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Cinema

Cannes 75 | Showing Up è un film di rara tenerezza e dallo sguardo gentile

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Cannes 75 | Showing Up è un film di rara tenerezza e dallo sguardo gentile
3.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Per il suo nono film, Kelly Reichardt ha scelto di approfondire un contesto cinematograficamente stereotipato come quello della comune di creativi modernamente bohémien, un avamposto della controcultura in cui tutti sono sognatori, idealisti e romanticamente estrosi. Una delle autrici fondamentali del cinema indipendente americano mette così a dura prova la tenuta del suo sguardo sul territorio più difficile, quello che raramente concede vie di mezzo tra il compiacimento intellettualoide o – peggio – la ridicolizzazione dei protagonisti. Abbandonando coscientemente il modello narrativo predominante, basato sul dualismo successo-fallimento che spesso zavorra questo tipo di racconti, Showing Up trova ancora una volta una forma sincera di coinvolgimento e adesione alle modeste ambizioni dei propri personaggi (che sono appunto modesti e mai mediocri). Non c’e volontà di derisione o, all’opposto, il desiderio di trattare come geni schiacciati dal mercato questi giovani (e meno giovani) scultori che sognano di allestire una personale a loro dedicata o di esporre magari un giorno i loro lavori in una famosa galleria di New York.

Cannes 75 | Kelly Reichardt per la prima volta in concorso

Quello di Reichardt è un cinema troppo intelligente e rispettoso per gettare immediatamente i suoi personaggi nel tritacarne del cinismo e negare a priori la possibilità di un gesto gentile. Non c’è alcuna presa in giro della comunità hippie-dippy, ma un senso di solidarietà e vicinanza rispetto ad essa. La sceneggiatura di Jon Raymond e Reichardt è principalmente osservativa, aiutata dalla telecamera discretamente curiosa del direttore della fotografia Christopher Blauvelt. In questa piccola cittadina, tutti sembrano svolgere un’attività legata alla creatività, ci si complimenta costantemente a vicenda e si hanno sempre parole di apprezzamento per il lavoro altrui. Quello che sarebbe facile descrivere come un ambiente tossico e falso, di coltelli nascosti dietro la schiena e di sorrisi forzatamente esibiti, qui diventa una piccola oasi di cordialità e comune affiatamento, in cui anche le rivalità (che pure ci sono) possono essere sedate con poco e riassorbite velocemente. Compaiono tutte le figure tipiche di questo tipo di film – quella sulla cresta dell’onda e quella che non ha ancora ottenuto il giusto riconoscimento, quella che arriva dalla grande città per giudicare e quella che arriva dalla provincia e cerca di accreditarsi – senza che però la narrazione diventi archetipica o parodistica e senza che nessuno di questi personaggi cerchi forzatamente di suscitare in chi guarda un sentimento di simpatia o repulsione.

Una straordinaria Michelle Williams

Quella di Showing Up è una collettività isolata ma non autoreferenziale, coinvolta fino a smarrirsi nelle proprie elucubrazioni e nelle proprie idee, ma non per questo esente dagli obblighi degli impegni quotidiani (comprare i bocconcini per il gatto) o immune dai fastidiosi imprevisti (lo scaldabagno rotto). Il processo creativo è descritto minuziosamente nella sua routine spesso pedante, così da renderlo immediatamente riconoscibile allo spettatore come qualcosa di simile nei meccanismi ad una occupazione “tradizionale” e non ad un passatempo per chi ha scelto uno stile di vita utopistico. Il titolo si riferisce ovviamente all’esibizione alla quale sta lavorando la protagonista, ma “to show up”, cioè presentarsi, è anche semplicemente il recarsi al lavoro, ad un appuntamento, alle piccole occasioni di convivialità che costano ad alcuni uno sforzo sovrumano.

È per questo che Showing Up si pone come opera programmaticamente oziosa, che si interrompe continuamente, in cui è la stessa protagonista (Michelle Williams) a trovare innumerevoli scuse per ritardare, procrastinare, concedersi delle pause (anch’esse, forse, funzionali, al risultato finale). Uno di questi pretesti diventa un piccione ferito, che la sua vicina di casa salva, ma che sarà lei a dover curare e accudire per quasi tutto il tempo (prima controvoglia, poi sempre più volentieri). La narrazione culmina, tra una digressione e l’altra, con il vernissage della mostra di Lizzy: un evento su cui aleggia fino alla fine la possibilità di tensioni o il rischio di inconvenienti imbarazzanti, ma che invece si risolverà anche in questo caso con un temporaneo allontanamento dal luogo dell’azione.

