Nonostante ciò, il suo ritmo trascinante, tipico dei film di animazione, riesce a far immediatamente dimenticare i problemi e le possibili incongruenze del racconto.

Il riferimento al cinema d’animazione non è casuale. Già il precedente Spider-Man: Far From Home rendeva evidente il debito di Jon Watts rispetto al modello aureo dei film Pixar. Molto, in quel caso, lo si doveva alla scelta del villain, il Mysterio di Jake Gyllenhaal: un nemico che non avrebbe sfigurato in un capitolo de Gli Incredibili, che utilizzava l’inganno, l’illusione e la messa in scena per esercitare il proprio potere sul pubblico.

Per queste ragioni è abbastanza facile e intuitivo paragonare il nuovo No Way Home, summa di vent’anni di storie cinematografiche, fuori e dentro il Marvel Cinematic Universe, a quel piccolo fenomeno animato che è stato Spider-Man: Un nuovo universo, che aveva anticipato in maniera assolutamente originale (e metacinematografica) il tema del multiverso. Del cinema Pixar, il terzo capitolo della trilogia con Tom Holland riprende un tipo di narrazione molto lineare, che procede spedita, senza badare eccessivamente alla raffinatezza delle proprie trovate, verso un finale che ha le idee chiarissime sul messaggio che vuole veicolare e sul punto di caduta.

Spider-Man: No Way Home | la summa di vent’anni di storie

La trama del film, già spiegata in pochissimi secondi nei trailer che ne hanno anticipato l’uscita, è semplicissima: tutti ormai conoscono la vera identità dell’Uomo Ragno (rivelata da Mysterio alla fine Far From Home). La perdita dell’anonimato causa ovviamente enormi problemi non solo a lui, ma anche alle persone cui tiene, a cui vengono negate determinate possibilità solo perché conoscenti di Peter Parker. Per questa ragione, Spider-Man chiede a Doctor Strange di cancellare dalla mente di tutti il ricordo di sé.

È una richiesta che potrebbe cambiare gli equilibri del mondo, ma che – come sempre nei film sul personaggio – è mossa da motivazioni esclusivamente domestiche e personali. Non è mai la sopravvivenza di milioni di persone ad interessare il giovane protagonista, ma il benessere dei suoi cari. Ovviamente la cosa non andrà come deve andare, finendo per creare problemi molto più grandi e far arrivare nemici dalle dimensioni parallele. Peter Parker non li conosce, noi invece sì: sono i villain degli altri film di Spider-Man.

Tra azione e sentimentalismo

Se i due precedenti capitoli della trilogia seguivano i classici paradigmi da “teen movie” americano (i primi amori, le amicizie, i professori, i compagni di classe odiosi), questo No Way Home ha un respiro molto più ampio, senza però riuscire quasi mai a rendere davvero avvincente l’azione e a costruire uno spettacolo all’altezza. Nonostante i grandi passi in avanti fatti da Homecoming, la regia di Watts manca ancora di quella inventiva che caratterizza le produzioni Marvel migliori. Quelle in grado di utilizzare le coreografie dei personaggi per raccontare una storia, di rivelare qualcosa sui protagonisti solo attraverso il modo in cui questi si muovono sullo schermo. Nelle grandi battaglie di Infinity War e Endgame, ad esempio, era il modo in cui gli oggetti e le armi passavano di mano tra i personaggi a spiegare le relazioni tra di loro e il diverso peso di ciascuno nel gruppo. Sul finale, No Way Home cerca di fare la stessa cosa, ma il risultato è evidentemente più blando e approssimativo.

Tutte queste carenze sono però compensate da un grandissimo lavoro di tutto il cast, che gioca sempre su due livelli narrativi, in modo che il pubblico provi qualcosa in più che i personaggi non possono provare (non conoscendosi tra loro perché provenienti da universi differenti). Un senso di nostalgia e di passaggio del tempo che può provare solo chi ha visto tutti i film che hanno avuto come protagonista l’Uomo Ragno dal 2001 ad oggi. Abbiamo sempre l’impressione che i personaggi dicano qualcosa a noi e solo a noi del pubblico, che ci parlino anche del tempo che passa. Di come siamo e di come eravamo.

