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Cinema

Serenity, Matthew McConaughey tra oceano e inganni

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Lasciatosi alle spalle un passato burrascoso segnato dagli orrori della guerra in Iraq e da tragiche vicende famigliari, Baker Dill (un prestante Matthew McConaughey tutto mare e muscoli) vive nell’isola tropicale di Plymouth, al largo della Florida, e trascorre gran parte della sua esistenza a bordo dell’imbarcazione Serenity, ancorato al sogno (forse più ossessione) di catturare il tonno della sua vita, ribattezzato Justice. Ma le sue battute di pesca sembrano essere costantemente infruttuose, almeno da quel punto di vista, e così Baker sbarca a malapena il lunario portando a pesca turisti facoltosi e racimolando qualche banconota dalla sua matura e generosa amante Constance (Diane Lane). Dunque, una vita che scorre placida tra le albe trascorse in mare, gli acquisti al negozio di pesca locale, e i saltuari incontri amorosi. Ma se nulla sembra turbare una quiete proiettata nell’obiettivo di quel pesce da catturare, poi un giorno riappare dal nulla sull’isola l’ex moglie di Baker (Karen – Anne Hathaway) con una richiesta d’aiuto per sé e per il (loro) figlio a dir poco “azzardata”. Trascinato tra una marea e l’altra, tra un’onda e l’altra, tra passato e presente, realtà e finzione, a quel punto l’uomo dovrà fare chiarezza sulla propria esistenza e capire quali sono davvero gli obiettivi che può e deve raggiungere.

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Steven Knight (sceneggiatore di successo di titoli come La promessa dell’assassino, e già regista di Redemption e del notevolissimo thriller claustrofobico Locke) torna alla regia con la sua opera terza dal titolo Serenity, una sorta di noir sospeso tra la location di un’isola paradisiaca, gli orrori di un passato tutto da elaborare, e degli sviluppi narrativi  inscritti nell’idea di un machiavellico videogioco da portare a termine. Un’idea di commistione tutto sommato interessante che non trova però il suo giusto sviluppo, e che si arena ben presto nella eccessiva diversificazione di stili, generi, idee e registri che servono lo script (spesso confusionario e fuori fuoco) del film. All’interno di una location da favola e di una serie di ossessioni che animano tutti i protagonisti (il pesce da acciuffare, il gatto da trovare, il marito di cui disfarsi) Knight cerca infatti la chiave dell’inganno e la componente video ludica dell’opera, tralasciando però quasi del tutto la caratterizzazione dei suoi personaggi, che diventano ben presto macchiette con un’identificazione fortemente corporea (il muscoloso Baker, la sensuale Constance, la biondissima e fatale Karen, il tronfio marito di lei) e quasi per nulla psicologica.

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Nel tentativo, forse, di riprodurre una società priva della sua componente razionale e indirizzata dunque verso una serie di eventi privi del classico schema di causa effetto (e affini a una modalità quasi autistica comparabile a un videogioco), Knight realizza da un lato un film strano, etereo e inusuale, ma dall’altra anche un prodotto dalla fruibilità davvero scarsa, dove la congerie di elementi troppo vari e staccati tra loro non permette alcun processo di epatizzazione con la storia, e dove a conti fatti il peso specifico visivo del film è di gran lunga maggiore di quello dei contenuti. Lo sceneggiatore di successo Steven Knight (La promessa dell’assassino) porta al cinema la sua opera terza dal titolo Serenity. Un thriller dall’ambientazione tutta marina che trova e riproduce nell’immagine di un Matthew McConaughey molto fisico e prestante l’audacia, la perseveranza e la caratura di Un vecchio e il mare decisamente più giovane e sui generis. Ma è in quell’immagine quasi autoconclusiva che si genera e si chiude tutto l’appeal di un film che, visti l’idea e il cast a disposizione, poteva sicuramente puntare a essere qualcosa di concretamente più lucido e interessante, e che resta invece una mare magnum confuso di idee e suggestioni in bilico tra realtà e fantasia, inganno e proiezione.

In me la passione per il cinema non è stata fulminea, ma è cresciuta nel tempo, diventando però da un certo punto in poi una compagna di viaggio a dir poco irrinunciabile. Harry ti presento Sally e Quattro matrimoni e un funerale sono da sempre i miei due capisaldi in fatto di cinema (lato commedia), anche se poi – crescendo e “maturando” – mi sono avvicinata sempre di più e con più convinzione al cinema d’autore cosiddetto di “nicchia”, tanto che oggi scalpito letteralmente nell’attesa di vedere ai Festival (toglietemi tutto ma non il mio Cannes) un nuovo film francese, russo, rumeno, iraniano, turco… Lo so, non sono proprio gusti adatti ad ogni palato, ma con il tempo (diciamo pure vecchiaia) si impara anche ad amare il fatto di poter essere una voce fuori dal coro...