Utopia o speranza?

C’è però un ulteriore sottotesto di Showing Up che riguarda invece l’appropriazione di uno spazio ormai vuoto, quello dell’Oregon College chiuso dal 2019dopo ben centododici anni dalla sua fondazione per volontà di Julia Hoffman: anche lei pittrice, scultrice e abile manipolatrice di metalli e tessuti. La chiusura è stata causata dal progressivo calo delle iscrizioni, il cui numero era sceso al punto da non poter rendere più economicamente sostenibile il prosieguo delle attività. Kelly Reichardt, lei stessa insegnante presso un’università americana, cerca così di rimarginare una ferita nel tessuto sociale, di restituire ad un luogo la propria funzione originaria di educazione e accompagnamento alla crescita.

Una messa in scena di sublime minimalismo e apparente trascuratezza lascia suggerire che quello dell’Oregon College possa essere uno spazio “occupato”, che è stato provvisoriamente conquistato ma che potrebbe tornare da un momento all’altro alla sua precedente desolazione. Le stanze di questa meravigliosa e lussureggiante enclave boscosa non sembrano essere predisposte e attrezzate per l’insegnamento regolare e sistematico, per una didattica abituale ed istituzionalizzata. Nonostante nel film non ci sia nulla che lasci intendere che quella non sia una scuola vera e propria, lo stesso la sensazione che emerge osservandone gli ambienti è quella di irrimediabile precarietà, di una quotidianità che si regge su di un equilibrio fragilissimo. In questa realtà alternativa, il futuro di quel campus non è già segnato, ma lo stesso si percepisce tutta la fatica che ci vuole affinché quel destino non si compia.

Cinema

Improvvisamente Natale: video intervista a Diego Abatantuono, Violante Placido e Sara Ciocca

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Questa mattina è stato presentato in anteprima a Milano, il film Improvvisamente Natale diretto da Francesco Patierno e interpretato da Diego Abatantuono, Violante Placido, Lodo Guenzi, Anna Galiena, Antonio Catania, Sara Ciocca, Michele Foresta, Gloria Guida, Paolo Hendel e con la partecipazione straordinaria di Nino Frassica. Adatto a tutta la famiglia, questa commedia natalizia sarà disponibile dal 1° dicembre su Prime Video.

La video intervista con il cast

A un mese dal Natale, questo pomeriggio abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Diego Abatantuono, Violante Placido e la giovane attrice Sara Ciocca. Se volete ascoltare i loro aneddoti personali legati al Natale e in che modo considerano la famiglia raccontata nel film, cliccate nel player in basso.

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Improvvisamente Natale | La sinossi ufficiale

Per Chiara (Sara Ciocca) il Natale è un momento speciale, ancor più di quanto lo sia per ogni bambino. Ogni anno, infatti, il Natale è anche l’occasione per rivedere l’adorato nonno Lorenzo (Diego Abatantuono), proprietario del delizioso alberghetto d’alta montagna che ospita i festeggiamenti della famiglia.

Quest’anno, però, i genitori di Chiara, Alberta (Violante Placido) e Giacomo (Lodo Guenzi), hanno deciso di mettersi in macchina sotto il sole bollente d’agosto, per una visita fuori stagione a Lorenzo, perché hanno bisogno di lui per dare a Chiara l’amara notizia: si stanno separando. Forse, se glielo dicesse lui, la piccola soffrirebbe meno…

Il nonno, già in crisi perché rischia di dover vendere il suo amato hotel, accetta l’ingrato incarico di dare la notizia alla nipotina, ma prima vuole regalarle l’ultimo Natale felice… a Ferragosto!

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Avatar 2: il trailer finale mostra l’epico assalto al clan Metkayina

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È arrivato online il terzo e ultimo trailer di Avatar: La Via dell’Acqua, che mostra in anteprima l’epico assalto della RDA al clan Metkayina.

