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The Danish Girl, la recensione di un film da sentire

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Se provate a cercare su Google notizie su Einar Wegener, Wikipedia vi dirotterà sulla pagina di una certa Lili Elbe. Un errore informatico? Uno scambio di persona? No, si tratta del nome di un artista danese degli anni ’20 identificato come il primo transessuale della storia, che ha ispirato il nuovo film di Tom Hooper, The Danish Girl, nelle sale italiane il prossimo Febbraio 2016. Il regista de Il Discorso del Re e Les Miserables lo ha presentato in Concorso alla 72° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, confermando nuovamente lo straordinario talento del giovane Eddie Redmayne, vincitore del Premio Oscar lo scorso anno per l’ interpretazione di Stephen Hawking in La Teoria del Tutto.

Nella Copenhagen dei primi anni ‘20, l’artista danese Gerda Wegener, interpretata nel film da Alicia Vikander (Ex Machina e Operazione UNCLE) dipinge un ritratto del marito Einar vestito da donna. Il dipinto raggiunge grande popolarità ed Einar inizia a mantenere in modo permanente un’apparenza femminile, mutando il suo nome in Lili Elbe. Spinto da ideali femministi e supportato dalla moglie, Lili tenta di effettuare il primo intervento di conversione sessuale, ma questa decisione avrà grosse ripercussioni sul suo matrimonio e sulla sua identità. La mente creativa e sensibile dell’uomo innamorato e apparentemente felice, viene inghiottita da un desiderio ingovernabile che lo trasforma gradualmente in qualcosa di diverso. Un conflitto violento con se stesso e con la società in cui vive lo consuma psicologicamente e il dolore investe anche i suoi cari, dall’innamorata moglie Gerda all’amico fraterno Hans che lo accompagnano nelle sue scelte con rispetto e puro amore disinteressato.

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Nel 1930 l’intervento di riassegnazione sessuale era ancora in fase di sperimentazione e non si era registrato alcun caso di successo che facesse ben sperare per le future generazioni. Infatti, dopo pochi mesi dall’operazione Lili Elbe è morta per complicazioni, ma il suo nome è rimasto nella storia diventando “icona della comunità transgender”, come ha sottolineato Eddie Redmayne in conferenza stampa. Hooper ha affrontato una storia di vita intensa e segnata da scelte difficili e sentimenti contrastanti con eleganza e delicatezza, portando sullo schermo un ritratto intrigante ed intimista di un personaggio reso magistralmente da Redmayne, in ogni piccolo movimento ed espressione. La squadra del make up e i costumisti hanno sicuramente avuto un ruolo fondamentale nella produzione e nella resa finale di questa figura così fragile e determinata allo stesso tempo, che si affida al cuore mettendo da parte l’apparenza ed inseguendo le sensazioni, i movimenti e i richiami della natura che già dall’infanzia aveva sbagliato orientamento. Einar è benestante e realizzato nel suo lavoro e dal punto di vista sentimentale, legato ad una moglie bella ed innamorata che lo sostiene mentre cerca di trovare una sua posizione nel panorama artistico internazionale. Ma il suo corpo si rivela imprigionato da convenzioni e tratti a lui indifferenti, mentre la sua vera identità è protesa verso il mondo femminile. Questo conflitto tra interno ed esterno costruisce in lui un sentimento di depressione e disagio, che lo spinge verso una ricerca violenta di se stesso e una tremenda confusione emotiva. Una volta compresa la sua natura e il suo posto nel mondo, il suo coraggio e la sua intelligenza lo sostengono nella scelta drammatica e rischiosa di cambiare per sempre il suo corpo attraverso la chirurgia, accettandone gli importanti rischi irreversibili. Non avevamo dubbi che Redmayne potesse regalare un’ottima interpretazione con questo ruolo duale che scopre gradualmente una femminilità repressa, ma la vera sorpresa è la co-protagonista Alicia Vikander nei panni della moglie Gerda, che emoziona nei panni di una donna forte e all’avanguardia, padrona del suo dolore e del suo amore per Einar e per Lili come due volti di una stessa passione.

