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Cinema

Cannes 74 | Annette, il musical con Adam Driver è ambizioso quanto maldestro

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Nove anni dopo Holy Motors, Leos Carax prosegue con Annette la sua riflessione sul potere della finzione cinematografica (esibita, plateale) e sul desiderio torbido che muove ogni autore. Dal suo esordio nel 1984 – Boy meets girl – il cinema del regista francese è sempre una questione di uomini che incontrano donne: a questo giro il boy è Henry (Adam Driver), stand-up comedian che ha fatto del cattivo gusto la sua cifra stilistica, la girl è Anne (Marion Cotillard), soprano di fama internazionale abituata ad inscenare ogni sera il tragico epilogo di una delle donne protagoniste delle sue opere.

Musicato dagli Sparks, che hanno ideato anche il soggetto, Annette è ad oggi il film più decifrabile della carriera di Carax, un musical che racconta di due amanti nel mondo dello spettacolo (come spesso fa il musical del resto), sulla cresta dell’onda fino a che non hanno una figlia e tutto comincia a peggiorare per uno dei due. Come si conviene nei musical, gli alti e bassi delle carriere professionali si riflettono nelle loro esistenze private.

Annette | cinema “en-chanté”

Non appena gli fu data la parola (attorno al 1929), il cinema francese ha subito cominciato a cantare, prima producendo in grande quantità adattamenti di operette e di film pensati esclusivamente per le dive del music hall, e successivamente approdando al cinema canoro di René Clair e alla nouvelle vague, i cui autori, da Varda a Godard, hanno sempre considerato la canzone uno strumento fondamentale del loro armamentario estetico. Fu però Jacques Demy a codificare con maggiore rigore e costanza quella tipologia di film che lui stesso definì “en-chanté”, in cui non vi era più una reale alternanza tra intermezzi canori e scene dialogate, ma tutti i dialoghi del film venivano integralmente musicati (Les parapluies de Cherbourg, Une chambre en ville).

È proprio a Demy che Carax e gli Sparks si sono direttamente ispirati: i personaggi di Annette si caratterizzano da soli nel momento in cui cantano, spiegano allo spettatore la loro collocazione nella trama e precisano il loro stato d’animo in un determinato momento. Cinema cantato completamente antitetico a quello americano, che non ricerca la successiva commercializzazione della colonna sonora, ma che invece adatta la musica alle ridondanze e alle esigenze, spesso banalmente descrittive, delle conversazioni.

Quello di Leos Carax è un cinema di consolazione, di “ebbrezza” subitanea e mai di “nutrimento” esaustivo (per utilizzare una terminologia nietzschiana), che punta a mitigare la durezza dell’esistenza attraverso menzogne e fantasie. Le emergenze del reale nei suoi film sono sempre durissime da accettare, atroci come le verità che Sileno porgeva a re Mida: stravolgono innanzitutto l’immagine che i personaggi avevano di sé, riconsegnando loro una dignità non superiore a quella degli animali, e successivamente rivelano la radicale assenza di finalità, di ragione superiore, di significato, di ordine, di valore, sia dell’esistenza umana che del mondo tutto. Una volta riemersa la realtà in superficie, a seguito delle “escavazioni nel sottosuolo”, quello che rimane attorno ad essa è uno scenario spoglio della sua grandezza, in molti aspetti terribile e spaventoso poiché privato della componente consolatoria della finzione cinematografica.

L’operazione (la trasformazione dei protagonisti in primati) che in Holy Motors rendeva il finale del film più tollerabile e meno crudele di quanto anticipato, in Annette avviene alla rovescia: ciò che era palesemente finto diventa reale, umano. La finzione non interviene quindi per rendere accettabile la realtà, ma è la realtà, prevalendo sulla finzione, a rivelare la componente “taumaturgica” di quest’ultima. Il film stordisce e abbaglia, incapace però di restituire allo spettatore qualcosa che, passato lo stupore iniziale, contribuisca a renderlo davvero rilevante. Non lavora per il pathos e nessuna delle sue tante intuizioni concorre ad un risultato più grande della somma delle singole sequenze.