Avatar: La Via dell’Acqua è il sequel del film con il maggior incasso di tutti i tempi, ed è scritto e diretto ancora una volta da James Cameron, ambientato più di un decennio dopo l’originale Avatar. Segue la famiglia Na’vi di Jake e Neytiri mentre si proteggono dai vari pericoli su Pandora. Avatar 2 ha già ricevuto due trailer che anticipano la straordinaria azione subacquea del sequel. Ora è arrivato il terzo e ultimo trailer che potete vedere qui sotto.

Durante il Monday Night Football è stato rilasciato il terzo e ultimo trailer di Avatar: La via dell’acqua che offre un ultimo sguardo completo all’attesissimo sequel prima che uscirà nei cinema il mese prossimo il 16 dicembre.

Mentre l’Avatar originale ha seguito l’introduzione di Jake al clan Omaticaya che vive nella foresta, il sequel sposta l’attenzione sul popolo acquatico di Pandora. All’inizio del trailer finale, Jake si rivolge alla tribù dell’acqua, il clan Metkayina, per cercare di mantenere la sua famiglia al sicuro. Sembra che la famiglia Sully stia cercando rifugio lontano dall’Amministrazione per lo sviluppo delle risorse. L’operazione mineraria è stata introdotta nel primo Avatar ed è tornata di nuovo nel sequel con le sue forze di sicurezza guidate ancora una volta dal colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang).

Nonostante sia stato ucciso da Neytiri nel primo Avatar, Quaritch è stato riportato in vita dalla RDA diventando un Recombinant, un avatar incorporato nei ricordi di un soldato umano. Pertanto, Quaritch ricorda che Jake si è schierato con i Na’vi nel primo film e cercherà vendetta contro lui e la sua famiglia nel sequel. Il trailer finale di Avatar: La Via dell’acqua rivela solo un piccolo assaggio dell’assalto totale della RDA al clan Metkayina.

Fin dai primi giorni della campagna di marketing di Avatar: La via dell’acqua, era chiaro che il sequel di Cameron era incentrato su due concetti principali: acqua e famiglia. La straordinaria azione sottomarina del sequel, per la quale Cameron e la sua compagnia hanno dedicato molto tempo allo sviluppo di nuove tecnologie, è completamente visibile nel trailer finale, così come i temi familiari del film, che saranno la forza trainante del conflitto.

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Anya Taylor-Joy vittima di bullismo

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L’attrice Anya Taylor-Joy ha rivelato di essere stata vittima di bullismo ai tempi della scuola: “mi chiudevo in bagno e piangevo”.

L’attrice protagonista di The Menu ora al cinema, si è aperta durante un’intervista per Daily Mail, raccontando alcuni momenti difficili vissuti al liceo a causa del bullismo nei suoi confronti da parte di alcuni compagni. “Mi chiudevano negli armadietti” ha detto.

Anya Taylor-Joy sta vivendo un successo crescente a Hollywood ed è una delle attrici più richieste tra le giovani rivelazioni. Prossimamente la vedremo in Furiosa, spin-off di Mad Max Fury Road, e l’abbiamo conosciuta con il thriller Split al fianco di James McAvoy, per poi ritrovarla in The Witch, The Northman e altri film degni di nota. Senza dimenticare la serie tv La Regina degli Scacchi che ha conquistato in breve tempo pubblico e critica.

Sono stata molto fortunata con i miei genitori perché quando ero vittima di bullismo per il mio aspetto mia madre mi ha sempre ricordato quanto fosse più importante dare importanza a cosa si ha dentro di sé e non all’esterioritàDevo davvero ringraziare mia madre per il consiglio, perché mi è stato molto utile.

Anya Taylor-Joy in La Regina degli Scacchi

La sua famiglia è inglese, ma Anya è cresciuta in Argentina fino ai sei anni, per poi trasferirsi da adolescente in Inghilterra e poi a 14 anni a New York. Quindi non deve essere stato facile cambiare spesso scuola e amici.

La mia era una famiglia itinerante, all’improvviso ero in una grande città e non parlavo la lingua. Non mi sentivo adatta a nessun posto. Ero troppo inglese per essere argentina, troppo argentina per essere inglese e troppo americana per essere qualsiasi cosa. I bambini semplicemente non mi capivano in nessuna forma e spesso mi chiudevo negli armadietti.

Oggi è una star di Hollywood affermata e amata, ma un po’ di insicurezza è rimasta a farle compagnia, anche a causa di questo passato scomodo.

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