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Festival

Giffoni Teen Diary: folle impazzite per Sam Claflin

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Il meet  and greet di oggi al Giffoni Film Festival era con Sam Claflin, star di Hunger Games e del nuovo film Io Prima di Te,  e idolo di una generazione. Se per Evanna Lynch l’attesa era tanta, per Finnick Odair era ancora di più, e già ieri pomeriggio i fan si erano accampati intorno al Blu Carpet del festival, con collane della ghiandaia imitatrice e copie dei libri originali, sperando di strappare autografi e selfie all’ex tributo del distretto 4, e pronti a passare la notte all’aperto pur di vederlo dalla prima fila. I più fiduciosi speravano addirittura in un abbraccio o in un saluto proprio destinato a loro. E alcuni l’hanno avuto! L’attore, molto disponibile con tutti i ragazzi della giuria, si è fatto abbracciare da alcune delle sue fan e ha presentato i suoi amici (che a quanto pare sono “persone orribili”) a tutta la sala, raccontando come loro cerchino di tenerlo abbastanza vicino a casa e lo obblighino a non stare via per troppo tempo.

Sam Claflin ospite al Giffoni Film Festival 2016

Sam Claflin ospite al Giffoni Film Festival 2016 – Foto di Carlo Andriani

Tuttavia, come ha detto rispondendo ad una domanda, non cambierebbe mai lavoro, nonostante quello dell’attore sia un mestiere complicato, dove bisogna impegnarsi e fare sempre del proprio meglio per esprimere tutte le sfaccettature di un personaggio (anche se sembra convinto che se avesse fatto il calciatore come desiderava da bambino la nazionale inglese avrebbe sicuramente vinto gli europei). La recitazione è una parte importante della sua vita, fin da quando da piccolo fingeva reazioni esagerate durante le partite di calcio e immaginava telecamere a riprenderlo, e come consiglio ai ragazzi che vorrebbero fare gli attori o frequentare come lui l’accademia di arte drammatica suggerisce di credere in se stessi e nelle proprie capacità, perché un’occasione, per chi la desidera veramente, arriverà sempre.

L’incontro con i ragazzi è continuato tra applausi e battute: Sam ha ammesso con vergogna di non aver mai visto un film italiano, ma tutti i giurati sono stati disponibili a perdonarlo immediatamente; dopotutto, come dice uno dei personaggi del suo nuovo film “non è bello vedere i film con i sottotitoli…”. E poi sembra che avendo un bambino piccolo e poco tempo libero preferisca guardare cartoni animati che gli ricordano la sua infanzia. Si può dire poi che l’unico momento di gelo che si è verificato è stato quando “Finnick” ha nominato la moglie, infrangendo le speranze della maggior parte delle spettatrici, che sognavano segretamente di sposarlo…  Però si è riscattato subito, dando la sua opinione sulle questioni d’amore e sulle lettere e la loro versione digitale: ”non saprei dire se il digitale abbia cambiato le cose in meglio, ma di sicuro è più veloce! Anche se aspettare una  lettera è sempre bello”.

Sam Claflin Io Prima di Te

Sam Claflin Io Prima di Te

L’ultima domanda, come sempre molto odiata (questi incontri durano sempre troppo poco), è arrivata ancora una volta troppo presto, ma di sicuro è stata molto interessante: considerando il tema del Giffoni, Destination, qual è la tua destinazione come attore? Questo genere di domande può portare a risposte banali, ma Sam Claflin ha risposto diversamente da quello che forse ci si poteva aspettare. Lui non sa la sua destinazione finale, “il mondo del cinema non è fatto di granitiche certezze“, ma non gli importa: ama l’incertezza del suo lavoro, quella che gli permette di non dare le cose per scontate e di apprezzare ogni momento della sua carriera come unico e irripetibile. Sta fluttuando verso qualcosa  che conosce, ma niente potrà togliergli la voglia di scoprirlo. Come il suo personaggio in Hunger Games, Sam non ha paura e di sicuro questo gli porterà il successo e la stima dei suoi fan.

SAM CLAFLIN sul blu carpet del GIFFONI FILM FESTIVAL 2016

Foto di Carlo Andriani

Berlinale

Berlinale 71: Natural Light, la recensione del film premiato per la regia

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natural light berlinale

Pellicola che ha debuttato il 2 marzo 2021 in World Premiere alla Berlinale 71, Natural Light è diretto da Dénes Nagy. Durata 103 minuti. Una produzione realizzata con la collaborazione di Ungheria, Francia, Germania e Lettonia, che ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia.

Natural Light: sinossi

Il caporale István Semetka, prima semplice contadino ungherese, si trova in una situazione più grande di lui e contro la sua volontà. Facente parte di un’unità speciale il cui scopo è cacciare partigiani nell’Unione Sovietica ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, dovrà fare i conti con il susseguirsi degli eventi, in una morsa che procede per inerzia, tra paure ed impotenza.