Ambizione e realtà

Il film di Carax è colmo di un’espressività esasperata, rende evidente la retorica teatrale della quale la musica diviene mero strumento, punta alla ricerca dell’effetto ad ogni costo ed è costantemente teso verso il trascendente che domina l’opera. Di tutti i “difetti wagneriani”, Carax rinuncia almeno alla promozione della fede nel genio e al culto della personalità istrionica: il suo protagonista maschile, che da solo ingombra tutte le inquadrature, sempre più frequentemente in scena rispetto alla sua comprimaria femminile, è un concentrato di mascolinità tossica, maschera grottesca non più accettabile tanto nella società reale quanto nella finzione narrativa (autocritica che il regista rivolge anche a se stesso, aggiungendo dettagli al personaggio di Adam Driver – che si sposta in moto come Guillaume Depardieu in Pola X -provenienti dai suoi precedenti film).

Lavorando contemporaneamente sui tre generi (il porno, l’horror, il mélo) che Linda Williams in Film bodies: Gender, Genre and Excess aveva individuato come luogo di una corporeità emotiva ritrovata e ingovernabile, Carax è emerso fin da subito dagli abissi di quel movimento eterogeneo denominato “New French Extremity” (da Bruno Dumont a Gaspar Noé, da Catherine Breillat a Marina De Van, sino al nuovo horror francofono) dedito a un cinema sinestetico che puntava a reinquadrare il corpo (anche, soprattutto, dello spettatore) come soggetto politico. Annette, molto più posato e meno dirompente dei suoi film passati, non riesce a replicare (al contrario) il miracolo di Holy Motors: il passaggio dalla finzione esasperata al reale (con Driver truccato come se fosse lo stesso Carax) appare meccanico e dovuto.  

Cannes 74 | Annette, il musical con Adam Driver è ambizioso quanto maldestro
2.8 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

Cinema

Inu-oh | la recensione del capolavoro di animazione vincitore del Future Film Festival 2022

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Inu-oh | la recensione del capolavoro di animazione vincitore del Future Film Festival 2022
4.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Gli innovatori del teatro Nō raccontati nel nuovo film di Masaaki Yuasa – Inu-Oh e Tomona – sono i T. Rex del Giappone feudale in un delirio di anacronismi che cresce fino al culmine di un film che si spoglia di tutto, semplificando il tratto e riducendo al minimo la narrazione, per diventare finalmente solo ritmo. Entrambi imperfetti e marginali (uno cieco, uno deforme), i due si conoscono durante un evento musicale e la loro amicizia viene favorita proprio dalle loro rispettive deformità (dal momento che uno non può vedere l’aspetto spaventoso dell’altro e quindi decide di non scappare come fanno tutti). Formano un gruppo e mettono su qualcosa di molto simile a quella che oggi verrebbe definita la tournée di una grande rock band.

Uno dei due è pronto a compromettersi ed eventualmente a rinunciare agli elementi più sovversivi dei loro brani, uno invece vuole emanciparsi dal proprio passato attraverso la musica e non è disposto a concedere nulla. Yuasa comprende perfettamente il legame essenziale tra performance e corpo e così il fisico pieno di deformazioni del leader (quello disposto a normalizzare la propria musica se richiesto dal potere costituito) ad ogni brano esplode tornando normale, diventando progressivamente un corpo addomesticato, sempre più utile al sistema e sempre più conciliante. È il successo e il consenso a mutarlo, a uniformarlo rimuovendo tutti gli elementi che ne determinavano l’iniziale aspetto disturbante.