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Cinema

#iorestoacasa con NewsCinema | Martin Eden | il coraggio della cultura

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Presentato alla mostra del cinema di Venezia, durante la quale ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, e candidato a undici David di Donatello, Martin Eden di Pietro Marcello è sicuramente uno dei migliori film dello scorso anno.

Martin Eden | La sinossi del film

Il film è liberamente tratto dal famosissimo libro Martin Eden di Jack London (se vuoi acquistarlo clicca qui). Racconta la vita di Martin, un giovane marinaio che, rimasto affascinato dal modo di vivere e di pensare della classe borghese e dal loro amore per la cultura, decide di riscattarsi dalla sua umile condizione attraverso lo studio e diventare scrittore.

Martin Eden | Commento del film

Vi sono diverse scelte stilistiche che portano il film a distinguersi dal libro. Prima fra tutte, l’ambientazione: nel film di Marcello le vicende si svolgono a Napoli, mentre nel romanzo hanno luogo in America. Più volte il regista ha dichiarato che Napoli è una città che accoglie e infatti, fin dalle prime inquadrature, lo spettatore si trova immerso in una Napoli che attraversa tutto il Novecento con gli occhi sognanti di Martin.

Martin Eden Marinelli

Luca Marinelli in Martin Eden

Questo film è pura poesia, esplicitata con una fotografia nostalgica e con parole perfette dettate dal sentimento, rompe il confine che separa l’arte dallo spettatore. La storia è quella di un marinaio, un uomo la cui esistenza fonda le radici con la povertà e il duro lavoro. Un giorno però trova la via del riscatto, attraverso lo studio e la cultura, si rende conto di poter ambire ad una vita migliore. La cultura è dunque parte fondamentale per Martin, un ragazzo che non ha potuto completare gli studi, ma che dall’incontro fortuito con la letteratura, trascorre le serate in compagnia dei libri che lo nutrono di speranza e conoscenza. Dall’incontro con la borghesia e l’educazione la vita di Martin cambia totalmente. Nasce l’ambizione, quella derisa da molti, gli increduli del talento del giovane marinaio e del suo desiderio che sembra essere, per loro, soltanto un miraggio irraggiungibile.

Il giovane Eden impara a conoscere sé stesso anche attraverso le parole scritte da altri poeti. Lui stesso diventa una delle voci del mondo. Inizia a scrivere di ciò che sente, del dolore, della povertà. Scrive dei disgraziati e i poveretti che trovano dignità nella penna del giovane sognatore. Scrive anche di politica, la quale diventa una parte fondamentale della sua vita. Attraverso la scrittura Martin lotta. Lotta per le persone la cui voce è messa a tacere, lotta per le persone povere e senza istruzione. Lotta anche per sé stesso e per ottenere la propria rivalsa.

Nel film vengono rappresenti molto bene i tormenti di Martin e le incrollabili differenze sociali. Luca Marinelli è a dir poco fenomenale nei panni del protagonista. Le espressioni, i gesti sono così veritieri da trasudare una purezza che lascia senza parole. Ancora una volta l’incredibile talento di Marinelli viene confermato. Pietro Marcello ha messo in scena un film splendido, nostalgico e profondo.

Martin Eden | Il post su Instagram di Queicinefili

 

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Forse neanche se cercassi in tutto il vocabolario troverei delle parole che possano esprimere ciò che provo quando mi trovo davanti a un film che mi emoziona come “Martin Eden” di Pietro Marcello. Poesia pura, esplicitata in una fotografia nostalgica e perfetta, in dei gesti, in delle parole proferite con tale sentimento da rompere il confine che separa l’arte da chi l’ammira. Come libri, la sete di conoscenza per Martin Eden, così questo film per me che continuavo a nutrirmi delle sensazioni che questo film mi lasciava scena dopo scena. La storia di un marinaio, un uomo che vive a contatto con la fatica e la povertà, un uomo che vede la luce nella cultura. Nasce così l’ambizione, da molti derisa, di diventare scrittore. Martin ha qualcosa da esprimere, un talento naturale che matura con la conoscenza. Seguiamo quindi il viaggio di Martin Eden, un viaggio non per mare ma un percorso di vita: l’aspirazione di frequentare persone colte e ricche, il ritrovamento di sé stesso nelle parole scritte da altri poeti prima di lui, il pensiero politico, le difficoltà sommate al riso di molti che credevano il suo sogno irraggiungibile. La cultura, il tormento, le indistruttibili differenze sociali, il desiderio di conoscenza, il tormento. Un’opera d’arte su schermo che ricorda all’Italia quanta bellezza ha ancora da offrire. Martin Eden, interpretato con onore da un spettacolare Luca Marinelli, è un film che mi ha lasciato senza parole. A visione terminata avrei voluto stringere la mano a Pietro Marcello per poterlo ringraziare per questo film che ha significato tanto, tantissimo per me. #martineden