Ad ogni personaggio del film è data una seconda possibilità, viene concessa l’occasione per riparare qualcosa del proprio passato. Ogni personaggio ha quindi la propria scena cardine. Tutto funziona abbastanza bene, ma sembra esserci una ostentata programmaticità che depotenzia anche i passaggi scritti meglio. Stavolta il trucco sembra più evidente del solito.

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I film della Marvel sono pre-approvati dal Pentagono? La risposta di James Gunn

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Non è un segreto che il cinema americano abbia, da sempre, una relazione molto stretta con le Forze Armate statunitensi. Un rapporto che, ovviamente, coinvolge anche i Marvel Studios, oggi tra gli studi di produzione più grandi ed importanti dell’industria. Basta andare sul sito ufficiale del Dipartimento della Difesa americano per capire le implicazioni e le ragioni di questo costante confronto.

Questo però non impedisce la diffusione di leggende metropolitane come quella che, in occasione dell’uscita di Eternals, ha fatto il giro del web. A causa di un passaggio del film che vede coinvolti gli Eterni in alcuni avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, il conduttore di podcast Jesse Hawken ha affermato su Twitter che tutti gli script della divisione cinematografica della Marvel sono preapprovati dal Pentagono, quartier generale del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America. 

LEGGI ANCHE -> Eternals | i nuovi supereroi Marvel per salvare il mondo dai Devianti

Affermazione che ha spinto James Gunn, regista dei due film dedicati ai Guardiani della Galassia, ad intervenire sulla questione: “Gli script dei Marvel Studios non sono tutti approvati dal Pentagono. Da dove tira fuori queste cose senza senso la gente?. Quando un film usa degli asset militari gratuitamente, quei copioni specifici devono ricevere l’approvazione dei militari che si devono assicurare che l’esercito non venga denigrato. Si tratta di pochissimi film e, da quanto so, sono anche piuttosto elastici a riguardo”.

“Questa cosa è molto stupida”, aggiunge Gunn. “Un tizio ha detto che tutti i film Marvel sono pre approvati dai militari. E non è vero. Dire che alcuni film di Hollywood ricevono approvazione in cambio di risorse non rende meno vera la cosa. Non ho mai dovuto far approvare un mio film dai militari”.

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Justice League | la versione di Zack Snyder merita 4 ore del vostro tempo?

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Nella versione di Justice League del 2017 montata da Joss Whedon, la sequenza in cui Jason Momoa abbandona il villaggio in cui si era rifugiato per immergersi nelle profondità dell’oceano (quella che tutti hanno preso in giro per l’eccessiva somiglianza estetica con le pubblicità dei profumi) è accompagnata da Icky Thump dei White Stripes. Quella stessa scena, leggermente modificata, nella nuova versione estesa di Zack Snyder, è accompagnata da There is a Kingdom di Nick Cave: This day so sweet, it will never come again, so the world appears through this mist of tears.

Un cambiamento apparentemente insignificante che invece dice tutto. Joss Whedon aveva infilato nel film di Snyder non solo l’umorismo, ma soprattutto la gioia di essere supereroi, che è poi il tema principale di quasi tutta la produzione Marvel, che ruota proprio attorno all’eccitazione del potere e alla coolness di essere super. Nella visione di Zack Snyder non è mai bello né cool essere eroi. È una cosa faticosa, fondata sul sacrificio.

Justice League | la versione di Snyder

Il gioco di fare il paragone tra la Justice League (la versione passata al cinema) e la Snyder Cut è appassionante e ci sarà chi ci spenderà le ore, ma il punto è che i due film sono talmente diversi che si può godere di questa nuova versione allungata anche senza aver visto quella precedente. Sulle quattro ore totali di film, poco più di una sessantina di minuti sono effettivamente coincidenti con la versione del 2017: moltissimo è stato aggiunto e adesso tutta la trama ha (finalmente) un senso. Non solo quella che possiamo vedere oggi (su Sky Cinema) è esattamente la versione che aveva in mente Zack Snyder, ma è anche una versione senza compromessi, come testimonia la scelta del formato 4:3 (cioè non il solito formato orizzontale, ma quello quadrato del cinema classico).