Natural Light: recensione

Un war movie che basa la sua funzione primaria non tanto nello scontro, quanto nell’elaborazione personale di un semplice uomo. Il regista ungherese vince meritatamente l’Orso d’Argento proprio per la sua precisa e maniacale direzione. Scenografie accurate, location immersive ed un’attenzione alla ricostruzione storica con l’ausilio esemplare di costumi d’epoca, collaborano all’unisono per dipanare una vicenda che si imprime negli occhi dello spettatore principalmente per goduria visiva. Tecnicamente grandioso, forte di un’estetica calamitica, vive di luci naturali proprio come il titolo suggerisce.

natural light film recensione

Quasi unicamente girato senza l’aiuto di artificiosità, fa della fotografia un enorme punto di forza, spesso sono i focolai, gli incendi, il fuoco stesso l’unica fonte di luce ed è inutile sottolineare la magia che si crea nell’infrangersi sui volti e su ogni superficie, rispecchiando colori impossibili da replicare in modo costruito. Perfetto nel creare un’atmosfera quasi disturbante nella sua sensazionale bellezza, disegna ambientazioni naturali, panoramiche, albe, tramonti che sono quasi un vero e proprio personaggio.

In tutto questo troviamo un dramma, fatto di paure, del superamento di esse e talvolta di immagini qua e là inquietanti, utili a rafforzare ciò che già è potente di suo. Silenzi, sospiri, l’ampio spazio ceduto agli sguardi e ai primissimi piani, che identificano una struttura quasi in sottrazione, in cui la narrazione risulta una rincorsa a vivere il film invece che osservarlo.

Il sonoro in generale è bilanciato accuratamente ed accompagna questi volti consumati, stanchi, sporchi, privati di qualcosa in un percorso visivo cupo e desaturato, in cui la tavolozza sembra avere solo tonalità verdastre, giallognole e marroni. Sbalorditivo dunque principalmente a livello tecnico e per l’essenza che trasmette grazie alla maestria scrupolosa, nel catturare lo spettatore senza alcuna riserva, inutile dire che sul grande schermo ovviamente sarebbe stato superlativo.

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Berlinale

Berlinale 71: Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) la recensione

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) è stato presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 71 il 4 marzo 2021. Diretto e scritto da Ryusuke Hamaguchi, il film giapponese della durata di 121 minuti ha vinto l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria.

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) Sinossi

Diviso in tre differenti archi narrativi autonomi, il film racconta personaggi femminili in diverse circostanze: il primo Magic si basa su un triangolo amoroso, il secondo Door Wide Open si incentra su una seduzione fallita ed infine il terzo, Once Again, narra di un incontro inaspettato. 

Guzen-to-sozo-Wheel-of-Fortune-and-Fantasy-recensione

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy), la recensione

Interessante e ben delineato, il film di Ryusuke Hamaguchi tende a farci assaporare diversi sentimenti, dettati da personalità femminili, ma allo stesso tempo caratteristici di un’identità singola. Queste tre storie partono tutte con la stessa idea di base: raccontare il punto di vista femminile in situazioni totalmente divergenti.

Con questi presupposti però, ciò che si può notare è appunto come tre donne che non condividono alcuna circostanza e calate in contesti differenti, risultino allo stesso modo delicate e riservate nell’elaborazione del caso. Il tempo poi è ben scandito in ognuna delle vicende, è presente una parte introduttiva per poi metterci di fronte ad un doveroso sbalzo temporale ed infine riagganciarsi dopo mesi o anni, con le conseguenze che tutto ciò ha comportato.

Uno scorrere del tempo dunque per valutare gli effetti delle scelte fatte in precedenza. Compromessi, false illusioni, rimpianti, tutti aspetti che sono oltre che femminili, propri di ogni essere umano, perciò è come se il regista avesse voluto metterci davanti semplicemente alla vita stessa, a ciò che può accadere a tutti noi.

Se ci si fa caso ogni mini storia concepisce gli attimi inaspettati, ossia getta le sue fondamenta sul concetto di qualcosa che è involontario, non programmato, succede e basta. Degna di merito la scelta di voler dettare delle linee guida similari per poi ramificarsi in elaborazioni singole, si percepisce in maniera chiara l’intento e questo grazie ad una narrazione fluida e corposa.

Inquadrature spesso statiche, senza bisogno di grandi evoluzioni, riescono a farti empatizzare con i personaggi, la macchina da presa scompare quasi nella totalità del minutaggio, un grande pregio per un genere di film che fa del suo vanto l’immersione dello spettatore nel racconto. Concludendo ciò che si può trovare in questa pellicola è poesia, stupore, sensibilità e tutto questo espresso ai nostri occhi con una morbidezza che non è affatto da tutti.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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