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Festival

Venezia 70 Settimana della Critica: il film a sorpresa è cinese

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La 28. Settimana Internazionale della Critica è lieta di annunciare il settimo film in concorso, la cui proiezione ufficiale è in programma domenica 1 settembre. Al centro di SHUIYIN JIE (Trap Street) della regista cinese Vivian Qu l’esperienza kafkiana del giovane Li Qiuming, apprendista in una compagnia di impianti di sicurezza e mappature digitali, che si innamora di una misteriosa donna incontrata per caso. Proprio la ricerca della ragazza, che lavora in un laboratorio segreto, lo fa precipitare nei meandri della burocrazia e del controllo statale.

Con sguardo raffinato e una messa in scena consapevole, Vivian Qu esordisce con un lavoro di notevole tensione filmica e sociale, disegnando un ritratto della Cina contemporanea e, più estesamente, di un mondo dominato dall’ossessione del controllo. Anche SHUIYIN JIE, come gli altri film del concorso SIC, concorre al Premio del pubblico RaroVideo – 28. Settimana Internazionale della critica di Venezia del valore di 5.000 Euro. Concorre inoltre al Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, insieme a tutti gli altri lungometraggi d’esordio presenti nelle sezioni competitive della Mostra, con a 100.000 USD messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore.

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Cinema

RFF 13: Isabelle Huppert, conferenza stampa

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Isabelle Huppert, l’immensa attrice francese in occasione del ritiro del premio alla carriera durante la terza giornata della Festa del cinema di Roma, durante la conferenza stampa ha parlato a cuore aperto della sua carriera e del suo modo di approcciarsi alla recitazione. Imperativo da seguire: mai avere paura!

Lei è una fonte di ispirazione per molti attori e attrici, interpretato ruoli importanti e coraggiosi. Dove ha trovato il coraggio per poterlo fare?

Non solo giovani attori mi fanno i complimenti. I ruoli che ho interpretato non mi hanno mai fatto paura, ma sono comunque complessi e coraggiosi. Può far paura avere difficoltà, conflitti nella vita, ma l’unica cosa importante è vivere e lavorare in armonia.

Ultimamente ha lavorato nella serie The Romanoffs, cosa può dirci a riguardo?

The Romanoff è stato un lavoro molto intenso ed ho imparato anche un po’ di russo. Avevo visto Mad Man di Matthew Weiner e ho voluto lavorare fortemente con lui. Spesso si dice che dietro i Romanoff ci sia un mistero. I componenti sono morti, ma Mattew ha pensato bene di speculare su questa storia, creando 8 episodi diversi tra loro. Il mio personaggio è quello di una regista molto nervosa e trovo che nel mio episodio c’e qualcosa di barocco.

Oggi riceverà il premio alla carriera, cosa ha pensato quando le è stato comunicato? Qual è stata la prova più difficile che ha dovuto affrontare nella sua carriera?

Il teatro è una situazione più stressante rispetto al cinema, ma sono contenta di essermi cimentata anche in questo campo. Le difficoltà che si incontrano nel cinema vengono risolte dalla regia. Come attrice pongo molta fiducia nel cinema. Ricevere questo premio per me è una grande soddisfazione. Ricordatevi di non avere mai paura dell’ignoto. Il fatto che in teatro non si riproduce mai la stessa cosa, non mi spaventa, anzi lo trovo una cosa molto stimolante. Negli ultimi tempi il cinema è diventato una finestra sul mondo, per gli spettatori e per me.

Qual è il personaggio alla quale è più legata?

Mi sento vicina e non vicina ai personaggi che interpreto. “Non” mi sento vicina perché quello che accade in scena non mi succede nella vita reale. Invece “mi” sento vicina, perché comunque in tutto quello che rappresento metto una parte di me. Divido le attrici – e non solo – in due categorie: quelle vicino alla realtà e quelle più vicine alla fantasia. Resta il fatto che si tratta comunque di fiction.

Nel corso della sua carriera ha interpretato più di cento film. Come è riuscita a mantenere la sua identità?

È il cinema che permette di farlo. Così come avviene nel teatro è un confronto con se stessi. Non ci sono diverse recitazioni e soprattutto non si deve mai avere paura di quello che si andrà a recitare. Come disse Truffaut in riferimento a quando si gira un film: “ Il treno è partito e il paesaggio scorre”. Dobbiamo sempre essere noi stessi, perché è il cinema che deve raccontare.

Come ben sa, il grande Vittorio Taviani è venuto a mancare qualche mese fa. In merito, cosa ci può raccontare del rapporto con i Fratelli Taviani?

Ho un bellissimo ricordo di loro due, quando abbiamo girato in Toscana. Siamo stati in luoghi bellissimi e ricordo una dolcezza e bravura unica di Paolo e Vittorio.Erano due persone con una sola testa.