I ricavi andranno tutti in beneficenza ad associazioni che contrastano il dilagante fenomeno del suicidio adolescenziale (e non a caso il film è dedicato ad Autmun, la figlia del regista che si è tolta la vita proprio durante la lavorazione della precedente versione).

Un film diverso

Snyder ha riempito il suo Justice League di tutta la roba che gli piaceva, esagerando, ma almeno lo ha fatto avendo bene in testa la storia che voleva raccontare e il modo per tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore. Come tutti i film di supereroi con un cast così numeroso, anche questo soffre della necessità di dover dare spazio a tutti i personaggi, ma Snyder sa quando deve alzare il ritmo anche solo per cinque minuti e mettere in circolo dell’adrenalina per bilanciare un precedente (o successivo) momento poetico/riflessivo con colonna sonora eterea. In questo senso, Zack Snyder si riconferma il regista che già conoscevamo: uno senza il senso della misura e senza senso del ridicolo. Quindi, per farsi coinvolgere fino in fondo da Justice League, bisogna anche saper accettare qualche momento orgogliosamente kitsch (come la scena dolaniana con Song To The Siren dei This Mortal Coil in sottofondo, tutta colori freddi e slo-mo, in cui Flash si ferma a raccogliere una salsiccia che fluttua per aria). 

Prendersi il tempo che serve: i flashback

La nuova versione di Justice League non ci offre solo un breve accenno alle origini di Steppenwolf, magari recuperando alcuni momenti dell’antica battaglia che lo ha bandito e dopo la quale le “mother boxes” sono rimaste sulla Terra, ma ci porta indietro nel tempo, proprio nel bel mezzo di quella lotta, e senza alcuna fretta di tornare al presente. Questo tipo di viaggio nel passato accade più volte nel corso del film ed evidenzia una rinnovata enfasi sui flashback come mezzo per completare la storia e approfondire quelle motivazioni che erano state invece solamente abbozzate nella versione cinematografica. Ciò non sempre contribuisce a gettare una nuova luce sulle azioni dei protagonisti, ma è indispensabile a rendere credibile la vasta mitologia sulla quale si basano gli avvenimenti nel presente.

Questo emerge chiaramente nella sottotrama di Cyborg: il personaggio che aveva sicuramente ricevuto il trattamento peggiore nella precedente versione. Adesso i flashback dei suoi giorni di scuola come promessa del calcio, così come le sequenze che raccontano il legame con sua madre (e la relazione conflittuale con suo padre), rendono coerente il suo personale slancio eroico che culmina sul finale del film. Si tratta di un arco finalmente completo per un personaggio inizialmente relegato a cameo, che spiega non solo le sue tensioni emotive, ma che giustifica la sua presenza nella squadra della Justice League, rendendo evidente il motivo per cui Batman lo consideri una risorsa cruciale nella sua battaglia.

Una questione di sfumature

Il cambiamento immediatamente evidente nel combattimento finale tra la Justice League e Steppenwolf e il suo esercito di parademoni riguarda la color correction: ciò che prima si svolgeva durante il giorno, ora si svolge “con il favore delle tenebre”. La seconda riguarda il luogo: mentre prima il salvataggio dei civili innocenti catturati nelle vicinanze della base operativa di Steppenwolf era fondamentale per i protagonisti, nel rendering di Snyder la battaglia si svolge nel luogo di un precedente incidente nucleare, completamente privo di qualsiasi altra creatura senziente. Al di là di questo, la sequenza del lungo combattimento finale è forse una di quelle che meno sono state alterate rispetto al montaggio originale: nonostante ciò, proprio il cambio di tonalità e la differente location ce la rendono una scena completamente nuova. Accadono (più o meno) le stesse cose che abbiamo già visto, ma la nostra percezione delle stesse è totalmente differente.

Quello della Snyder Cut è un progetto totalmente assurdo e fuori dai canoni, che probabilmente esiste davvero solo perché il resto del cinema è fermo causa pandemia. Su quattro ore di girato ce ne sono almeno due che vanno senza dubbio tra le migliori cose mai girate da Snyder. Armatevi di coraggio e date una possibilità a questa versione: potrà non piacervi, ma difficilmente vi lascerà indifferenti.

Justice League | la versione di Zack Snyder merita 4 ore del vostro tempo?
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