Inu-Oh (doppiato nella versione originale da Avu-chan, cantante non-binary della band “fashion punk” Queen Bee) e Tomona sfuggono alle rigide regole del secolare codice del teatro Nō e trasformano ciò che considerano ormai vetusto in qualcosa di coraggioso, audace, giovanile e ribelle, in una ricerca costante di nuovi suoni e nuove possibilità di narrazione. L’opposto logico della tradizione, che invece conferma continuamente che “qualcosa di più” non c’è ed è inutile cercarlo, che è sempre meglio rispettare le regole chi già ci sono. È un percorso doloroso e violento, una lunga corsa verso l’inferno in cui anche le muse (intese come principio immateriale a cui si deve l’ispirazione per creare) si rivelano essere demoni che pretendono bambini da sacrificare e dal cui debito di sangue dipende il successo di chi si affida a loro (come in Rosemary’s Baby).

Gli strumenti sono quelli del tempo in cui si svolge la narrazione, ma la musica che lo spettatore ascolta è invece j-rock moderno, elettrico e amplificato. Il make-up è quello dei Kiss, i visuals quelli dei Pink Floyd, i passi quelli di Michael Jackson. Inu-Oh (Avu-chan) ha l’estensione vocale di Freddie Mercury e la musica che il suo gruppo suona ricorda quella barocca dei Queen.

I due protagonisti creano così un nuovo modo di relazionarsi con il pubblico, che Yuasa mette in scena inserendo i loro brani per intero e permettendo allo spettatore di godere di tutta la performance live (generalmente 7-8 minuti) in un montaggio che alterna liberamente i momenti dell’esibizione musicale, le reazioni del pubblico dell’epoca (spesso persone mutilate da malattie e battaglie che ritrovano il piacere di utilizzare il proprio corpo per raggiungere uno stato di benessere superiore) e la visualizzazione grafica delle storie raccontate sul palco (narrazioni sconosciute e dimenticate dell’Heike monogatari), senza stare troppo a badare alla forma e alla coerenza narrativa. 

Come Ralph Bakshi in American Pop, così Yuasa riesce ad utilizzare la musica e l’evoluzione di uno specifico genere per raccontare i cambiamenti di un popolo e il mutamento della sensibilità nazionale (lo fa però attraverso uno stile psichedelico che ricorda quello di Belladonna of Sadness di Eiichi Yamamoto, anch’esso ambientato in un passato feudale). Inu-Oh e Tomona si chiamano continuamente per nome e solo così esistono. Eppure anche questa momentanea riappropriazione di sé, la capacità di affermare l’esistenza attraverso il proprio nome, non può resistere al divenire implacabile della narrazione e alla conclusiva fusione in una cosmogonia mai fissabile. Quello di Yuasa è un racconto di mitologie soppresse, storie mai raccontate e fantasmi del passato che si agitano affinché venga data loro una voce nel presente.

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Cinema

Don’t worry darling: il film che promette fino all’ultimo e poi non mantiene

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Don' Worry Darling
2.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Don’t Worry Darling è stato presentato fuori concorso alla 79ª Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia il 5 settembre 2022, il secondo film che vede l’attrice Olivia Wilde dietro e davanti la macchina da presa.

Pervaso da polemiche extra cinema, causa ipotetici attriti all’interno del cast, ha già fatto parlare molto di sé, anche grazie al nutrito gruppo di star nel cast. Florence Pugh, Chris Pine, Harry Styles, Gemma Chan e Olivia Wilde arriveranno dunque nelle nostre sale giovedì 22 settembre grazie a Warner Bros. Italia, pronti a farsi ammirare da tutti.

La sceneggiatura era stata inserita nella Black List delle migliori sceneggiature non prodotte del 2019 e una volta ripresa in mano è stata accreditata a Katie Silberman, mentre il soggetto è firmato dalla stessa Silberman insieme a Carey Van Dyke e Shane Van Dyke.

Don’t Worry Darling: la sinossi del film

In una cittadina perfetta dove tutto si muove all’unisono e sembra filare per il meglio, pian piano inizia a destabilizzarsi la quiete. Gli equilibri cominciano a scricchiolare, vengono a galla dubbi su quanto realmente sia perfetta e giorno dopo giorno, ora dopo ora, i segreti che prima si era sempre cercato di nascondere vedono la luce, innescando una rovinosa catena di eventi senza freni, che porterà a un inarrestabile disgregamento delle famiglie che vi abitano.