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Cinema

RFF13: Il mistero della casa del tempo, conferenza stampa

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Bella come poche attrici al mondo, Cate Blanchett vincitrice per ben due volte del premio Oscar, questa volta si è cimentata in una commedia fantasy per ragazzi dal titolo Il mistero della casa del tempo diretto da Eli Roth. La Blanchett è Mrs. Zimmerman e presenta un look sempre fine ed elegante con capelli grigi sfumati con il viola, ricorda sotto alcuni punti di vista, il personaggio di Mary Poppins. Il film è tratto dal romanzo di John Bellairs, un classico dell’infanzia che in tempi non sospetti, la Blanchett aveva letto quando era bambina. Durante la conferenza stampa incentrata sulla proiezione de Il mistero della casa del tempo, la bellissima attrice ha parlato anche di esperienze personali molto interessanti.

Cosa ha pensato quando ha letto per la prima volta la sceneggiatura?

C’è da dire che ero molto ansiosa di lavorare con un regista come Eli Roth, data la mia passione per il genere horror. Ad incuriosirmi è stato il fatto che questa storia di magia ma ambientata nel mondo reale, era destinata in particolar modo ad un pubblico di ragazzi. Per tanto il film, non doveva avere contenuti troppo pesanti né provocatori, bensì doveva contenere un messaggio giusto: nella vita possiamo cambiare tutto quello che non ci piace, che sia a scuola o all’ università.

Nel film c’è una frase che viene ripetuta spesso: “la magia è dentro di te”. Lei come intende questo concetto legato alla magia interiore? Cosa e quanto ama questo genere di film?

Di questo genere mi piacciono le scenografie e i costumi. Nel film mi piace vedere come la magia riesca ad entrare in azione nel mondo reale. Un mondo che viene trasformato in qualcosa di migliore, proprio attraverso la magia. In questo film, la magia è da intendersi come una metafora del cambiamento, come una necessità dell’evoluzione, di cambiare opinione.

Quando si trova a girare un film sente il dovere di lanciare un messaggio importante ai giovani e in primis ai propri bambini?

Secondo me c’è un messaggio positivo rivolto ai giovani e alle loro famiglie. Non bisogna lasciarsi condizionare dalle etichette che spesso vengono date in luoghi come le scuole e le università. Questo non è un film pesante, non ci sono sermoni destinati ai ragazzi. Ci sono solo tre personaggi stravaganti che attraverso l’utilizzo della magia rendono tutto più incantevole.

 

Lei è madre di quattro figli, una dei quali è stata adottata. Quanto ha messo della sua vita privata in questo film, visto che c’è una storia che parla di adozione?

Il film parli di tre persone rimaste in orfane perché Jonathan se n’è andato di casa. Il mio personaggio ha perso il marito e la propria figlia nello sterminio nazista. Alla fine, si cerca di creare una nuova famiglia con i cocci rotti delle precedenti. Le famiglie si formano in tanti modi, è sempre stato, anche se non sempre viene accettato. Per quanto riguarda la mia vita privata, non c’è alcuna differenza tra l’amore che nutro per mia figlia adottiva e i miei tre figli biologici.

Nel film viene citato l’aggettivo “indomito”. È un termine che sente vicino alla sua persona, magari legato al suo successo?

I fallimenti hanno un valore importantissimo nella vita di un essere umano, perché attraverso questi passi falsi si costruisce il proprio successo. Per quanto mi riguarda, sono stati proprio gli insuccessi che ho avuto nel corso della mia carriera a rendermi “indomita”.

In questo film la magia è la protagonista. Se potesse avere un super potere, quale vorrebbe?

“Bella domanda. Vorrei tanto avere quel potere che faccia andare tutti a votare, in particolar modo i giovani. Le elezioni sono lo strumento democratico di un Paese e  possono avere conseguenze importanti su tutto il mondo”.

 

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Cinema

Il vizio della speranza, la recensione del film

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La maniera migliore per riassumere l’ultimo film di Edoardo De Angelis è citando la frase iniziale: “Anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente” dello scrittore italiano di origine ucraine Giorgio Scerbanenco. Il regista napoletano arrivato al successo negli ultimi anni, grazie a pellicole come Mozzarella Stories, Perez e l’acclamato Indivisibili, durante la seconda giornata della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma ha presentato il film Il vizio della speranza.