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Cinema

Peninsula | Il trailer del sequel di Train to Busan

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Nel 2016 Train to Busan ha portato una ventata d’aria fresca nell’inflazionato filone degli zombie-movie: il film coreano ha conquistato sia il pubblico di appassionati che platee più ampie grazie alla sua ideale ed equilibrata commistione tra dinamiche horror e uno spettacolo di stampo blockbuster.

Con un prequel animato, uscito nello stesso anno, ossia l’altrettanto fenomenale Seoul Station, il regista Yeon Sang-ho è riuscito a costruire un universo narrativo credibile e sfaccettato, pronto ora ad espandersi nell’atteso sequel Peninsula, del quale è da poco stato distribuito il trailer che potete vedere qui sotto. In questo nuovo capitolo, almeno a giudicare dalle immagini mostrate dal video, ci attendono ancora più morti viventi e pericolose insidie in un’ambientazione dal taglio post-apocalittico che richiama alla memoria echi della saga di Mad Max.

Peninsula | Il trailer del sequel di Train To Busan

La trama ha inizio quattro anni dopo l’originale, con la popolazione sud-coreana che è stata decimata dall’infezione zombie, con migliaia di morti viventi che vagano per le strade in cerca di carne umana. Jung-seok, un soldato riuscito a sfuggire al disastro, viene assegnato a una pericolosa missione con un duplice obiettivo: trovare dei superstiti e sopravvivere.

Quando il suo team incrocia un gruppo di individui scampati alla pandemia, tra i quali ritroveremo “vecchie conoscenze” del capostipite, le loro vite dipenderanno dalle scelte che ognuno di loro compierà in una situazione così estrema. La sceneggiatura è scritta da Joo-suk Park e dallo stesso Yeon Sang-ho e l’uscita nelle sale era inizialmente prevista per la prossima estate, anche se sarà quasi sicuramente rinviata per via dell’epidemia in atto – questa come ben sappiamo dannatamente reale.

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Cinema

Lee Fierro | Addio all’attrice de Lo squalo, morta per coronavirus

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Il coronavirus continua tristemente a mietere vittime anche nel mondo del cinema. Tra gli ultimi a lasciarci per complicazioni dovute al contagio da Covid-19 vi è l’attrice Lee Fierro, nota principalmente per aver interpretato la signora Kintner ne Lo squalo (1975) di Steven Spielberg, ruolo che avrebbe poi ripreso anche nel quarto capitolo della saga, il mediocre Lo squalo 4 – La vendetta (1987).

Coronavirus | Muove Lee Fierro de Lo Squalo

L’interprete è morta all’età di 91 anni in un una casa di cura in Ohio. La figura che gli diede notorietà al grande pubblico era la madre del personaggio di Alex Kintner, la seconda vittima dello squalo bianco: la ricordiamo soprattutto quando schiaffeggia il poliziotto Brody (Roy Scheider) in una scena memorabile. L’attrice ha raccontato di aver incontrato, molti anni dopo le riprese, Jeffrey Voorhees – che nella pellicola interpretava per l’appunto Alex – per puro caso, leggendo il nome di un piatto in un ristorante che era gestito proprio dal più giovane compagno di set.

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Un’anziana Lee Fierro

Lee Fierro era un’insegnante di drammaturgia e ha trascorso oltre venticinque anni della sua vita come direttrice artistica, trovandosi in molteplici occasioni sul palcoscenico in diverse produzioni teatrali e lavorando anche come animatrice in strutture per bambini, prima di trasferirsi in Ohio per stare vicina alla sua famiglia. La sua esperienza dietro al grande schermo conta invece soltanto tre titoli: oltre ai citati titoli del popolare franchise, ha preso parte anche all’inedito film drammatico The Mistover Tale (2016).

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