Don’t Worry Darling, la recensione

Dramma, horror, thriller, fantascienza, 122 minuti che mixano ogni genere cinematografico riassumendo esattamente ciò che il film è, un miscuglio informe. Troppo ambizioso nella presunzione di celarti un segreto oscuro e sconvolgente ti vuole rapire dietro la superficie, ammaliandoti con colori sgargianti e nomi hollywoodiani enormi.

Sicuramente da stimare il coraggio della Wilde nel volerlo mettere in scena, ma è vero anche che quando sai dove stai andando poi devi assumerti i rischi del caso.

In un thriller dove fin dal primo secondo viene instillato nella mente dello spettatore il dubbio su ciò che realmente sia concreto, procedendo poi in un climax di situazioni che aumenta clamorosamente le aspettative, è cinematograficamente illegale arrivare ad una manciata di minuti dalla fine con una rivelazione (due diciamo) ipotizzabili dopo 10 minuti dai titoli di testa.

Ѐ triste notare che nel 2022 ci sia ancora qualche creativo che sottovaluta il pubblico, il quale sceglie di godere di un film venendo magari stupito da esso. Se da un lato inizia a stridere l’equilibrio della perfetta cornice cittadina all’interno del diegetico, dall’altro si avverte una scissione anche nella catena di montaggio che fino ad un certo punto pareva funzionare.

Non male gli interpreti questo è da ammettere, soprattutto il feeling palpabile tra Styles e la Pugh, lo stesso vale per la forma, la struttura, tutto quel meccanismo simmetrico seppur volontariamente molto appariscente, a tal punto da arrogarsi il diritto di sbalordire ma finendo per essere troppo esageratamente pomposo.

Il distopico mondo creato con lucidità e un impianto visivo quasi impeccabile, finisce per fare dello scenario circostante l’unico elemento davvero degno di nota. Inquadrature intriganti per nulla banali, costumi, attenzione ai dettagli, una pulizia dell’immagine puntigliosa e il sonoro avvolgente, pervadono una ragnatela narrativa che preannuncia grandi cose fino all’ultimo per poi girarti le spalle spiazzandoti nelle rivelazioni.

Cade a pezzi, si frantuma come i gusci d’uovo nelle mani di Alice, con incognite che si sbriciolano man mano in un’evidente volontà di porre l’accento sull’importanza del sapere, ma che al contrario precipita in un vortice centrale trascinato e si conclude in un lascito nullo e scontato.

Felicità inconsapevole o tangibile insoddisfazione?

Di certo alcuni dei quesiti che vengono posti ai personaggi e di riflesso allo spettatore sono interessanti, determinano riflessioni sulla consapevolezza delle proprie scelte e delle azioni che si compiono, peccato siano però già stati affrontati da una marea di prodotti antecedenti.

Da Black Mirror al magnetico Jordan Peele (per non citare altri titoli che spoilererebbero totalmente il finale), ci si limita a rimescolare le carte lasciando il mazzo lo stesso di 20 partite prima e accecando l’inconsapevole fruitore, con un prodotto confezionato benissimo ma sostanzialmente riassumibile con il famoso detto “tutto fumo e niente arrosto”.

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Cinema

Venezia 79 | Un commento ai premi assegnati dalla giuria presieduta da Julianne Moore

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Non c’è dubbio che la 79esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica sia stata la consacrazione di un festival sempre più mainstream e forse anche più quieto, prevedibile, ma non per questo meno godibile. In un concorso dalla qualità media abbastanza elevata, metà dei film parlava inglese (10 su 23, addirittura due di questi italiani: Monica e Bones And All). Ed era quindi facile immaginare un palmarès principalmente anglofono, ma forse non fino a questo punto. Sei premi sugli otto totali sono stati assegnati a film in lingua inglese, con attori e nomi molto noti.