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La sceneggiatura di Lucinda Coxon si unisce in modo fluido all’estetica del film, arricchita anche dalla presenza dell’arte nella narrazione come compagna fedele dei protagonisti in ogni fase della storia. The Danish Girl non è solo una storia di amore e di amicizia intorno ad un argomento legato alla sessualità con venature sociali e politiche, ma è una riflessione sull’amore per se stessi, molto più difficile da provare rispetto a quel sentimento che ci lega ad un’altra persona, più o meno intensamente. Dell’altra persona si accettano infatti pregi e difetti, almeno nella prima fase, mentre spesso è impossibile fare i conti con le proprie fragilità, paure, idee e ambizioni. Tom Hooper mantiene il suo registro stilistico che lo ha distinto nei suoi progetti precedenti e realizza un film commovente, personale e toccante, ma anche poetico e suggestivo, prima da sentire e poi da vedere.

TRAILER

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Cinema

TFF 37: un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc

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Il 37° Torino Film Festival (22-30 novembre) annuncia un nuovo spazio tematico nella sezione TFFdoc dal titolo “L’unica cosa che ho è la bellezza del mondo”, composto da quattro documentari e dalla conversazione con lo scrittore e filosofo Franco “Bifo” Berardi.

Si tratta di un’ulteriore riflessione rispetto a quanto affrontato lo scorso anno nel focus TFFdoc/apocalisse: in questo periodo connotato dall’attesa della catastrofe e angosciato dall’ urgenza di evitarla, TFFdoc ha deciso di concedersi il tempo di fermarsi a contemplare ciò che abbiamo intorno, di godere del piacere dello stare nel mondo.

“L’esaurimento non concerne solo le risorse fisiche ma anche l’energia nervosa della popolazione il cui cervello tende all’ esplosione psicotica” (Franco “Bifo” Berardi, L’esaurimento, Nero Magazine, 2019); noi riteniamo che la bellezza, sottraendoci alla logica dell’accumulo, ci possa salvare.

Incontro con Franco “Bifo” Berardi 

Franco “Bifo” Berardi, l’autore di Dopo il futuro. Dal futurismo al cyberpunk (2013), Il secondo avvento. Astrazione apocalisse comunismo (2018), e Futurabilità (2019), terrà un incontro abbinato alla proiezione del documentario di Christian LabhartPassion – Beetwen Revolt and Resignation, con l’obiettivo di guidare lo spettatore e aiutarlo a orientarsi nella follia del mondo contemporaneo, travolto dal global warming, dal consumo eccessivo di merci, dalle continue guerre “locali” e dalle migrazioni senza sosta, che provocano le diseguaglianze globali.

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Comme si, comm ça diretto da Marie-Claude Treilhou

Nel suo studio pieno di libri Michel Deguy, uno dei più grandi poeti viventi, continua senza tregua a lanciare sfide, a inventare un pensiero critico, a plasmare e trasformare il linguaggio. Adottando la stessa compostezza formale del poeta, il documentario si pone un obiettivo ambizioso: a partire da una conversazione frontale immergersi nel profondo della scrittura poetica, nel vivo del suo pensiero “ecopoeticologico”.

Time and Tide diretto da Marleen Van Der Werf

La quiete della natura. Il piacere dello stare nel mondo. La macchina da presa segue i movimenti del vento che accarezza un paesaggio che diviene emotivo.

Últimas Ondas diretto da Emmanuel Piton

Da qualche parte nel nord della Spagna. Un viaggio psicologico e geografico in quei luoghi che sono tornati selvaggi, un’elegia degli esseri che li hanno segnati con il loro passaggio. Un film di fantasmi che raccontano storie di un tempo che non c’è più.

L’ultimu sognu diretto da Lisa Reboulleau

Nel cuore della foresta corsa, nel centro dell’isola, una donna vaga di notte. Le sue partite di caccia sono oniriche e negli occhi delle bestie che uccide le viene rivelato il futuro funesto degli abitanti del suo villaggio. Lei è una mazzera.

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

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Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

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Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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