Ambientato a Castel Volturno, la totale assenza di civiltà in luoghi che sembrano abbandonati da Dio e la presenza di persone poco raccomandabili, rappresentano il contesto nel quale si svolge la storia di Maria (Pina Turco). Bella ragazza, la classica “scugnizza” napoletana dai lunghi capelli neri, è l’unica persona responsabile di una famiglia disastrata. Maria è costretta a  vivere con la madre Alba (Cristina Donadio) una donna  depressa e totalmente assente con quello che le accade intorno, ed una sorella – parassita Ramona (Mariangela Robustelli), la quale non si preoccupa minimamente di contribuire alle spese, lasciando tutto in mano alla sorella. Maria è rispettata dagli uomini e dalle donne del posto, perché lavora per la matrona del posto, che gestisce un giro di prostituzione, Zì MArì (MarinaConfalone). Il suo ruolo è quello di portare con una barchetta le ragazze rimaste incinte, per risolvere la situazione: abortire o partorire la creatura che hanno in grembo, consapevoli che subito dopo il parto, il proprio bambino verrà venduto ad altre persone.
La vita di Maria improvvisamente subisce uno shock inaspettato, quando scopre di essere incinta. A quel punto, la speranza sarà la sua unica ancora di salvezza.

L’elemento della religiosità è talmente presente, da poter essere considerato come un personaggio. In primo luogo, la scelta di dare dei nomi sinonimo di cristianità e purezza, alle prostitute, come Hope (Speranza), Virgin (Vergine) e Blessing (Benedizione). Il connubio delinquenza e religiosità è presente anche in questo film, evidenziato dalla presenza di un crocifisso in tutti gli ambienti, come le case, un’edicola semi distrutta e la tristemente nota stanzetta degli interventi riparatori. La ciliegina sulla torta è la casa di Zì Marì, nota per essere un’assidua consumatrice dieroina per evadere da una realtà che la sta soffocando. All’interno della sua abitazione non mancano iconografie religiose, compresa una statua enorme della Madonna ben illuminata. Il simbolo per antonomasia della purezza inserita nella casa di colei che sfrutta il corpo di donne disperate, costringendole ad abortire o vendere il proprio figlio.

Un’altra relazione molto interessante è il legame tra uomo ed animale. Il cane di Maria, chiamato Cane, è una cagnolina pitbull, dolcissima, che segue la sua padrona ovunque ed è pronta a difenderla da tutto e da tutti. Un ulteriore accento, merita la correlazione tra Maria e un cavallo nero bellissimo rinchiuso in un recinto che era solito accarezzare quando portava le ragazze ad abortire. Nel momento in cui Maria decide di prendere in mano la propria vita, accettando di correre il rischio di non sopravvivere al parto, a causa di alcune problematiche pregresse, decide di dare una via di fuga anche al cavallo, magari verso un destino migliore.
La speranza di Maria riesce a concretizzarsi quando incontra Carlo Pengue (Massimiliano Rossi), un bravo uomo accusato – ingiustamente – di aver compiuto un atto vile, ai danni di una bambina “speciale” , il giorno della sua prima comunione. A condannarlo fu il fatto di averla salvata con la sua rete da pesca e per questo motivo, in un posto dove regnano l’ignoranza e la necessità di trovare a tutti i costi un colpevole, fu costretto ad un esilio forzato, perdendo l’unica fonte di guadagno: le giostre.

Sebbene la storia sia totalmente al femminile, incentrata su una storia dedicata alla caparbietà, all’amore che solo una donna che sta per diventare mamma può provare, è davvero difficile non trovare delle similitudini con il film  Dogman di Matteo Garrone. Alcuni elementi riscontrabili all’interno de Il vizio della speranza, può essere la scelta di una location molto simile a quella della periferia di Roma, nella quale vive il protagonista Marcello. Un altro punto in comune è il rapporto di simbiosi tra il Canaro (Marcello Fonte) – un uomo insospettabile che si trova a spacciare cocaina – e il proprio cane; ed infine la voglia di riscattarsi e di creare un futuro migliore per amore della figlia. Queste considerazioni, da ritenersi puramente di commento, non vanno ad intaccare il grande e raffinato lavoro di sceneggiatura effettuato da Edoardo De Angelis e da Umberto Contarello.

Come è accaduto negli altri film di De Angelis, la musica continua a ricoprire un ruolo fondamentale, confermato dal sodalizio artistico con il grande Enzo Avitabile. La sua musica, le sue canzoni contengono delle strofe simili a dei versi poetici in lingua napoletana. Nonostante l’uso del dialetto partenopeo, certe frasi riescono ad arrivare al cuore di tutti gli spettatori, sopratutto durante i momenti di silenzio.

In conclusione, tra le tante battute citate dall’attrice Pina Turco, una in particolar può essere di aiuto a tutte quelle donne che vivono realmente, la storia raccontata da De Angelis: “Una mamma non è solo chi fa i bambini. Una mamma è anche quella che li vuole.”

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