La giuria di Venezia 79 ha premiato Laura Poitras, già premio Oscar per Citizenfour, per il suo All the Beauty and the Bloodshed, che era anche l’unico documentario in gara. Per la seconda volta consecutiva, quindi, il premio più ambito è andato ad una regista, dopo la folgorante vittoria di Audrey Diwan (quest’anno in giuria) nel 2021.

Venezia 79 | tutti i premi di questa esizione

La Giuria di Venezia 79, presieduta da Julianne Moore e composta da Mariano CohnLeonardo Di CostanzoAudrey DiwanLeila HatamiKazuo Ishiguro e Rodrigo Sorogoyen, dopo aver visionato i 23 film in competizione ha deciso di assegnare i seguenti premi:

LEONE D’ORO per il miglior film a:
ALL THE BEAUTY AND THE BLOODSHED
di Laura Poitras (USA)

LEONE D’ARGENTO – GRAN PREMIO DELLA GIURIA a:
SAINT OMER
di Alice Diop (Francia)

LEONE D’ARGENTO – PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA a:
Luca Guadagnino
per il film BONES AND ALL (USA, Italia)

COPPA VOLPI
per la migliore interpretazione femminile a:
Cate Blanchett
nel film TÁR di Todd Field (USA)

COPPA VOLPI
per la migliore interpretazione maschile a:
Colin Farrell
nel film THE BANSHEES OF INISHERIN di Martin McDonagh (Irlanda, Regno Unito, USA)

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:
Martin McDonagh
per il film THE BANSHEES OF INISHERIN di Martin McDonagh (Irlanda, Regno Unito, USA)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:
KHERS NIST (NO BEARS)
di Jafar Panahi (Iran)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI
a un giovane attore o attrice emergente a:
Taylor Russell
nel film BONES AND ALL di Luca Guadagnino (USA, Italia)

Un palmarès anglofono

Leggendo i titoli dei film premiato, è chiaro come la giuria presieduta da Julianne Moore non abbia dato prova di uno sguardo particolarmente variegato, ma anzi di uno estremamente sensibile rispetto a ciò che già conosceva ed era abituata a vedere. Con l’eccezione di Alice Diop (che avrebbe forse meritato il Leone d’Oro)e il suo Saint Omer, la cerimonia di premiazione ha di fatto ribadito quello che già sapevamo e consacrato talenti su cui non c’erano già più dubbi.

È stato così per Luca Guadagnino, che si riconferma ancora una volta autore capace di entrare perfettamente in sintonia con la sensibilità americana, ed è stato così per gli attori, due colonne di Hollywood come Colin Farrell e Cate Blanchett. Logiche identiche ha seguito anche il premio per la sceneggiatura andato a Martin McDonagh, già vincitore di Oscar e quindi autore europeo familiare oltreoceano. Unico non anglofono a farsi strada insieme alla Diop è stato Jafar Panahi, con un film bellissimo ma anche con una storia personale impossibile da ignorare in un festival con questa rilevanza mediatica. 

Un colpo di fulmine per Julianne Moore

Il premio forse più inaspettato è stato proprio il Leone d’Oro a All The Beauty And The Bloodshed di Laura Poitras. Uno dei film più fiacchi di una documentarista che invece nella sua carriera non si è mai limitata a documentare con grande accuratezza le sfide di singole persone contro poteri giganteschi e violenti, ma si è sempre lasciata coinvolgere da esse, fino ad esporsi in prima persona con l’obiettivo di raccogliere materiali che nessun altro avrebbe potuto ottenere rimanendo al di fuori delle storie raccontate.

Si dice, però, che il film sia stato un colpo di fulmine per Julianne Moore, che pare si sia persino commossa al termine della proiezione riservata ai membri della giuria. D’altronde, la storia è piena di premi dati sull’onda dell’emotività e va bene così. La speranza è che questo Leone possa aiutare Laura Poitras nel proseguire la sua opera incredibile di documentazione delle persone che si battono contro stato e istituzioni per finire quasi sempre schiacciati, ma non per questo vinti nell’animo. 

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